Stillicidio di vita (22/02/2006)
Constatare a poco più di due anni di distanza che, se non fosse stato per la brillante idea avuta da qualcuno di ripresentarsi alle elezioni ancora una volta con un nome nuovo, sfruttando per l’occasione la sofisticata tecnica detta del riscaldamento della minestra all’americana, avrei potuto scrivere ieri quanto segue, e che invece è conservato sul mio computer in un file che riporta la data del 22/02/2006, è, come al solito, disarmante.
L’ultima campagna elettorale. Dedicata a quelli, beati loro, che l’avessero già dimenticata; e a quelli che invece in questi giorni la rivivono.
Taci. Tanto
se parli non odo
parole che siano
umane; ma odo
soltanto grugniti
o suoni simili a versi
di cane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su un mondo
che è pieno di farse,
piove su gente
vogliosa d’armi,
piove sui carmi
profani,
sugli attimi fuggenti
da noi mai colti,
sui ginocchi rotti
d’artrite dolenti,
piove sui nostri volti
d’umani,
piove sulle nostre guance
irsute,
su i nostri sentimenti
di ieri,
su i brutti pensieri
di una vita, diciamo,
non bella,
su la fellonia bella
che ieri
t’illuse, che oggi t’illude,
credulone.
Odi? La pioggia cade
su la ordinaria
rottura
con un crepitio che dura
e si spande nell’aria
insieme all’aviaria,
che attacca, non attacca.
Ascolta. Risponde
al morbo il ministro
al telegiornale,
che il morbo animale
non impaura,
né il suo canarino.
E Prodi
ha un suono, e D’Alema
altro suono, e Bertinotti
altro ancora: intendimenti
diversi
sotto una bandiera unita.
E immersi
noi siamo tra coalizioni
funeste,
di boria e liti viventi;
e il tuo futuro
non sai dove poggia
se si concorre,
abbindolando persone,
come sul digitale terrestre
a governar su le teste,
oh amico che chiamo caprone.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle politiche cicale
a poco a poco
più sordido
si fa sotto il pianto
che cresce;
Ma la speranza vi si mesce,
fatuo fuoco,
che qualcosa possa cambiare,
speranza davvero remota.
Assurda e già fioca
s’allenta, si spegne.
Poi moribonda
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode più ragionare.
Or s’ode in mezzo alla folla
parlare
di nera pioggia
che monda,
il fanatismo che varia
secondo la fronda,
più folle, men folle.
Ascolta.
Domani forse
si muta; ma oggi
molti, a cui piace
Alessandra,
dimenticano l’ombra più fonda.
E piove su questa poesia,
caprone.
Piove su questa parodia,
che non è di D’Annunzio
e neanche mia; non bella
ma quasi quasi furente
par dalla penna mi esca.
E la prima strofa è un po’ mesta,
si sente,
e la seconda, d’attualità,
è sciatta,
quest’ultima, eccola,
non sbalordisce la mente,
e nella terza non
avevo da scriverci niente.
E andavo di fratta in fratta,
cercavo parole durante le notti
(poi le acchiappai:
scappavano via,
spronavano i cocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove sui nostri volti
d’umani,
piove sulle nostre guance
irsute,
su i nostri sentimenti
di ieri,
su i brutti pensieri
di una vita, diciamo,
non bella,
su la fellonia bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
caprone.
Liberamente ispirata a La Pioggia nel Pineto
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