Stato di Grazia 2


coca-cola-logo-770604.jpgFaccia da Coca-Cola”. Così ti definii, la prima volta che mi trovai davanti una tua foto giovanile. E avvenne proprio il giorno in cui annunciarono la tua scomparsa.
Avevo solo 12 anni, all’epoca. Ignoravo fossi un Mito. Cominciavo a malapena a balbettare di musica rock-pop. Ma limitatamente all’area italiana. Tu eri, invece, la gioventù. Una gioventù però internazionale, e che sfuggiva a chi era giovane veramente.

Per una bambina, “i giovani” sono già gli adulti. O i ragazzi, trionfanti nella loro soda e sfacciata goduria di vita, sani, balneari. Insomma, i miei genitori.

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Elvis Presley, morto il 16 agosto 1977 a 42 anni.

Le loro serate spensierate. I loro capelli a spazzola. Le loro acconciature cotonate. La brillantina. E, sì, la Coca-Cola. Quando io non esistevo, quando non m’immaginavano neppure.
Tu, le tue canzoni, erano un segreto loro. Una complicità e una trasgressione. Solo molti anni dopo ho scoperto che eri un Ribelle. Altro che Coca-Cola. Quel bacino roteato era davvero sexy. Dicevano di te tutto e il contrario di tutto. Il nativo americano ti identificava con l’America colonialista, e concludeva: “Fanculo a lui e a John Wayne”. Ma per le brave famiglie bianche e perbene tu rappresentavi la Perdizione: “Il rock’n’roll di Presley degrada il bianco allo stadio inferiore del negro“, decretavano.

Per i miei genitori, nati adulti, in realtà stati ragazzi, tu eri quindi il gioco sotto il letto, l’occhiata in tralice, la fuga da casa.
E, fuggendo, hai spazzato via tutto. Le convenzioni, in primis.
Poi, pochi mesi prima che lasciassi questo mondo, udii proprio mio padre commentare: “Com’è diventato grasso Presley”. Ma non gli badai. Lo ripeto: per me eri un nome come un altro.
In seguito… in seguito quelle foto, impietose, il Prima e il Dopo. Provocante e annebbiato. Più che obeso, dilagante. Straripato. In quell’oasi che si pretendeva di paradiso, e che recava uno strano nome, da me storpiato all’italiana: Graceland. Chissà perché, io lo associavo al freddo, al gelo. Ma a un gelo innaturale, rappreso. Invece pare fosse il tuo regno, la tua vita. Che in quel fatale 16 agosto si è arrestata.
Perché, se è vero che l’arte può divinizzare l’uomo, non è meno vero che il Mito lo polverizza, lo distrugge. Il Mito non è di questo mondo. Il Mito non esiste. Se non in una fotografia, in una faccia da Coca-Cola sempre fissa nel tempo, in uno Stato di Grazia fasullo, fulminato, sparato lì, sulla celluloide, ma svenato della sua imperfezione, della quotidianità, del declino, che forse ci vela lo sguardo, ma che solo ci rende davvero vivi.

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