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Siamo figli della Bibbia o di Omero?

21 luglio, 2007 - 9:00 di  
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Condividi Siamo figli della Bibbia o di Omero?. Laura Costantini ti ringrazia.
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vasogreco.gifNiente paura, stavolta non si parla di religione, ma di influenze artistico-letterarie. Ho ritrovato un saggio che avevo letto quando mi dilettavo di Storia delle Religioni. Il saggio è di Fortunato Pasqualino, i riferimenti sono a Mimesis di Erich Auerbach, ma il succo del discorso è: perché la letteratura nord europea (e americana a seguire) ha dato il meglio di se stessa nello scavo psicologico del personaggio (horror, thriller, gialli) mentre quella italiana (parliamo di classici) sembra totalmente priva di mistero?




Le colpe vanno equamente ripartite tra Omero, la Controriforma, la mentalità epicurea del Rinascimento e una certa incuria, tutta italiana, per le cose divine. Sarà per questo che tra alcuni di noi e papa Joseph Ratzinger non corre buon sangue? Bah…

Ma andiamo per ordine. Cito Eugenio Scalfari di qualche settimana fa: I poemi omerici rappresentano il punto di partenza della letteratura occidentale…Gli eroi dell’età del Bronzo raffigurati nell’Iliade, e gli dei che ne guidano le azioni, materializzano almeno quattro diversi destini: Achille, la bellezza della forza e della guerra; Ettore, la difesa della città e la ‘pietas’ che sarà poi ripresa da Virgilio e fatta rivivere nel personaggio di Enea; Agamennone, il potere tronfio e capriccioso; Odisseo, la superiorità dell’intelligenza.

Ritroviamo in questi quattro personaggi i cliché di tutta la letteratura a venire. Questo è vero. Però c’è un bivio netto e preciso tra il modo di scrivere, e di trattare i personaggi, degli autori nord-europei e quello degli autori italiani. E la biforcazione, secondo Pasqualino, si sarebbe creata al momento della Controriforma. Dopo il colpo quasi mortale ricevuto dalla Riforma di Martin Lutero, la Chiesa di Roma decise di mettere al bando la lettura della Bibbia (asso nella manica del Protestantesimo), soprattutto per evitare che la frequentazione di quelle pagine generasse nel fedele la tentazione di un’interpretazione libera e, quindi, eretica. Una decisione che si innestò agevolmente sulla tendenza tutta rinascimentale (e italiana in particolar modo) di poco curarsi delle cose divine a favore di quelle terrene. Più vicine, utili e, perché no, anche più divertenti. A rigor di termini l’ultimo biblico italiano fu il castigatore Savonarola e, in qualche modo, il suo rogo segnò la fine di ogni senso del mistero nello stile letterario italiano. Privarci della frequentazione della Bibbia significò tagliare via la concezione dell’uomo come essere inquieto e drammatico, combattuto, a tutto favore dei rapporti sereni, ottimistici e semplici che erano propri dello stile omerico. E’ quanto afferma Auerbach nella sua Mimemis: lo stile omerico non vuole trattenere il fiato, non ama la tensione, la sorpresa. Omero ci presenta le cose per come sono, finite ed esatte. Niente viene lasciato senza spiegazione. Tutto deve essere chiaro e distinto, posto in primissimo piano, senza alcuna attenzione per lo sfondo e per la prospettiva umana.

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Cito dalla Bibbia:

Dopo questi fatti Dio tentò Abramo, e gli disse: Abramo! Ed egli rispose: Sono qui!

Qui dove? Nulla è spiegato. Dove si svolge il colloquio, da dove arriva Dio, perché decide di tentare Abramo. Cosa che invece uno Zeus omerico avrebbe spiegato, parlandone amabilmente con Era o con Apollo o con la sua prediletta Atena. Secondo Auerbach gli scrittori della Bibbia hanno precorso addirittura Einstein nei concetti di spazio e di tempo mentre Omero rimane ancorato alle poche dimensioni della geometria euclidea. I suoi personaggi sono standardizzati, rimangono uguali a se stessi anche a distanza di decenni, come succede ad Ulisse e alla sua sposa Penelope. I personaggi biblici, invece, non sono descritti quasi per niente, ma proprio per questo sono più concreti, perché hanno infinite sfaccettature implicite.

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Un’altra differenziazione viene effettuata sulla base del censo. Gli scrittori pagani (da cui deriviamo le influenze più dirette) operavano una discriminazione sulla base dell’importanza sociale del personaggio. Il loro realismo nel narrare solo di quelli che contano è condizionato dalla concezione della società. La Bibbia, invece, da spazio ai re così come ai servi e di ognuno rivela eroismi ed ignominie, esponendo il conflitto spirituale che è proprio di ogni essere umano.Gli scrittori pagani (parliamo soprattutto di quelli latini) da Petronio in poi aggiungono al loro realismo una forma di distacco dalle cose narrate che si esplica nell’ironia. Ironia che poi non è che un modo di giudicare e di essere moralisti. Una polemica mascherata da olimpico distacco (su questo punto sono assolutamente d’accordo e suggerirei una riflessione sul tema a tutti quei bloggers che si mettono sul piedistallo a pontificare).

Gli scrittori biblici, invece, sono scrittori della realtà e della verità (naturalmente le loro realtà e verità, non parliamo di concetti assoluti), quindi non pongono schermi tra sé e la materia di cui scrivono. Accolgono con rispetto anche la parte più abbietta degli esseri umani. Non condannano, lasciano al limite che sia il lettore a farlo. Mentre gli scrittori omerici (tra cui i latini) condannano nel momento stesso in cui scrivono, quindi deformano e squalificano. Non portano una testimonianza, portano un’opinione.

Ecco quindi il bivio tra letteratura italiana e letteratura nord-europea. Lo stile più propriamente biblico comporta la scoperta dell’intimità spirituale, della centralità dell’uomo, comporta anche l’avvento della prima persona singolare nella letteratura europea. Quella che nel cinema si chiama soggettiva.

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Gli eroi omerici, invece, non godono del dono dell’intimità. Sono osservati, non osservatori.

Secondo il saggio di Pasqualino, la stessa psicanalisi trova una base nella Bibbia, come dimostrano gli episodi dell’interpretazione dei sogni del faraone (le sette vacche magre e quelle grasse) e di Nabucodonosor (il sogno della statua enorme dai piedi di argilla). L’atteggiamento biblico penetra il senso della realtà e dell’esperienza umana. L’atteggiamento omerico descrive ciò che vede, senza reale partecipazione.

Da tutto questo si ricava che dobbiamo i capolavori dell’introspezione, siano essi letterari o cinematografici (vedi Ingmar Bergman) alla libertà di leggere, frequentare ed interpretare la Bibbia garantita dalla Riforma protestante. Oggi, è notizia di qualche giorno fa, anche la Chiesa di Roma è giunta alla conclusione che si deve incentivare lo studio della Bibbia da parte dei giovani. Uno studio che deve prescindere dal contesto religioso, in quanto il libro per eccellenza dovrebbe essere sottoposto all’attenzione degli studenti non in quanto fondamento del Credo cristiano (ed ebraico) ma in quanto testimonianza letteraria di altissimo valore.

Iniziativa lodevole, ma non ho molte speranze. Da quanto mi risulta nelle scuole italiane è già tanto se agli studenti viene concesso di sapere che un tizio cieco di nome Omero ha scritto due cosucce intitolate Iliade e Odissea.

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Comments

5 Risposte a “Siamo figli della Bibbia o di Omero?”
  1. Uyulala scrive:

    Mi è piaciuto molto questo brano. E' un punto di vista al quale non avevo pensato. Ottimo spunto di riflessione. Grazie

  2. Stefano scrive:

    Che bel commento! Infatti la bibbia ( storia inventata di superstizioni babilonsi riprese dagli ebrei ) ci insegna i libero arbitrio, il senso dell’onore, il coraggio, la fedeltà, l’intelligenza, la misericordia…..ma no queste sono virtù pagane: bisogna sottomettersi al volere di geova, il dio dittatore e sterminatore di popoli per un capriccio…. ma come si fa a paragonare Omero alla bibbia????’ E’ da tremila anni che i lettori del libro ( bibbia-vangelo-corano, tutti identici ) si scannano per chi è il più monoteista….. per carità, la bibbia al massimo la si può usare se uno ha finito le riserve di carta igienica….

  3. ciro colonna scrive:

    Gentile sig.ra Costantini, mi ha incuriosito il saggio di Fortunato Pasqualino al quale Lei ha fatto riferimento. Mi farebbe piacere avere qualche indicazione sulla pubblicazione . Grazie. ciro colonna – email rimossa e comunicata direttamente all’interessata -

  4. Il saggio di Fortunato Pasqualino è pubblicato all’interno del volume dedicato alla religione ebraica nell’opera STORIA DELLE RELIGIONI edita da Rizzoli-Larousse. Non ho i volumi a portata di mano e quindi non so dirle l’anno di edizione. Grazie per l’attenzione.

  5. gianni tirelli scrive:

    IL MISTERO DEL LIBERO ARBITRIO

    - Arbitrio: piena facoltà di scelta nel giudicare e nell’operare da parte del soggetto –
    - Libero arbitrio: la possibilità propria dell’uomo di fare o non fare qualcosa, “decidendo liberamente” -

    Ecco, io credo che l’arbitrio, sia il mistero dei misteri e, la spiegazione sopra riportata dal Devoto-Oli (per dovere di sintesi e del tutto legittima), riduce il concetto di “arbitrio”, ad un fattore comportamentale che definirei, tecnico.
    Il Grande Enigma sta proprio in quel, “decidendo liberamente” – ma liberamente da cosa?
    Se tutti gli altri, in un modo o in un altro, intervengono nel condizionare le nostre scelte, possiamo noi ritenerci i soli responsabili dei nostri comportamenti?
    E’ pensabile che, l’anima e la coscienza (come per la genetica), siano soggette a condizionamenti di natura ereditaria?
    E sulla base di una tale supposizione, gli individui, non cesserebbero di ritenersi responsabili dei loro atti?
    Nessuno, a questo punto, potrebbe “decidere liberamente” ne, tanto meno, essere accusato di qualcosa.
    Mai e poi mai potrebbe, inoltre, esistere un tribunale super partes, in grado di addivenire ad un giudizio inequivocabile e assoluto.
    Se le cose fossero in questi termini, l’umanità, sarebbe avvolta dentro un relativismo totale e schiacciante e, il caos, regnerebbe imperturbabile.
    Di fatto poi, le cose sono ben diverse; la terra gira sempre intorno al sole, e l’alba, si alterna al tramonto, con una precisione disarmante. I fiori, ritornano a sbocciare a primavera, e l’acqua a scorrere verso il mare.
    Anche dentro di noi, nonostante il relativismo dilagante che caratterizza le nostre moderne società consumiste, questo meccanismo continua a funzionare, perfettamente e autonomamente. Possiamo ribellarci al Disegno Supremo, contrastarlo, dimenticarlo e, provare in tutti i modi a rimuoverlo, ma lui, imperituro, non cesserà mai di essere.
    Questa é la legge e queste sono le regole inviolabili.
    Per un tale motivo, la coscienza, saprà sempre distinguere il giusto dall’iniquo e la verità dalla menzogna. Anche l’uomo più insensato e diabolico di questo mondo, dovrà sempre sottostare a questo dogma e, volente o nolente, piegarsi al suo volere.
    Da tutto ciò sopra esposto, possiamo facilmente comprendere (per poi dedurre), che non esiste alcun Dio sopra di noi, giudice assoluto delle nostre azioni che, nella condanna e nel perdono, esercita sua funzione di Parametro Inquisitore e misericordioso ma, che quel Dio, è la sublimazione del nostro arbitrio e la proiezione immaginifica di un’entità astratta addotta ad attenuante e causa primaria di ogni cosa.
    Ecco perché, il giudizio sull’uomo non contempla condoni di sorta e prescinde da ogni personale condizione! Essendo ogni uomo, Dio all’origine, non gli è concesso di demandare ad altri, le sue responsabilità, essendo lui stesso, quel Dio. E’ l’uomo, il giudice di se stesso; si assolve e si condanna, si commisera e si esalta. Se il verdetto che, l’uomo, nella sua doppia veste di giudice supremo e imputato, non corrisponde, o non è il risultato di una oggettiva, consapevole valutazione della realtà dei fatti, l’uomo, dicevo, pagherà con il dolore, il prezzo della sua codardia esistenziale .
    Ecco svelato il mistero del libero arbitrio. L’uomo é Dio di se stesso, in quanto, unico e solo parametro, imputato a decidere, arbitrariamente, della sua salvezza e della sua sconfitta.
    Solo così, nonostante il limite della parola (che non è, che l’ombra della verità inespressa), siamo in grado di comprendere il senso della frase: “Decidendo liberamente” e, interpretarla correttamente nel suo significato più nascosto e remoto.

    Del resto, le parole, non sono di alcuna utilità se, la passione della conoscenza e della verità, non abitano il nostro cuore. E’ nella comprensione muta del mistero, che la verità si spoglia da ogni pregiudizio e incomprensione per aprirsi, nuda, al cospetto della nostra anima e, nella spiegazione didattica, che relativizza la sua natura divinatoria e ogni suo presupposto di giustizia.

    Gianni Tirelli

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