Sfacelo Scolastico 21


Per un breve periodo della mia vita ho accarezzato l’idea di fare l’insegnante. Va detto che ero molto piccola e che il ruolo del maestro (si, io avevo un maestro maschio, vera rarità all’epoca) mi appariva circonfuso di una magica aura di autorità, rispetto, competenza.

Poi sono cresciuta ed ho fatto altre scelte, tra le quali quella di non mettere al mondo figli. Lo dico subito per non sentirmelo rinfacciare in seguito, visto che vorrei parlare di scuola e vorrei farlo nell’imminenza dell’apertura di un nuovo anno scolastico.

Non ho figli e meno male, perché se li avessi avuti sarei probabilmente incorsa in tutta una serie di querele dopo gli imprescindibili (e direi per lo più inutili) colloqui con gli insegnanti. E non perché sarei stata uno di quei genitori che sostengono le malefatte dei propri pargoli sempre e comunque. No, io sarei stata un genitore vecchio stampo (“mamma, la maestra mi ha messa in punizione…” – “Ha fatto bene, evidentemente te lo sei meritato“), ma avrei preteso per i miei figli degli insegnanti altrettanto vecchio stampo. Dove per vecchio stampo intendo in grado di garantire ai bambini (che sono il nostro futuro, non dovremmo mai dimenticarlo) i mezzi giusti per farsi strada nel mondo. Ma questa garanzia, fatti alla mano, i figli della mia e delle prossime generazioni non l’avranno. Conosco le problematiche legate al lavoro degli insegnanti, al loro precariato, alle difficoltà legate ad un ruolo che non ispira più rispetto né autorità, al quotidiano confronto con bambini e ragazzi che sempre più spesso vedremmo bene come protagonisti di “Il signore delle mosche“.

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La colpa probabilmente non è loro, ma io guardo all’anello più debole di una tragica catena di scaricabarili che finisce per scaricare, appunto, l’esito di una sequenza di inadempienze e incompetenze su chi della scuola dovrebbe essere il massimo, anzi, l’unico fruitore: L’ALLIEVO.

Non sono madre, ma sono zia. Di nipoti ne ho quattro, di età compresa tra i diciotto anni e i sedici mesi. Il maggiore l’ho seguito dalla materna, alle elementari, alle medie, al liceo linguistico che ha terminato quest’anno strappando il diploma di maturità con quella che lui stesso definisce “una rapina con tanto di passamontagna“. Poi c’è la tredicenne che si è fatta onore all’esame per la licenza media e si accinge ad affrontare il liceo scientifico. Quindi c’è la bimba di nove anni, che si appresta a frequentare la quarta elementare mentre la piccolina, per fortuna, potrà restare lontana dalle aule almeno fino ai quattro anni, visto che ha una mamma in grado di occuparsi di lei.

Cosa li accomuna? Le macroscopiche lacune che tutti e tre gli secolarizzati hanno acquisito durante i cinque anni di elementari e che porteranno con sé per tutta la durata della carriera scolastica, anzi, per tutta la vita. Una condanna pesante per degli innocenti.

Mi riconosco che sono troppo giovane per ritrovarmi a dire “ai miei tempi…“, eppure sono costretta a dirlo: ai miei tempi si iniziava la prima elementare ad ottobre (non a settembre come adesso) e prima di Natale ci si faceva un dovere di essere in grado di leggere non dico bene, ma dignitosamente. Oggi non succede e quando lo si fa presente al corpo docenti (una volta c’era una sola maestra, oggi i bambini ne hanno tre o quattro differenziati nei ruoli ma non nei risultati) ti viene risposto che i bambini hanno i loro tempi. I loro tempi? Oggi un bambino di due anni capisce al volo come funziona un telecomando, è in grado di giocare con un computer, risponde al telefonino e, se gli va, cambia pure le suonerie. Ma per leggere ha i suoi tempi?

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La nipotina di nove anni, un giorno, mi mostra tutta orgogliosa il frutto delle sue fatiche, non solo mentali. Infatti trascina a fatica uno zaino abnorme (parlo della terza elementare, non della terza liceo) e ne estrae una messe di quadernoni (non quaderni piccoli, quadernoni formato A4, uno per ogni materia) più una serie di libri (noi avevamo il libro di lettura e il sussidiario, ricordate?). A voler sorvolare sul danno ambientale di tutta quella carta sprecata e sul danno fisico che subisce la schiena di mia nipote ogni santa mattina (perché li deve portare tutti, i quadernoni, anche quelli già finiti, per i confronti) per nove mesi l’anno, la sorpresa peggiore doveva ancora arrivare.

Mi mostra il quadernone di italiano, lo apre e io scorro le pagine, ognuna diligentemente vistata dalla penna rossa della maestrina che si sdilinquisce in Ottimo, Bravissima, Eccellente, complimenti e baci ai pupi. Poi, però, alzo gli occhi sui compiti, sulle parole sempre un po’ teneramente sbilenche tracciate con fatica da quelle manine ancora poco agili… e inorridisco. Verbi avere senza l’acca davanti, doppie dove non andrebbero, niente doppie dove invece vanno, apostrofi sbagliati, virgole e punti inesistenti. Mi trattengo davanti alla piccola, ma mi rivolgo alla mamma.

“Ma la maestra è non vedente o cosa?!”

Mia sorella si stringe nelle spalle.

“Io gliel’ho fatto presente…”

“E lei?”

“Lei ha detto che l’importante non è l’ortografia…”

Una maestra di italiano che dice che l’ortografia non è importante è una contraddizione tale da lasciarmi senza parole. Un caso isolato? E’ mia nipote ad essere tarda? No, ho troppi esempi sotto gli occhi. Ragazzi al liceo che non riescono ad affrontare il latino perché non hanno la più pallida idea di cosa sia l’analisi logica, per non parlare di quella grammaticale. Bambini che non sanno distinguere il congiuntivo dal condizionale (quando non è il passato dal futuro). Allievi delle superiori che chiamati a leggere ad alta voce balbettano come bimbetti dell’asilo.

Un altro caso: il libro dei compiti delle vacanze, usanza barbara che ai miei tempi non usava.

Mi ritrovo con la nipote di turno a dare una mano. Sfogliamo e arriviamo alla pagina delle equivalenze. Ve le ricordate le equivalenze? Una tortura che costringeva a correre su e giù dal metro al millimetro al chilometro al decilitro al quintale.

Mia nipote mi guarda, in attesa di un’imbeccata, come un passerotto nel nido.

“Zia, come si fanno?”

“La maestra non te l’ha spiegato?”

“Ci ha fatto ricopiare la scala (metrica decimale) alla lavagna…”

“E poi?”

“E poi basta.”

Quella stessa maestra, credo quella di matematica, si era vantata di aver portato a termine il programma, ma la mia nipotina non riusciva neanche a capire perché in un metro ci fossero dieci decimetri. Ho dovuto spiegarglielo io.

Di fronte a questi esempi, che credo più diffusi di quanto ci piaccia pensare, tremo al pensiero di cosa aspetta la nipotina più piccola, quella di sedici mesi.

Non so di chi sono le colpe e non voglio puntare il dito. Ma so chi sono le vittime di una scuola ormai del tutto screditata e incapace di trasmettere alcunché: i bambini.

Mi sa che ho fatto bene a non fare figli.


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21 commenti su “Sfacelo Scolastico

  • leo

    Tu non hai figli, io, invece, ne ho due davanti a me che in questo momento stanno facendo i compiti. Le cose che hai detto le ho davanti tutti i giorni e concordo pienamente con ciò che dici.

    Anch'io sono della generazione di quelli che iniziavano il primo di Ottobre e come te mi capita di dire "ai miei tempi..". E ricordo che la stessa cosa diceva mio padre…

    In effetti, già trenta anni fa, la scuola era in decadenza e mentre mio padre era ancora in grado di tradurre dal greco io non credo che oggi riuscirei a fare altrettanto.

    A volte mi vien da pensare che il "rincoglionimento" progressivo della società sia un fatto voluto e pianificato e che se non si inverte in qualche modo la rotta ci aspetta un nuovo medioevo.

  • Atena

    Tutto vero, purtroppo.

    Non vorrei apparire di quegli insegnanti che scaricano sistematicamente sui loro predecessori la responsabilità delle lacune degli studenti.

    Insegno però da 7 anni e in questo breve lasso di tempo, per quanto incredibile sembri, ho già verificato un calo nella preparazione con cui i ragazzi arrivano in primo liceo.

    Ogni anno è sempre peggio ed io mi sono ritrovata ad insegnare l'ortografia ad alunni di 13-14 anni che ormai faticano a correggere errori stratificati; ho dovuto insegnare le coniugazioni dei verbi, il concetto di soggetto e predicato… Spiegando la storia ho constatato che molto spesso non posseggono neppure le nozioni di storia e preistoria, di anni avanti Cristo e dopo Cristo… Potrei continuare.

    Gli insegnanti hanno delle gigantesche responsabilità, ma bisogna anche aggiungere che una percentuale molto alta di famiglie è ben soddisfatta anche così: spesso i genitori sono i primi a svalutare la cultura (oltre che l'istituzione scolastica).

  • Cima

    Due figli anch'io, di cui uno (anzi, una) ancora all'asilo.

    Quest'anno il primo ha iniziato la seconda elementare, e posso dire di condividere molte delle tue affermazioni, anche se addebitavo qualche refuso ortografico all'età della maestra (oggi in pensione).

    Io vorrei però ricordare che non è tutto oro, quello che ci luccica nella memoria.

    Ho quarantaquattro anni, e ho frequentato le elementari più scasciate della storia, ma non credo di essere stato l'unico.

    Primina privata; seconda elementare con un professore giovane che ci insegnò le canzoni degli alpini (La Valsugana…) ma che venne poi chiamato per il servizio di leva; terzo anno,

    maestra; quarto anno, il ritorno del canzoniere, ma solo per metà anno, poi un ennesimo maestro che però abbiamo fortunatamente ritrovato in quinta, con il quale litigavo sulle differenze tra fulmine e lampo (ero un po' presuntuosetto, già).

    Morale della favola: sono arrivato alle medie con delle carenze paurose, colmate solo da onnivore letture e da una famiglia culturalmente attrezzata.

    Per fortuna, alle medie ho avuto dei professori eccellenti (soprattutto quello di Italiano, Latino, Storia e Geografia) ed ho recuperato alla grande.

    Alla grande per modo di dire, perché – dopo un liceo con ottimi risultati – non sono riuscito a laurearmi, e questo magro risultato lo addebito (oltre che alla mia enorme testa di cazzo) al fatto che le scuole da me frequentate non mi hanno dato un metodo di studio adatto all'Università (in certe facoltà puoi essere brillante quanto vuoi, ma se non studi con metodo e costanza hai voglia di sbatterti…).

    Ma che commento lungo e palloso…

  • leo

    Azz, sembra quasi di riconoscermi.. 44 anni, ottimo liceo , università persa per pigrizia, e due figli un pochino piu' grandi.

    Io ho avuto un maestro solo alle elementari. Parlava in dialetto e spesso di politica ( era un ex fascista passato al pci ) . Non era un granché come maestro ma aveva autorità e la scuola, per noi studentelli, era lui. Aveva la bacchetta facile e sapeva farsi odiare, ma quello che mi ha insegnato me lo ricordo ancora oggi. Io che sono abruzzese le provincie della Lombardia me le ricordo tutte, mia figlia, che ha dodici anni, ancora non ha capito cosa siano.

    Anche alle medie i professori non erano all'altezza, ma la società negli anni settanta era profondamente diversa. Nei bar non si parlava di calcio ma di politica, ed alle superiori se non sapevi la differenza tra Marx e Nietzsche eri spacciato. Eri quasi obbligato a leggere ed a informarti anche perché, senza un minino di cultura ed idee, non si rimorchiava nemmeno.

    Poi è arrivato il reflusso e l'edonismo reganiano, le discoteche e la tv commerciale, i jeans firmati e le veline,.. ed è passato il concetto ( appogiata da certa psicologia da talk show) che nella vita bisogna fare ciò che piu' ci aggrada fregandocene del resto.

  • silvio

    Per lavoro parlo spesso con ragazzi tra i 19 e i 25 anni. Ogni volta rimango esterrefatto. Molti di loro, troppi, non sono capaci di esprimere frasi di senso compiuto. Spesso sono io che, sapendo di cosa vogliono parlarmi, costruisco le frasi in loro vece utilizzando gli sgangherati frammenti che escono dalla loro bocca.

    Un giorno un ragazzo venne a chiedermi una cosa che sapeva benissimo di non potermi chiedere. Non accettò il mio fermo diniego. Gli spiegai, anche se le sapeva già, le motivazioni del mio rifiuto. Mi aspettavo che ribattesse accampando le tipiche scuse all'italiana. Invece replicò, con un piglio altrettanto italico, pretendendo "favori" che, secondo lui, gli spettavano per il suo particolare ruolo. A quel punto potevo villanamente sbatterlo fuori, invece scelsi di portarlo sulla via del ragionamento. Fu un disastro. Prima si inalberò perché avevo usato l'incomprensibile espressione "diritti e doveri" (!!!). Poi, del tutto nel pallone, iniziò a parlare a vanvera, buttando là parole di cui, considerato il modo con il quale le mescolava, non conosceva neanche il significato.

    Gente, l'analfabetismo è vivo e lotta contro di noi.

  • Marco il buono

    Il rincoglionimento di cui parla Leo è assolutamente voluto.

    Altrimenti come ti spieghi Berlusconi eletto e Corona in ogni dove?

    Fino a pochi anni addietro avevamo le migliori elementari del mondo, non scherzo venivano a studiarle dall'estero, perchè cambiarle? Chi è il colpevole. I colpevoli sono i Ministri che si sono succeduti per rendere netto il divario tra chi comanda e chi viene comandato.

  • ASSU

    Ciò che Laura scrive, purtroppo, è la realtà spiattellata davanti ai nostri occhi. Ho quarant’anni e una figlia di diciassette. Questo significa che nel giro di un numero non molto vasto di anni ho percorso e ripercorso tutte (o quasi: mia figlia è ancora al liceo) le tappe scolastiche. Ho avuto la fortuna – a quanto pare piuttosto diffusa fra quelli della mia generazione – di avere un’ottima maestra. Non è solo in questa occasione che affermo di “dipendere da lei”, di “essere una sua creatura”. Grazia Palmieri era una specie di generale che godeva della stima di tutti. E se la meritava. La grammatica (solo per fare un esempio) ce l’ha ficcata in testa a suon di spiegazioni, esempi, battute, ripetizioni (a casa sua, qualora occorresse), bacchetta punitiva, esercizi, allegorie, eccetera.

    Quindi, io, una domanda me la faccio: questi insegnanti "di oggi" che andiamo – giustamente – criticando, in fondo, appartengono alla nostra generazione, o giù di lì. Gli altri li giudichiamo “vecchio stampo”. E allora, non sarà la nostra generazione ad avere qualche “nota” in meno? Siamo noi, in fondo, quelli che scrivono un italiano spesso incerto, quando non osceno, dimenticando la differenza fra un accento e un apostrofo, scordandoci che c’è un accento acuto e uno grave, che “certe paroline” vanno accentate. Oppure abusando degli accenti. Le doppie sono una diretta conseguenza del dialetto, così qualcuno ne abusa e altri le risparmiano. UN è il grande sconosciuto: (un’uomo, un’impegno, un’insulto).

    Insomma, il mio scopo non è correggere con la matita rossa, ma riflettere insieme: perché non siamo capaci di insegnare? Possibile che sia tutta colpa del “sistema”? Sosteniamo – giustamente – di aver avuto insegnanti buoni o discreti. E allora perché non siamo capaci di insegnare come loro, quanto loro, con la stessa passione? Tutta colpa della “nuova generazione”? Anche quando hanno sei anni e sono tutti ansiosi di imparare?

    assu

  • leo

    Alt, al tempo! Non credo che qualcuno, qui, stia dando la colpa alle nuove generazioni.

    Le nuove generazioni sono solo l'effetto. La colpa è di tutti. Genitori in primis.

    Preferiamo allevare i nostri figli affidandoli a madame Television, cosi non frignano; gli compriamo il cellulare a otto anni perché così pensiamo di tenerli piu' sotto controllo e poi non possono essere da meno dei loro amichetti; li proteggiamo dagli insegnanti troppo severi perché i nostri pargoli sono intelligenti ed istruiti per diritto di nascita; ed alla fine li mandiamo tutti all'università perché una laurea non si nega a nessuno. Ai danni che produciamo noi come genitori si aggiungano quelli della scuola così come è adesso. Le elementari con piu' maestri(e) hanno distrutto la percezione dell'istituzione Scuola nei bambini. La riduzione del ruolo dell'insegnante a mero "posto di lavoro" è ormai percepita dagli studenti e questo li mette in condizioni di ricatto verso i professori.

    Aggiungiamo i guasti della società: il mito della velina e del calciatore, il sesso come divertimento e status sociale, il "guardonismo" generalizzato dei media, il brand che fa(da) personalità, il consumo di beni di inutilità, ……

    Non è colpa delle nuove generazioni. L'uomo è una macchina economica: tra due strade sceglie la piu' breve e purtroppo oggi hanno una marea di strade… forse troppe.

  • Atena

    Per rispondere ad Assu.

    Mi sono fatta l'idea che la generazione di coloro che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni abbia reagito all'educazione severa, anche dura, che ha ricevuto, ribaltando completamente il sistema educativo nella direzione del permissivismo. Così, a quello che forse era un eccesso, si è sostituito spesso un eccesso opposto.

    Mi sembra anche che la generazione degli attuali 30enni stia cercando di reagire, improntando l'educazione di figli e studenti a maggiore rigore; ma in realtà siamo pochi, proprio perché in molti casi ci sono mancati i buoni insegnamenti e stiamo risalendo la china da soli.

  • ASSU

    Atena, siete pochi perché siete venuti dopo: si iniziava a parlare di controllo delle nascite. Noi eravamo già nati. Sai come si dice: chi prima arriva ha il posto migliore. E sai cosa penso? Che tu abbia fatto una riflessione intelligente, forse sbagliando la derivazione: in fondo non abbiamo ricevuto un’educazione così severa! Abbiamo cominciato a masticare i frutti del terziario avanzato, cosicché – in fondo – siamo stati i primi “benestanti”. Abbiamo cominciato a masticare i frutti del diritto allo studio, cosicché – in fondo – siamo stati i primi “istruiti di massa”. Abbiamo cominciato a masticare i frutti della politica di alla manda picone, cosicché – in fondo – siamo stati i primi “rassegnati”. Abbiamo cominciato a masticare i frutti del femminismo, cosicché – in fondo – siamo stati i primi in “classe mista”. Eccetera. Siamo stati i primi di un sistema evolutivo che non siamo riusciti a far progredire. Tutto era già iniziato, nel bene e nel male e noi – in fondo – ci siamo pigliati il nostro bel catino d’argento (non d’oro o platino ché benestanti non significa ricchi) e ci siamo lavati le mani nell’acqua che in superficie sapeva di lavanda e giù, nel fondo, nascondeva un marcio in nascere. Abbiamo delegato. Abbiamo delegato tutto: la politica, il sociale, la cultura. Quando mi “arruolai”, a quindici anni, fra i giovani comunisti (tanto per fare un esempio, per i giovani democristiani non era diverso) fui considerata, dai miei coetanei, una diversa, una che “vuole apparire”. E ci credevano sul serio che fosse solo per apparire. Non c’era cattiveria. Ignoranza? Non credo. Piuttosto penso si trattasse di disinteresse, delega assoluta del tutto. Bastava – in fondo – l’esserci per fare ciò che ci era consentito per diritto di nascita.

    La scuola? Temo – e lo temo a costo di impopolarità oggi, e sul web in particolare, così temuta – che di quei bravi insegnanti che citiamo, decantiamo, inneggiamo, non sia rimasto – dentro – un bel niente. O assai poco. Quel poco che è bastato a conseguire una laurea, forse. Ma l’incapacità a lottare, conquistare, saldare e consolidare – troppo diffusa fra quelli della mia generazione – non ha consentito altro.

    Non sono di quelli che pensano che insegnare sia una vocazione. Insegnare è un mestiere. Si fa. Si gestiscono le priorità e le criticità esattamente come il tornitore fa con il tornio, il bancario con la contabilità, il pubblicitario con la strategia… E si gestiscono nella contingenza, per quanto critica.

    Non ce l’ho con gli insegnanti, s’intenda. Io stessa, quando ero ancora all’università, ho insegnato. Ma è ora che capiscano che sono “lavoratori” e non “privilegiati”. Il tempo ha livellato il grado culturale insegnante-genitore. Il confronto è alla pari. Non è più come quando andavamo a scuola noi. Ricordo mia madre – nonostante i miei voti fossero altissimi – sempre in atteggiamento remissivo, vittima di quel senso di inferiorità che – oggi – non ha più senso. M’infastidiva allora. Non potrei tollerarlo oggi.

    Non so, Atena, se i trentenni stiano assumendo un atteggiamento differente. Studio, ogni giorno, i segmenti di target e non l’ho ancora notato. Forse qualcuno lo fa. Ma qualcuno lo faceva anche fra noi. E allora, ribadisco ciò che dico sempre a mia figlia: ho avuto la fortuna di dover lavorare per studiare. Forse questo è mancato alla mia generazione per sentire lo stimolo ad una evoluzione sana, in grado di rafforzare le schiene e selezionare, naturalmente, quelle più portate ad altre attività. Il diritto allo studio è una cosa seria, come ogni diritto dovrebbe essere. Va conquistato e alla fine i conti avrebbero dovuto tornare. Ma non contano e le nuove generazioni, così criticate (forse non qua, Leo, anche se neppure troppo fra le righe io l’ho letto), stanno pagando la conseguenza.

  • kuoa

    non so se insegnare sia una vocazione, ma sono convinta che chi decide di intraprendere questa professione debba essere consapevole dell'importanza del ruolo che svolge nella vita degli alunni. Sono convinta che un buon insegnante debba pensare all'alunno come al soggetto da far maturare e non come ad un contenitore da riempire di nozioni, debba insegnare i metodi del ragionamento, la storia delle varie discipline, cioè come si è arrivati alle scoperte non tacendo gli errori, spiegare processi e cause degli avvenimenti così da fornire degli spunti per riflessioni personali. sono convinta che per fare tutto ciò l'insegnante debba essere appassionato alla materia insegnata ed avere rispetto per chi gli sta di fronte, anche se l'alunno ha l'espressione annoiata di chi non ha ancora compreso l'importanza di essere lì. L'insegnamento è un lavoro, ma è un lavoro che non può avere come stimolo unicamente la busta paga, gli stimoli devono essere gli alunni. nella mia cariera scolastica ho incontrato fortunatamente bravi professori, ma molti erano sfaticati, entravano in classe ogni mattina per costrizione avendo l'unico interesse di segnare come trattato l'argomento in programma non dando importanza a chi poneva domande per avere chiarimenti e alcuni avevano lacune mostruose nelle proprie materie. c'è stato chi ha permesso a 20 persone di non sapere nulla di storia e filosofia per un anno e ha consigliato ad una delle alunne interessate a quelle materie di coltivare i propri interessi al di fuori dell'ambito universitario indirizzandola alla professione di casalinga solo perchè timida e taciturna in classe. fortunatamente non è stata ascoltata. però sono ottimista, molti universitari, forse perché ancora sui banchi, sembrano accorgersi che non tutti sono portati per l'insegnamento conoscendo le responsabilità a cui andrebbero incontro e chi adesso è alle prime armi in quel lavoro l'ha fatto quella scelta e non è la professione di ripiego

  • Atena

    Insegnare è un mestiere, senza dubbio. Ma ha delle caratteristiche peculiari che non si devono dimenticare. Il maestro e il professore, come il medico, l'infermiere, lo psicologo…, hanno delle responsabilità molto grosse e un compito delicatissimo. Non hanno a che fare con macchinari, hanno a che fare con persone, per giunta gli insegnanti devono confrontarsi con giovani e giovanissimi, con i quali bisogna saper entrare in contatto attraverso i giusti canali. Altrimenti nessun insegnamento passerà mai.

    Per il resto, ringrazio Assu per le sue precisazioni perché mi hanno aperto uno spaccato di vita di anni in cui non ero ancora nata o ero troppo piccola.

    Sono considerazioni sulle quali voglio meditare con calma.

  • cinzia

    ah… mi invitate a nozze. Sarò breve sul 'ai miei tempi', basti dire che al liceo scientifico mi si permetteva di adottare il trattino al posto dei segni di punteggiatura (e ancora, nei miei libri, la punteggiatura è ciò che mi crea più problemi). D'altro canto ai tempi di mia madre (anni 80, mia madre dico) spesso si faceva solo fino al primo ginnasio e con il metodo mnemonico, poi sconsigliato da 'avveduti' studiosi, col risultato che la mia mamma (sempre di anni 80) nel corso della sua vita ha preparato studenti alla laurea e al diploma, ha fatto salire il mio voto in latino da 4 a 7, e in questo momento prepara mia figlia (anni 11) in francese e inglese (studiati da mia madre dai 12 ai 14 anni, cioè per due anni, privatamente) e in grammatica e analisi logica. Perché lei e non io, vi chiederete, che sono uscita dal liceo con 56 su 60? Perché non ricordo assolutamente nulla. Meriti del non studiare a memoria, evidentemente. Detto ciò, meno brevemente di quanto avrei desiderato, è chiaro che i problemi non stanno tutti di qua o di là, vanno giustamente e criticamente spartiti (se si vuole concludere qualcosa). Agli insegnanti spetta un esame di coscienza, certo (non a tutti, però) e così ai genitori. Vi chiedete perché i ragazzi non sappiano scrivere o leggere ma sappiano invece usare il telecomando e il telefonino? Bisogna chiedersi: quanti telefonini abbiamo in casa? e televisori? e pc? i ragazzi possono farne liberamente uso? Quante ore (ah, l'esempio… l'esempio!) vedono i genitori davanti a questi mezzi di comunicazione? Non spererete mica che un bambino-adolescente-giovane si diverta di più a studiare che a chattare, mi auguro. Sarebbe anormale, non facciamo ipocrisia; noi, semplicemente, non avevamo questi diversivi divertenti ( e infatti eccoci qui, a 40 anni suonati a vegetare davanti a un pc). Dunque regola nr 1: levategli senza indugio tutto ciò.

    regola nr 2: dategli un orario per studiare e controllate che abbiano studiato davvero.

    regola nr 3: a letto dopo carosello, se vogliono star svegli possono sempre leggere un libro (sempre che abbiano mai visto qualcuno farlo, nella loro vita)( e vi assicuro che non è così comune)

    regola nr 4: il professore ha sempre ragione e così mamma e papà

    regola nr 5 (per voi) siate coraggiosi: se l'insegnante di vostro figlio non funziona non limitatevi a bofonchiarlo in cortile ma andate a dirlo al dirigente (difficile, vero? eh, ma si fa così se si vuole un miglioramento)

    potrei continuare ma devo far le faccende (mi aspetta la scuola), scommetto che le altre regole potete indovinarle da soli; so di aver detto banalità che sono grandi verità e lo sappiamo tutti noi (genitori, io lo sono, e insegnanti, io lo sono). Quello che davvero non funziona più è la società, è l'educazione generale (come aspettarsi degli insegnanti alieni?mi chiedo)(ché poi sono sottopagati e picchiati e derisi, aggiungo).Una società che vuole la scuola come impresa, la scuola obbligata a cercare allievi, a promuovere, a fornire 'alternative' allettanti come fosse un circo…. come fosse una rete tv, oserei, dopo che fa? si lamenta?; un mondo fatto di apparenza, moda, soldi e mancanza di 'no' e di sacrifici, pretende una scuola del sacrificio(dell'insegnante, ovviamente)? ma siete davvero sicuri che la colpa sia tutta della scuola? Non fa comodo demandare?

    Io ho a che fare con i genitori tutti i giorni. genitori che vogliono spostare le ore di scuola (violino, nel mio caso) perché c'è: la palestra, gli scout, la piscina, il coro e i compiti poi? sono troppi, troppi. Ieri, incontro informativo con le prime: mamma: Il violino non lo compro… mica deve continuare.

    io: Scusi ma come può dirlo a inizio d'anno

    mamma: ma si sa… i ragazzini sono così, le passioni gli durano un mese… quindi che lo compro a fare il violino…

    io: credo abbia sbagliato insegnante, signora e credo che stia sbagliando anche educazione con suo figlio e comunque, mi pare ovvio, se non gli compra il violino difficilmente potremo farne un violinista.

    Mamma: comunque i soldi (60 euro) non li ho, ho già comprato i libri di scuola.

    io: bene, la scuola presterà lo strumento, faccia la richiesta al dirigente.

    Superfluo aggiungere che la mamma era ben vestita, truccata, parrucchierata (al contrario di me), telefonino-automobile munita e stupida, molto stupida. L'eccezione? bah… un po' come i professori incapaci… ce la giochiamo alla pari. però, però… i figli: sono nostri. esame di coscienza per tutti, dunque. Altrimenti mi sa che si nasconde la testa come lo struzzo.

  • Atena

    Cara Cinzia, sono sostanzialmente d'accordo con te su tutto.

    Aggiungo solo una postilla.

    L'aria che si respira in famiglia è molto importante, come tu stessa dici: l'esempio è fondamentale. Io sono stata fortunata: sono figlia di due insegnanti che hanno lavorato con passione e coscienza per tutto l'arco della loro carriera e che hanno abituato noi figli ad amare il sapere come fosse una cosa naturale, non una sovrastruttura. Lo stesso sto facendo io adesso col mio bambino, che ha solo 3 anni ma già adora sfogliare i libri e ascoltare storie sempre nuove che poi ricorda e cerca di ripetere; inoltre conosce già più della metà dell'alfabeto e conta fino a 10 e queste cose le ha apprese in breve tempo, come fosse un gioco, durante le nostre lunghe passeggiate: e adesso si ferma ad ogni targa di auto per recitarmi i caratteri che riconosce.

    Laddove la famiglia in questo senso è carente (e non è sempre una "colpa"!), dovrebbe pensarci la scuola. Su questo versante, io sono stata molto sfortunata: al liceo e all'università non ho imparato quasi niente: quello che so deriva dagli insegnamenti della famiglia e da uno studio personale molto intenso che continua a tutt'oggi. Spero che mio figlio avrà migliore fortuna, anche se coi tempi che corrono mi sembra difficile. E questo mi fa rabbia, pensando ai bambini meno seguiti del mio che forse non saranno mai spronati a tirare fuori i propri talenti.

  • cinzia

    Atena, io aggiungo però che la scuola dei miei tempi era pure peggio in termini di stimoli… Francamente ciò che trovo davvero cambiato è la società, la tv (ma ricordate i concerti, il teatro che c'era una volta?), i politici, le star… esempi, esempi sbagliati ovunque.

  • Atena

    La scuola perfetta non esiste, la perfezione non ci appartiene.

    L'ideale sarebbe un giusto mezzo tra il "nozionismo" di una volta e l'impostazione moderna più "critica". Però… Sulle conoscenze si può costruire qualunque cosa, una critica senza basi concrete è aria fritta…

  • ASSU

    Mio padre è sempre stato un grande lettore. Ogni flashback che lo incornici nei miei ricordi, lo inquadra con la sigaretta in bocca e un libro in mano. Storia complessa la sua: botte (ma botte da orbi!) per essersi iscritto – rigorosamente di nascosto e d’accordo col maestro – tal Peticchio, ch’io non ho mai conosciuto che dai suoi racconti – che aveva ottenuto un permesso speciale affinché frequentasse la scuola in orari compatibili col lavoro. Grande lettore. Grande appassionato di storia e di gialli. Eppure, Cinzia, sono persuasa che non sia dipeso da lui la piacevolezza che provo nella lettura. Piuttosto – credo, io – è stata la scoperta, la ricerca mia personale, la voglia di andare al di là di ciò che mi circondava e quella sensazione di poterlo fare solo attraverso i libri. Poi, crescendo, ho capito che potevo essere la protagonista di storie reali e ho cominciato a vivere.

    Ciò che intendo è che, pur condividendo l’esigenza di “dare l’esempio” e, soprattutto – aggiungo – di coerenza (era Gaber, mi pare, che diceva: non educate i figli, abbiate un comportamento coerente con i vostri insegnamenti), penso che si sia assistito, negli ultimi tempi, a un esubero. Libri per bambini di zero anno. Libri per bambini da 1 a 3 anni, da 3 a 6 e via dicendo. Ecco, credo forte l’esigenza di un ridimensionamento equilibrante. Questa tempesta di libri che viene rovesciata addosso ai bambini in età di gioco è un abuso tanto quanto la televisione e la pubblicità. Né il bambino ha la possibilità di distinguere il libro dal gioco, giacché – per ragioni di età – lo percepisce alla stessa stregua. Impara, certo, a sfogliare un libro e – per emulazione, qualora abbia genitori appassionati di lettura – lo farà con una certa regolarità. Si è così ottenuto l’atteggiamento del lettore, non il lettore. Le conseguenze, a mio avviso, sono gravi: adolescenti che conservano nei confronti dei libri quello stesso atteggiamento. Indubbiamente è importante che in casa vi siano libri. Ma è fondamentale che il bambino vi si avvicini spontaneamente, seguendo il proprio istinto e la curiosità che suscita – magari – una copertina, un font, un colore. E se anche non avvenisse a quattro cinque anni, non cade il mondo. Mi sorprendo sempre quando fra chiacchiericci vari le madri (soprattutto loro) gareggiano sulla quantità di libri dei propri figli. Chissà – mi domando, sempre – se hanno letto anche loro, se ne hanno discusso coi bambini, se è stata una loro scelta o una scelta dei loro figli. Allo stesso modo non condivido l’imposizione dei “classici” agli adolescenti. La passione per la lettura non può nascere da un’imposizione. Può nascere da qualsiasi libro, fosse anche una collana che non condividiamo per le tematiche frivole. I classici arriveranno a un certo punto. Lasciamo che questi ragazzi leggano ciò che vogliono, per avvicinarsi spontaneamente alla lettura. Leggiamo anche noi, magari. Troviamo spunti di riflessione e discussione con i nostri figli, parlando un linguaggio a loro più vicino, di più facile decodificazione. I classici, arriveranno. Per chi ama leggere, arrivano sempre. E se non dovessero arrivare, forse – dico forse – dovemmo iniziare a pensare a un mondo evoluto in una direzione diversa da quella che ci immaginavamo. Siamo stati noi – in fondo – a far sì che si arrivasse fin qui. Oppure vogliamo salire tutti sul pulpito e dare la colpa alla televisione, alla pubblicità ai cattivi costumi? Come se non ci riguardasse. Come se finora avessimo vissuto su Marte.

  • Atena

    @ Assu

    Hai risposto a Cinzia, ma l'argomento tocca anche me.

    Mio figlio si è incuriosito ed appassionato ai libri seguendo l'esempio di un cuginetto di poco più grande ed io ho colto l'occasione al volo.

    Mi piace il suo approccio con il libro: si interessa alle immagini e alle storie ed io mi accorgo che si emoziona, a volte anche molto intensamente, ad ascoltare i racconti. Io per ora sono quasi sempre accanto a lui quando tiene in mano un libro, per guidarlo e per condividere con lui questa esperienza; come faccio, d'altra parte, anche con la tele.

    Mi ha molto colpito anche l'attenzione che mio figlio ha per l'oggetto-libro, tanto da cercare di non sciuparlo: questa cura è nata in lui spontanea, senza che io gli abbia detto nulla, probabilmente perché ha visto me maneggiare i miei libri come tesori.

    Mi sembra tutto molto sano, anche perché resta sempre tanto tempo anche per il gioco nel senso più tradizionale del termine.

    Delle età intermedie non ho esperienza diretta recente, ma insegno agli adolescenti e per quanto li riguarda ho le idee piuttosto chiare.

    Pochissimi leggono (anche solo fumetti) perché travolti dal vortice delle nuove tecnologie. Eppure non pochi si appassionano quando sono "obbligati" a leggere i 4/5 romanzi che assegno loro durante un anno scolastico. Naturalmente cerco di scegliere titoli accattivanti, che possano coinvolgerli (e al tempo stesso insegnare qualcosa: devo anche svolgere il mio mestiere di prof. in senso stretto), ma riesco anche ad infilare qualche classico del Novecento qua e là.

    Ascolto i ragazzi parlare dei romanzetti sentimentali o fantastici che leggono (nei rari casi in cui ciò accade) per conto proprio e cerco di non svalutarli mai, dando però loro allo stesso tempo l'idea che esiste anche altro, più impegnativo certamente, ma non per questo noioso o inutile.

    La passione per la lettura non può nascere da un'imposizione, hai ragione. Ma a volte l'imposizione (ma la parola non mi piace!) è stata per i miei allievi illuminante. E tra un classico e qualche lettura più leggera hanno scoperto un nuovo interesse e sono cresciuti ("Cecità" di Saramago, che amo moltissimo, me l'ha fatto scoprire un mio studente quindicenne…).

  • cinzia

    di corsissima, ho pensato che il punto in cui dico: massimo rispetto ai professori, è attualmente il meno seguito proprio dai genitori e dalla gente in generale che contro la scuola, e quei fannulloni degli insegnanti, si scaglia. Questo dequalifica l'insegnante (già visto come uno sfigato: povero e dedito alla lettura, evidentemente per mancanza di soldi che gli permettano di far cose più interessanti agli occhi dei giovani) e demotiva chi, solo attraverso il rispetto e il fascino (non potendo più bacchettare, come si faceva ai miei tempi), può sperare di ottenere l'attenzione.Quando dico Il prof ha sempre ragione lo dico perché nell'errore è giusto così.

  • Silent Enigma

    ASSU: "ho avuto la fortuna di dover lavorare per studiare.". E non aggiungo altro.

    Atena: "e adesso si ferma ad ogni targa di auto per recitarmi i caratteri che riconosce." Bello, mi ci riconosco.

    Ma che discussione interessante, grazie

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