Succede che


Succede che una bambina di nove anni abbia il suo torneo di mini volley in un gelida domenica di dicembre. Succede che padre e figlia si facciano tutto il tragitto a piedi lungo un viottolo ghiacciato fino alla palestra tenendosi per mano pieni di entusiasmo. Succede che, proprio nella prima partitella, la squadra della bambina incontri due maschi alti due spanne in più il cui allenatore grida come un dannato “schiaccia schiaccia”. Succede che uno dei ragazzi schiacci e schiacci forte e che il pallone colpisca il mignolo della bambina facendole molto male. Succede che la bambina non voglia uscire perché non vuole abbandonare le sue amiche e che continui a giocare, fino in fondo, guardando ogni tanto suo padre per far vedere che anche lei sa vivere con abnegazione le temperie della vita. Succede che alla sera il padre, mentre le dice del suo orgoglio per il suo coraggio, le stecchi il mignolo sperando che sia solo una distorsione. Succede che la mattina dopo il mignolo sia blu e gonfio, come una piccola melanzana e che alle sette e mezza, invece di andare a scuola, padre e figlia vadano al pronto soccorso. Succede che facciano visita e radiografia in meno di un’ora, ma che debbano aspettarne due, in una sala gelida e disadorna, perché “deve scendere l’ortopedico”. Succede che un membro della stessa categoria professionale che ci consiglia di far muovere i bambini e di fargli fare sport dica al padre che questi bambini bisogna tenerli di più a casa perché poi vanno in giro, si fanno male e fanno perdere tempo a chi ha cose più urgenti da fare. Succede che alla bambina si sia fratturata la falange intermedia del mignolo sinistro e che debba portare una specie di manicotto di resina per tre settimane e sospendere il mini volley per due mesi. Succede che il padre contatti la responsabile della società sportiva per avvisarla dell’accaduto e per raccontare dell’innocente atto di eroismo che si è consumato in quel gelido pomeriggio di dicembre. Succede che l’interlocutrice si raggeli all’istante e, invece di ascoltare delle prodi gesta della misconosciuta eroina, metta le mani avanti dicendo che per i rimborsi c’è da parlare con l’assicurazione e che, comunque, “bisogna giustificare ogni centesimo con le pezze d’appoggio”. Succede che il giorno dopo la piccola torni a scuola e che, nonostante il manicotto, sia costretta a fare attività motoria con la palla. Succede che, ovviamente, non riesca ad afferrarla e che alcuni compagni la prendano in giro. Succede che il padre chieda spiegazioni alla maestra e si senta rispondere che se si desiderava l’esenzione dall’attività motoria “questa andava richiesta formalmente attraverso lo specifico libretto in dotazione” e questo perché “noi non siamo medici e non possiamo prendersi la responsabilità di negare un’attività didattica alla bambina senza la prescritta documentazione”. Succede che l’attività didattica sia lanciarsi una palla gli uni con gli altri mentre le maestre parlano al cellulare e che la bambina abbia un braccio tenuto al collo con una vistosa striscia di tessuto traforato beige che ancora profuma di terre lontane. Succede che dopo questo scambio con la maestra, la piccola soldatina e suo padre tornino a casa lungo la stessa strada gelida percorsa per andare a giocare la partita, l’una pensando, delusa, al suo gesto di cuore seppellito dall’indifferenza e l’altro covando silenziosamente quello che è ormai odio sordo per la terra in cui è nato per la quale ha versato sangue e per la gente muta e sorda che la abita che non crede in sé stessa, incapace di assumersi una responsabilità, pronta a fare polemica rovente per un albero di natale spelacchiato, a sperare che in Africa crepino tutti per non venirsi a prendere qui i 35 euro al giorno e, subito dopo, a salvarsi l’anima comprando il pandoro Melegatti.