Si Fa Presto a Dire ‘Sessantotto’ 14


Raramente lo sento parlare di politica. Marco, simpatico ventisettenne, ha sempre avuto altro per la testa. Così sono rimasto sorpreso quando mi ha detto di aver partecipato alla manifestazione organizzata dal PD al Circo Massimo, qualche settimana fa: singolare, per uno come lui. “Come mai?” gli chiedo. E lui: “Per curiosità”. Appunto: Marco impegnato in politica proprio non ce lo vedevo. E infatti la sua curiosità, come poi mi ha spiegato, era soprattutto di tipo “sociologico”: aveva sentito parlare di un nuovo Sessantotto e voleva provare a starci in mezzo per qualche ora.

Ah, il Sessantotto…. Questo benedetto Sessantotto viene da più parti evocato. Anzi sembra quasi invocato da una parte del paese, quella relegata per altri quattro lunghi anni all’opposizione.

[youtube]http://it.youtube.com/watch?v=_AeOdWA3ijI[/youtube]

Come se il riferirsi ai fatti di quarant’anni fa fosse una sorta di ultima spiaggia e potesse, solo col suo immaginifico richiamo epico, dare anzitempo una spallata ad un governo che, invece, si dimostra granitico ed arrogante.

Io non credo che le odierne manifestazioni – da quella del PD alle occupazioni anti-Gelmini di molte scuole – possano essere neanche lontanamente apparentate al Sessantotto.

Il perché è presto detto: per ripetere il Sessantotto manca l’ingrediente fondamentale: gli ideali. Da noi il Sessantotto arrivò sull’onda lunga delle manifestazioni studentesche americane (Berkeley) che montavano soprattutto in nome del pacifismo contrario all’intervento americano in Vietnam, con tanto di bandiere USA bruciate in ogni dove. Era il tempo in cui Martin Luther King sognava un mondo senza discriminazioni razziali, e proprio in quell’anno venne assassinato. Era il tempo in cui Bob Kennedy si avviava a seguire le orme del fratello JFK e portare alla Casa Bianca la sua faccia da bravo ragazzo amante della giustizia, e proprio in quell’anno venne assassinato. Era l’anno della Primavera di Praga e di Jan Palach immolatosi per la libertà. Erano gli anni di Che Guevara e del Libretto Rosso di Mao. Erano gli anni del Maggio francese, delle cariche della polizia e della liberalizzazione sessuale, dei movimenti femministi. Erano gli anni delle prime “pillole” e delle droghe di massa.

Grande era l’impatto mediatico di quelle proteste, ma nulla in confronto a quello che avrebbe oggi una simile rivoluzione, con i moderni media a supportarla. Allora non c’era internet, né YouTube. Neanche si immaginava un PC. La protesta giovanile viaggiava soprattutto sulle ali della musica. Ricordo Bob Dylan, Joan Baez, Janis Joplin. Ricordo la Fender bianca di Jimi Hendrix a Woodstock che trasformava beffardamente l’inno americano in un urlo disseminato di suoni raccapriccianti che richiamavano le grida disperate degli uccisi sotto i bombardamenti al napalm.

[youtube]http://it.youtube.com/watch?v=R_nO0F4ugss[/youtube]

E in Italia? In Italia si stava esaurendo l’espansione del Boom economico. Ci accodammo immediatamente a quelle istanze di libertà interpretandole a modo nostro. E così quel che nel resto del mondo aveva prodotto la rivalutazione della pace come “valore”, le premesse alla fine di ogni discriminazione, sessuale, razziale o religiosa da noi portò soprattutto  conquiste nel mondo del lavoro (lo Statuto dei lavoratori) ma si protrasse per un altro decennio portando con sé lo stragismo e gli Anni di Piombo.

A sentire confrontare le odierne manifestazioni al Sessantotto viene da sorridere. Manifestare per la pace, per l’uguaglianza dei popoli ed occupare le scuole contro i tagli della Gelmini all’università non sono la stessa cosa. E viene difficile accostare “I have a dream” di Martin Luther King ai rimbrotti della Garavaglia (ministro ombra del PD per l’istruzione) sul maestro unico.

No, niente a che spartire col Sessantotto. Per un nuovo Sessantotto ci vorrebbero rabbia, “fame” di giustizia, condivisione di valori per la cui negazione valesse la pena di incazzarsi, di lottare con le unghie e con i denti. Forse per accenderla, questa voglia, ci vorrebbe che venissero calpestati platealmente i diritti fondamentali. Quello al telefonino, per esempio…  E chissà se anche così basterebbe.

Oggi le nuove generazioni non sono attratte dalla politica. E non so dar loro torto. Quali speranze vengono accese dalla politica nei più giovani? Quale mondo si prospetta loro? Quali valori vengono loro trasmessi? E da quali leader politici?

Il fatto è che un tempo si credeva in qualcosa, si pensava che al modello di civiltà occidentale – che presentava ancora tanti difetti visibili ad occhio nudo – si potesse sostituire qualcos’altro, qualcosa di più vicino agli ideali di liberté, egalité, fraternité. Sappiamo come è finita.

Ora non si crede più in nulla, perché non si intravedono alternative credibili a quello che passa il convento. Così basta poco, un Obama qualsiasi, a farci sperare che qualcosa di diverso si possa fare. Oggi con Obama gli USA hanno un leader che con la sua sola ascesa, prima ancora di aver compiuto un solo atto politico, sembra aver ridato smalto ad una democrazia ultimamente paurosa e ritratta su se stessa. E almeno un po’ si torna a sperare. Per uno così anch’io, alla mia età, potrei andare in piazza, darmi da fare, incazzarmi se occorre. Lo farei perché questo semisconosciuto figlio del sogno americano è riuscito con la sua stessa biografia ad incarnare quello spessore umano e politico che rende possibile intravedere la possibilità di un vero cambiamento.

Il nostro miserevole panorama (politico e non solo) ci offre invece solo mezze figure e tutte abbarbicate alle loro miserevoli posizioni di potere. Così no, non è così che “si può fare”. Perché per fare il Sessantotto non basta incazzarsi e protestare in piazza, non servono slogan precotti. Occorre lasciar intravedere al di là delle parole una possibilità di cambiamento vero. Io – mi spiace immensamente dirlo – in mezzo a tutte le nostre maleodoranti “caste” fatte di corruzione in ogni angolo, di baronie non solo universitarie, di prebende elargite con sotterfugi contabili agli amici degli amici, di evasione fiscale generalizzata (per chi se la può permettere), di posti-chiave nel mondo della finanza, delle imprese, dell’informazione, della sanità, ecc. attribuiti in base al cognome con cui si è nati, questa possibilità di  cambiamento “vero” non riesco proprio a vederla.

Se si vuole davvero “Salvare l’Italia” serve una spinta nuova che coinvolga le coscienze di tutti noi e di ciascuno di noi. Occorre saper vedere oltre il proprio egoismo, saper rinunciare a qualche privilegio, avere la consapevolezza dei propri doveri prima ancora di quella dei propri diritti, sapersi assumere la responsabilità delle proprie azioni. Questo sì, che sarebbe cambiamento vero, quello che non si deve chiedere solo alla classe politica, ma che occorre prima di tutto esigere da se stessi.

Il nuovo Sessantotto, il vento di cambiamento, quello vero, stavolta non dobbiamo aspettarci di trovarlo in piazza. Il nuovo Sessantotto, se c’è, occorre tirarlo fuori da dentro di noi.


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14 commenti su “Si Fa Presto a Dire ‘Sessantotto’

  • Riccardo

    Sapersi assumere la responsabilità delle proprie azioni è un atteggiamento per nulla italiano, condivido il tuo pensiero.
    Forse un modo per migliorare questo aspetto sta prima nell’educazione che si impartisce agli adolescenti e poi nell’esigenza di rigore morale che è propria della maturità.

  • Il Gobb

    Davvero c’è chi paragona queste manifestazioni al ’68? Fenomeni diversi, con motivazioni e meccanismi diversi… non me lo sarei aspettato! Ma quanto siamo approssimativi e qualunquisti? 😀
    D’accordo con quasi tutta la tua analisi.

    Che non si creda più tout court… da prendere con le pinze, come tutte le generalizzazioni.
    Credere poi non penso sia una cosa positiva in sé.
    Ho difficoltà col verbo: credere assomiglia troppo a illudersi.
    Porsi obiettivi realizzabili nell’ottica di una razionale suddivisione della ricchezza è diverso. Significa garantirsi una migliroe e maggiore sopravvivenza, cioè un evidente vantaggio evolutivo. Essere ragionevolmente certi di realizzare certi obiettivi non è credere, è una valutazione sulla base delle proprie possibilità e della propria determinazione.

    Probabilmente non si “crede” più nel senso che indichi tu perché siamo molto, molto più disperati di allora: abbiamo visto che credere non è servito, che il ’68 è stato travolto da un new world order durato a malapena 40 anni che sta già venendo giù per le sue follie strutturali.

    Forse è solo giunto il momento in cui dovremmo prenderci la responsabilità delle nostre azioni, senza intermediari (dio, i superiori gerarchi(ci), il partito di riferimento etc). “Loro” sono quelli che governano il mondo, ma “noi” siamo quelli a cui questo mondo APPARTIENE.

    Probabilmente siamo solo molto, molto più disperati di allora perché abbiamo visto che credere non serve a niente, che il ’68 è stato travolto da un new world order durato a malapena 40 anni, che sta già venendo giù per le sue follie strutturali.

  • lucaspazio

    “Oggi le nuove generazioni non sono attratte dalla politica. E non so dar loro torto.”

    Non sono d’accordo, forse non si é interessati a ció che fa la classe politica, ma anche questo é un “fare politica”. Il menefreghismo e un atto politico che garantisce ai truffaldini al potere il mantenimento dello stesso. Oltre al fatto che il disinteresse per tutto (tranne il telefonino) rende facile l’aumento della povertá e dello “schiavismo” (tramite un meccanismo di feedback positivo)

    “Lo farei perché questo semisconosciuto figlio del sogno americano è riuscito con la sua stessa biografia ad incarnare quello spessore umano e politico che rende possibile intravedere la possibilità di un vero cambiamento.”

    Qui riporto le parole che ho scambiato recentemente con mio padre. Secondo lui anche il nostro Mr. B é stato eletto ed entrato in politica rappresentando il “Sogno Italiano” da suonatore di orchestrina nelle navi da crociera a imprenditore di successo (e gran tr… estimatore di veline). Solo adesso si sta rincitrullendo.
    Alché gli ho risposto, che questo sara anche il sogno dell’Italiano, ma non il mio. Io non voglio un manipolatore al potere, io voglio che chi mi/ci governa sia limpido e cristallino con un senso etico forte. Ed é quello che mi pare Obama. Al ché sempre mio padre mi dice che chissa che anche Obana non abbia fatto le sue concessioni all’etica per arrivare dov’é…anche questo é vero…

    Per il resto sono d’accordo con il senso globale dell’articolo.

  • lucaspazio

    “Oggi le nuove generazioni non sono attratte dalla politica. E non so dar loro torto.”

    Non sono d’accordo, forse non si é interessati a ció che fa la classe politica, ma anche questo é un “fare politica”. Il menefreghismo e un atto politico che garantisce ai truffaldini al potere il mantenimento dello stesso. Oltre al fatto che il disinteresse per tutto (tranne il telefonino) rende facile l’aumento della povertá e dello “schiavismo” (tramite un meccanismo di feedback positivo)

    “Lo farei perché questo semisconosciuto figlio del sogno americano è riuscito con la sua stessa biografia ad incarnare quello spessore umano e politico che rende possibile intravedere la possibilità di un vero cambiamento.”

    Qui riporto le parole che ho scambiato recentemente con mio padre. Secondo lui anche il nostro Mr. B é stato eletto ed entrato in politica rappresentando il “Sogno Italiano” da suonatore di orchestrina nelle navi da crociera a imprenditore di successo (e gran tr… estimatore di veline). Solo adesso si sta rincitrullendo.
    Alché gli ho risposto, che questo sará anche il sogno dell’Italiano, ma non il mio. Io non voglio un manipolatore al potere, io voglio che chi mi/ci governa sia limpido e cristallino con un senso etico forte. Ed é quello che mi pare Obama. Al ché sempre mio padre mi dice che chissa che anche Obama non abbia fatto le sue concessioni all’etica per arrivare dov’é

    …anche questo é vero…

    Per il resto sono d’accordo con il senso globale dell’articolo.

  • Doxaliber

    Ho apprezzato molto questo pezzo, lo condivido in pieno. Cosa strana visto che con Fully di solito discuto per la nostra diversità di vedute. Devo preoccuparmi? :mrgreen:

  • waitagain

    Mi trovo completamente d’accordo con questo pezzo e sarei interessato a proporlo per il giornalino del mio liceo ovviamente citando autore e fonte.

    Le/Ti andrebbe bene fully?

  • F.Maria Arouet

    Il sessantotto é stato in ordine cronologico l’ultimo tentativo di modificare il mondo, per farlo passare da ciò che era a ciò che avrebbe dovuto essere.
    Un’operazione percepita non solo come fattibile, ma addirittura come ineluttabile. Anzi, una pura questione di tempo.
    Il convincimento trovava conforto in opere fondamentali del pensiero, che prendendo le mosse da Hegel e dalla sua idea della storia, passavano attraverso Marx e Engels e il concetto di materialismo storico, per approdare ad Adorno e Marcuse e alla teoria della liberazione.
    Ricordo che “Critica della società repressiva” comincia col mettere in discussione proprio il concetto weberiano secondo cui é la razionalità incarnata a parole e a fatti dal capitalismo, che distingue fondamentalmente la forma occidentale dell’industrializzazione.
    Adorno si chiede: “E questa voi la chiamate ragione?”
    Da lì agli slogan quali “la Cina é vicina”, oppure “la fantasia al potere”, il passo é non solo logico, ma anche breve.
    Ma da allora sono passati quarant’anni e sono accaduti fatti che nessuno, neppure l’idealista più impenitente, può ignorare.
    Gli ordinamenti statali costruiti secondo quel progetto hanno dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio di non essere in grado di funzionare.
    Un po’ come le macchine per volare pensate da Leonardo, il cui fallimento non vuol dire che non si possa volare, ma che sicuramente in quel progetto c’é qualcosa che non va.
    Per ripartire servirebbe un nuovo progetto.
    Cosa non facile. Che neppure si intravede all’orizzonte.
    A meno che non sia vero quel che diceva l’altro giorno Sofri a proposito degli studenti: per ora si sono messi in cammino, per dove lo decideranno strada facendo.

    • Fully

      Grazie per l’utilissimo excursus storico-filosofico (anche perché il solo sentir rinominare Marcuse mi ha ringiovanito di una quarantina d’anni).

      Sul fatto che gli studenti si siano rimessi in cammino ci andrei cauto.
      Innanzi tutto bisogna vedere quanto durerà questa protesta, già mi pare di intravedere una certa “normalizzazione”.
      Poi noto una differenza in più: oggi le manifestazioni degli studenti non sono contro il modello di società (che spesso li vede gioiosamente consenzienti, basti pensare al successo di cellulari, mcdonald, ipod e playstation) ma contro alcuni di specifici provvedimenti del governo che tendono a ridurre e/o razionalizzare la spesa per l’istruzione. Oggi al fianco degli studenti ci sono gli stessi professori, e la protesta assume tutto un altro sapore.

      • F.Maria Arouet

        E come fanno ad essere contro questo modello?
        Per esserlo bisognerebbe avere un modello alternativo da contrapporgli, ma l’unica vera alternativa è fallita.
        Il surrogato maggiormente praticato è l’impegno nel sociale, nobilissimo in sè, però senza sbocco politico.
        A meno che, strada facendo… hai visto mai.
        Le strade della storia sono imperscrutabili, come le vie del signore.
        Del resto non vorremo mica pensare che i giovani d’oggi non abbiano nel loro DNA l’istinto, e la capacità, di dirigersi verso la felicità?

  • Oris

    A chi invocava il sessantotto guardando gli ultimi avvenimenti anche io ho detto di essere stupito della forzatura… ma tant’è… alcuni ci hanno messo anche un pò di rivoluzione francese per arricchire gli addobbi… se si vuole comunicare drammatizzando e arricchendo di vocaboli colti un discorso che potrebbe essere semplice semplice e immediato, agghindando un pero come un abete e dire “vedi l’albero di natale”, visto che la sola ragione non basta, capisco che siano ammesse anche queste cose per dare forza alla “propaganda”. Peccato, vorrei tanto esser uno di quelli che crede, ma ho pochissima attitudine a non pensare con la mia di testa….

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