Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Storie di Mercenari: Una Missione Fallimentare" è stato scritto da kurt
Il motore dell’MI8 ha dei sussulti irregolari. La cabina è piena di spifferi e dei fili penzolano nei punti dove alcuni strumenti sono stati brutalmente strappati. Il circuito interfonico non funziona e io e il pilota portiamo le cuffie esclusivamente per proteggerci dal rombo prepotente della turbina dell’elicottero. All’ennesimo sussulto con conseguente rapida perdita di quota mi giro a guardare Roman o come cazzo si chiama. Lui si volta, ha gli occhi acquosi e l’alito di chi si è fatto almeno tre bicchieri di roba forte prima di mettersi ai comandi. Si apre in un bel sorriso intervallato d’oro e d’acciaio e mi fa segno di non preoccuparmi. Alla fine decido di affidarmi al destino anche perché della meccanica sovietica ho una pessima opinione.
Mi tengo forte al sedile nella mia bella divisa da ufficiale sudafricano. Ovviamente non ho nessun documento e in afrikaans so dire solo “chiamate la mia ambasciata a Pretoria”, ma sono sicuro che non me ne darebbero il tempo. Da queste parti con un colpo alla nuca si regola processo e pena.
Voliamo bassissimi. A questa quota non serve nemmeno un RPG per tiraci giù. Una sassata bene indirizzata avrebbe esattamente lo stesso effetto. Non sono sicuro che questa specie di cassone possa fare più quota, ma cento piedi più su saremmo preda di qualche SAM. Gerusalemme è sicura che ci siano Dvina nei paraggi. Meglio stare con la testa tra le ginocchia.
La radura è apparentemente deserta, ma appena mettiamo le ruote a terra spuntano una decina di tizi, tutti equipaggiati con i loro inseparabili ak47 di ordinanza. Quello che porta un RPG sulle spalle fa cenno a Roman di spegnere i motori, ma il pilota fa segno di no facendo capire che non si riaccenderebbero. Sarà anche ubriaco il sovietico, ma non è fesso.
Scendo e vengo immediatamente preso in custodia dalla mia scorta. Dopo una profonda perquisizione ci avviamo lungo un sentiero fra gli alberi. Passiamo accanto ad una specie di accampamento. Ci sono una ventina di uomini incappucciati, inginocchiati e legati. Faccio in tempo a vedere una specie di mucchio grigio e due ragazzoni neri come la pece che prelevano un tizio, lo sgozzano e lo buttano sul mucchio. Punto gli occhi avanti e proseguo senza un sospiro. Nel mio mestiere per essere in gamba bisogna non farsi sfuggire nulla, ma per portare la buccia a casa si deve sapere esattamente quando far finta di non aver visto.
Dopo dieci minuti di amena passeggiata sono davanti a Luma, il capo. Ci sono tre o quattro capanne, qualche tenda, una baracca, delle latrine e una fossa ricoperta da un telone, forse un deposito dove tengono armi e munizioni. Lui mi guarda e sembra deluso. Forse si aspettava un ariano biondo e non un tipo scuro di pelle come me. Mi chiede il berretto gallonato, glielo do, lui lo rigira tra le mani, se lo mette e si gira verso i suoi che ridono. Ride anche lui spalancando una finestra su un panorama che avrei preferito non vedere, ma anche questi sono i rischi del mestiere.
Abbiamo poco da dirci. Io voglio vedere l’ostaggio, dare conferma per il pagamento e tornare sul mio MI8 che, all’improvviso, mi appare confortevole e sicuro.
Luma diventa improvvisamente serio e dà ordine a uno dei suoi di scostare la tenda che copre l’ingresso di una capanna. Confuso nella penombra mi appare l’ostaggio. E’ seduto, con il mento poggiato sul petto e le braccia distese lungo le gambe. Ha perso una ventina di chili e quasi tutti i capelli ma è lui. Faccio per avvicinarmi, ma vengo bloccato. Guardo Luma e lui dice “Dorme. Non disturbare”. Riguardo l’ostaggio, vedo le mosche che gli si posano sul viso e sulle cosce e capisco che questi dilettanti hanno rovinato tutto. Bastava che lo tenessero vivo per un altro giorno e tutto sarebbe finito in gloria. Ora, invece, siamo tutti morti, io e loro. Ho paura.
Cerco di distendere il viso e chiedo a Luma di parlare con i miei. Lui sorride sollevato e mi porta in una casupola dove troviamo una vecchia EKB che sembra funzionare a perfezione, per certe cose i tedeschi sanno il fatto loro anche se sono comunisti. Imposto la frequenza ed inizio la mia chiamata in codice verso i miei che sono appena oltre il confine. Ok, mi hanno copiato, mi chiedono la sequenza. Io recito il codice imparato a memoria con calma e distinguendo attentamente le parole. L’uomo dell’intelligence rimane silenzioso per due o tre secondi, poi mi chiede di ripetere la sequenza. Io la ripeto per la seconda volta. Stiamo perdendo tempo, non c’è niente da capire oltre quello che gli ho appena fatto capire. Forse è un amico dell’ostaggio, ma il suo atteggiamento non è professionale. Ora nessuna pausa, Gerusalemme conferma il versamento. Tre o quattro minuti e dettano un codice di numeri e lettere a Luma che lo riscrive con la massima attenzione. Noto solo ora che è mancino.
Luma prende il microfono, imposta la frequenza e comunica il numero ai suoi. Ci sediamo. Ci sarà qualche minuto da aspettare. Da qualche parte qualcuno sta telefonando ad una banca a Lugano chiedendo del Dr. Schmidt. Questi si farà dare il numero di conto e le parole in codice e subito dopo confermerà la presenza di 2 milioni di sterline depositate sul conto. Gerusalemme non bada a spese quando si tratta di tirare fuori dai guai i suoi uomini.
Io cerco di non guardare l’orologio mentre dalla radio arrivano solo le scariche statiche. Se Schmidt è al cesso o se sta prendendo il tè con quella biondina carina che ho conosciuto quando sono stato nel suo ufficio va a finire che ci rimetto la pelle. Luma mi guarda. I suoi uomini sono fuori dalla porta e parlano tra di loro. Io non capisco una parola e sento che il bel cotone della camicia dell’aviazione sudafricana si sta lentamente impregnando di sudore. Mi danno un po’ d’acqua da bere. Pensano che abbia caldo.
Finalmente arriva la chiamata. Non capisco il messaggio, ma Luma grida qualcosa fuori e tutti iniziano a ridere e darsi pacche sulle spalle. Mi concedo finalmente di guardare l’orologio, ho meno di due minuti. Faccio cenno che devo usare la latrina e subito mi si piazza uno scagnozzo alle spalle.
Inizio a camminare con calma, ma appena giungo sul ciglio della foresta scatto. Se fossimo in un film avrei estratto silenziosamente un coltello dal buco del culo e tagliato la gola al ragazzo che mi scorta con rapidità ed efficienza. Invece non ho portato coltelli, perché nessun coltello vince contro un fucile e se mi fossi girato di scatto sarei stato tagliato in due da una raffica. Quindi corro via facendomi strada tra gli arbusti e conto mentalmente. Un secondo per capire che sta succedendo, un paio per decidere se deve sparare, uno per armare il percussore, a terra! Mi lancio a tuffo nello stesso istante nel quale sento partire la raffica. E’ alta, ma ho poche speranze di cavarmela con la seconda. Rotolo di lato e cerco di accovacciarmi. Il cuore inizia a battermi fortissimo solo quando sento il rombo degli elicotteri.
Spero tra me e me che non sia Roman che sta tagliando la corda, ma è proprio lui il primo a lasciarci la pelle. L’MI8 posato come un grasso tacchino al centro della radura esplode lanciando intorno centinaia di rottami incandescenti. Il mio inseguitore crepa mentre guarda in alto con la bocca aperta per lo stupore. Non capisco come e perché, ma prende improvvisamente fuoco senza nemmeno lanciare un grido. Nell’aria vedo sfrecciare almeno 3 Tzefa, ma non mi fermo a contarli tutti. Scappo verso una specie di canale che ho visto arrivando e di cui mi sono automaticamente annotato la posizione rispetto alla radura. Faccio appena in tempo perché gli Tzefa dopo essersi annunciati a colpi di mitraglia sperando di darmi il tempo di scappare, sono passati ai missili incendiari e nel giro di pochi minuti quel pezzo d’Africa si trasformerà in un inferno.
Mentre sono steso nella cabina dello Huey che mi riporta a casa faccio il bilancio della missione. Niente ostaggio, niente corpo, la moglie si dovrà accontentare di una lettera e di un nastrino, almeno una trentina di tango abbattuti, io con una distorsione alla caviglia e lo stomaco vuoto, un paio di centinaia di migliaia di dollari bruciati in carburante, napalm, missili e cartucce. Almeno rimangono i due milioni di sterline. Qualche burocrate, archiviando il fascicolo della missione, penserà che tutto sommato abbiamo risparmiato.
Ho sonno e appoggio la testa sulla carlinga fredda. Si poteva fare di meglio. Forse la prossima volta.
N.d.R. Kurt è un ex mercenario esperto di operazioni militari a cui si deve la scoperta dell’operazione di disinformazione relativa alle fosse comuni in Libia, articolo che ha avuto una straordinaria diffusione nell’ambito della stampa indipendente italiana ed estera. A questo link, è possibile leggere una sua intervista concessa a Tiscali News. Questo racconto è stato modificato per eliminare riferimenti a fatti, cose e persone realmente esistiti.


ciao, avevo letto tempo fa il tuo racconto della storia di kurt.
racconto non è la parola esatta, diciamo testimonianza.
è stata questa la tua ultima missione, quella dopo la quale hai smesso?
se non sbaglio ne parlavi sempre in quell’articolo..
cmq mi interessa l’argomento, non che voglia diventare uno di quelli (…) ma giusto per capire cosa c’è dietro.
pubblicherai altre testimonianze?
e sai dove potrei informarmi riguardo all’argomento?
Grazie dell’atttenzione, buon lavoro e BUON ANNO!!
Matt
Ciao Kurt…..se ti è possibile puoi contattarami? Anche via email nascosto da admin va benissimo vorrei chiederti alcune cose in merito ad alcuni lavori (consiglio tecnico).
Grazie