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Sfacelo Scolastico



Per un breve periodo della mia vita ho accarezzato l’idea di fare l’insegnante. Va detto che ero molto piccola e che il ruolo del maestro (si, io avevo un maestro maschio, vera rarità all’epoca) mi appariva circonfuso di una magica aura di autorità, rispetto, competenza.

Poi sono cresciuta ed ho fatto altre scelte, tra le quali quella di non mettere al mondo figli. Lo dico subito per non sentirmelo rinfacciare in seguito, visto che vorrei parlare di scuola e vorrei farlo nell’imminenza dell’apertura di un nuovo anno scolastico.

Non ho figli e meno male, perché se li avessi avuti sarei probabilmente incorsa in tutta una serie di querele dopo gli imprescindibili (e direi per lo più inutili) colloqui con gli insegnanti. E non perché sarei stata uno di quei genitori che sostengono le malefatte dei propri pargoli sempre e comunque. No, io sarei stata un genitore vecchio stampo (“mamma, la maestra mi ha messa in punizione…” – “Ha fatto bene, evidentemente te lo sei meritato“), ma avrei preteso per i miei figli degli insegnanti altrettanto vecchio stampo. Dove per vecchio stampo intendo in grado di garantire ai bambini (che sono il nostro futuro, non dovremmo mai dimenticarlo) i mezzi giusti per farsi strada nel mondo. Ma questa garanzia, fatti alla mano, i figli della mia e delle prossime generazioni non l’avranno. Conosco le problematiche legate al lavoro degli insegnanti, al loro precariato, alle difficoltà legate ad un ruolo che non ispira più rispetto né autorità, al quotidiano confronto con bambini e ragazzi che sempre più spesso vedremmo bene come protagonisti di “Il signore delle mosche“.

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La colpa probabilmente non è loro, ma io guardo all’anello più debole di una tragica catena di scaricabarili che finisce per scaricare, appunto, l’esito di una sequenza di inadempienze e incompetenze su chi della scuola dovrebbe essere il massimo, anzi, l’unico fruitore: L’ALLIEVO.

Non sono madre, ma sono zia. Di nipoti ne ho quattro, di età compresa tra i diciotto anni e i sedici mesi. Il maggiore l’ho seguito dalla materna, alle elementari, alle medie, al liceo linguistico che ha terminato quest’anno strappando il diploma di maturità con quella che lui stesso definisce “una rapina con tanto di passamontagna“. Poi c’è la tredicenne che si è fatta onore all’esame per la licenza media e si accinge ad affrontare il liceo scientifico. Quindi c’è la bimba di nove anni, che si appresta a frequentare la quarta elementare mentre la piccolina, per fortuna, potrà restare lontana dalle aule almeno fino ai quattro anni, visto che ha una mamma in grado di occuparsi di lei.

Cosa li accomuna? Le macroscopiche lacune che tutti e tre gli secolarizzati hanno acquisito durante i cinque anni di elementari e che porteranno con sé per tutta la durata della carriera scolastica, anzi, per tutta la vita. Una condanna pesante per degli innocenti.

Mi riconosco che sono troppo giovane per ritrovarmi a dire “ai miei tempi…“, eppure sono costretta a dirlo: ai miei tempi si iniziava la prima elementare ad ottobre (non a settembre come adesso) e prima di Natale ci si faceva un dovere di essere in grado di leggere non dico bene, ma dignitosamente. Oggi non succede e quando lo si fa presente al corpo docenti (una volta c’era una sola maestra, oggi i bambini ne hanno tre o quattro differenziati nei ruoli ma non nei risultati) ti viene risposto che i bambini hanno i loro tempi. I loro tempi? Oggi un bambino di due anni capisce al volo come funziona un telecomando, è in grado di giocare con un computer, risponde al telefonino e, se gli va, cambia pure le suonerie. Ma per leggere ha i suoi tempi?

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La nipotina di nove anni, un giorno, mi mostra tutta orgogliosa il frutto delle sue fatiche, non solo mentali. Infatti trascina a fatica uno zaino abnorme (parlo della terza elementare, non della terza liceo) e ne estrae una messe di quadernoni (non quaderni piccoli, quadernoni formato A4, uno per ogni materia) più una serie di libri (noi avevamo il libro di lettura e il sussidiario, ricordate?). A voler sorvolare sul danno ambientale di tutta quella carta sprecata e sul danno fisico che subisce la schiena di mia nipote ogni santa mattina (perché li deve portare tutti, i quadernoni, anche quelli già finiti, per i confronti) per nove mesi l’anno, la sorpresa peggiore doveva ancora arrivare.

Mi mostra il quadernone di italiano, lo apre e io scorro le pagine, ognuna diligentemente vistata dalla penna rossa della maestrina che si sdilinquisce in Ottimo, Bravissima, Eccellente, complimenti e baci ai pupi. Poi, però, alzo gli occhi sui compiti, sulle parole sempre un po’ teneramente sbilenche tracciate con fatica da quelle manine ancora poco agili… e inorridisco. Verbi avere senza l’acca davanti, doppie dove non andrebbero, niente doppie dove invece vanno, apostrofi sbagliati, virgole e punti inesistenti. Mi trattengo davanti alla piccola, ma mi rivolgo alla mamma.

“Ma la maestra è non vedente o cosa?!”

Mia sorella si stringe nelle spalle.

“Io gliel’ho fatto presente…”

“E lei?”

“Lei ha detto che l’importante non è l’ortografia…”

Una maestra di italiano che dice che l’ortografia non è importante è una contraddizione tale da lasciarmi senza parole. Un caso isolato? E’ mia nipote ad essere tarda? No, ho troppi esempi sotto gli occhi. Ragazzi al liceo che non riescono ad affrontare il latino perché non hanno la più pallida idea di cosa sia l’analisi logica, per non parlare di quella grammaticale. Bambini che non sanno distinguere il congiuntivo dal condizionale (quando non è il passato dal futuro). Allievi delle superiori che chiamati a leggere ad alta voce balbettano come bimbetti dell’asilo.

Un altro caso: il libro dei compiti delle vacanze, usanza barbara che ai miei tempi non usava.

Mi ritrovo con la nipote di turno a dare una mano. Sfogliamo e arriviamo alla pagina delle equivalenze. Ve le ricordate le equivalenze? Una tortura che costringeva a correre su e giù dal metro al millimetro al chilometro al decilitro al quintale.

Mia nipote mi guarda, in attesa di un’imbeccata, come un passerotto nel nido.

“Zia, come si fanno?”

“La maestra non te l’ha spiegato?”

“Ci ha fatto ricopiare la scala (metrica decimale) alla lavagna…”

“E poi?”

“E poi basta.”

Quella stessa maestra, credo quella di matematica, si era vantata di aver portato a termine il programma, ma la mia nipotina non riusciva neanche a capire perché in un metro ci fossero dieci decimetri. Ho dovuto spiegarglielo io.

Di fronte a questi esempi, che credo più diffusi di quanto ci piaccia pensare, tremo al pensiero di cosa aspetta la nipotina più piccola, quella di sedici mesi.

Non so di chi sono le colpe e non voglio puntare il dito. Ma so chi sono le vittime di una scuola ormai del tutto screditata e incapace di trasmettere alcunché: i bambini.

Mi sa che ho fatto bene a non fare figli.

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Laura Costantini
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Comments

21 Risposte a “Sfacelo Scolastico”
  1. leo scrive:

    Tu non hai figli, io, invece, ne ho due davanti a me che in questo momento stanno facendo i compiti. Le cose che hai detto le ho davanti tutti i giorni e concordo pienamente con ciò che dici.
    Anch’io sono della generazione di quelli che iniziavano il primo di Ottobre e come te mi capita di dire “ai miei tempi..”. E ricordo che la stessa cosa diceva mio padre…
    In effetti, già trenta anni fa, la scuola era in decadenza e mentre mio padre era ancora in grado di tradurre dal greco io non credo che oggi riuscirei a fare altrettanto.
    A volte mi vien da pensare che il “rincoglionimento” progressivo della società sia un fatto voluto e pianificato e che se non si inverte in qualche modo la rotta ci aspetta un nuovo medioevo.

  2. Atena scrive:

    Tutto vero, purtroppo.
    Non vorrei apparire di quegli insegnanti che scaricano sistematicamente sui loro predecessori la responsabilità delle lacune degli studenti.
    Insegno però da 7 anni e in questo breve lasso di tempo, per quanto incredibile sembri, ho già verificato un calo nella preparazione con cui i ragazzi arrivano in primo liceo.
    Ogni anno è sempre peggio ed io mi sono ritrovata ad insegnare l’ortografia ad alunni di 13-14 anni che ormai faticano a correggere errori stratificati; ho dovuto insegnare le coniugazioni dei verbi, il concetto di soggetto e predicato… Spiegando la storia ho constatato che molto spesso non posseggono neppure le nozioni di storia e preistoria, di anni avanti Cristo e dopo Cristo… Potrei continuare.
    Gli insegnanti hanno delle gigantesche responsabilità, ma bisogna anche aggiungere che una percentuale molto alta di famiglie è ben soddisfatta anche così: spesso i genitori sono i primi a svalutare la cultura (oltre che l’istituzione scolastica).

  3. Silent Enigma scrive:

    sull’articolo: 8O

    su leo: sono d’accordo, purtroppo, d’accordissimo

  4. Cima scrive:

    Due figli anch’io, di cui uno (anzi, una) ancora all’asilo.
    Quest’anno il primo ha iniziato la seconda elementare, e posso dire di condividere molte delle tue affermazioni, anche se addebitavo qualche refuso ortografico all’età della maestra (oggi in pensione).

    Io vorrei però ricordare che non è tutto oro, quello che ci luccica nella memoria.
    Ho quarantaquattro anni, e ho frequentato le elementari più scasciate della storia, ma non credo di essere stato l’unico.
    Primina privata; seconda elementare con un professore giovane che ci insegnò le canzoni degli alpini (La Valsugana…) ma che venne poi chiamato per il servizio di leva; terzo anno,
    maestra; quarto anno, il ritorno del canzoniere, ma solo per metà anno, poi un ennesimo maestro che però abbiamo fortunatamente ritrovato in quinta, con il quale litigavo sulle differenze tra fulmine e lampo (ero un po’ presuntuosetto, già).
    Morale della favola: sono arrivato alle medie con delle carenze paurose, colmate solo da onnivore letture e da una famiglia culturalmente attrezzata.
    Per fortuna, alle medie ho avuto dei professori eccellenti (soprattutto quello di Italiano, Latino, Storia e Geografia) ed ho recuperato alla grande.
    Alla grande per modo di dire, perché – dopo un liceo con ottimi risultati – non sono riuscito a laurearmi, e questo magro risultato lo addebito (oltre che alla mia enorme testa di cazzo) al fatto che le scuole da me frequentate non mi hanno dato un metodo di studio adatto all’Università (in certe facoltà puoi essere brillante quanto vuoi, ma se non studi con metodo e costanza hai voglia di sbatterti…).
    Ma che commento lungo e palloso…

  5. leo scrive:

    Azz, sembra quasi di riconoscermi.. 44 anni, ottimo liceo , università persa per pigrizia, e due figli un pochino piu’ grandi.
    Io ho avuto un maestro solo alle elementari. Parlava in dialetto e spesso di politica ( era un ex fascista passato al pci ) . Non era un granché come maestro ma aveva autorità e la scuola, per noi studentelli, era lui. Aveva la bacchetta facile e sapeva farsi odiare, ma quello che mi ha insegnato me lo ricordo ancora oggi. Io che sono abruzzese le provincie della Lombardia me le ricordo tutte, mia figlia, che ha dodici anni, ancora non ha capito cosa siano.
    Anche alle medie i professori non erano all’altezza, ma la società negli anni settanta era profondamente diversa. Nei bar non si parlava di calcio ma di politica, ed alle superiori se non sapevi la differenza tra Marx e Nietzsche eri spacciato. Eri quasi obbligato a leggere ed a informarti anche perché, senza un minino di cultura ed idee, non si rimorchiava nemmeno.
    Poi è arrivato il reflusso e l’edonismo reganiano, le discoteche e la tv commerciale, i jeans firmati e le veline,.. ed è passato il concetto ( appogiata da certa psicologia da talk show) che nella vita bisogna fare ciò che piu’ ci aggrada fregandocene del resto.

  6. silvio scrive:

    Per lavoro parlo spesso con ragazzi tra i 19 e i 25 anni. Ogni volta rimango esterrefatto. Molti di loro, troppi, non sono capaci di esprimere frasi di senso compiuto. Spesso sono io che, sapendo di cosa vogliono parlarmi, costruisco le frasi in loro vece utilizzando gli sgangherati frammenti che escono dalla loro bocca.
    Un giorno un ragazzo venne a chiedermi una cosa che sapeva benissimo di non potermi chiedere. Non accettò il mio fermo diniego. Gli spiegai, anche se le sapeva già, le motivazioni del mio rifiuto. Mi aspettavo che ribattesse accampando le tipiche scuse all’italiana. Invece replicò, con un piglio altrettanto italico, pretendendo “favori” che, secondo lui, gli spettavano per il suo particolare ruolo. A quel punto potevo villanamente sbatterlo fuori, invece scelsi di portarlo sulla via del ragionamento. Fu un disastro. Prima si inalberò perché avevo usato l’incomprensibile espressione “diritti e doveri” (!!!). Poi, del tutto nel pallone, iniziò a parlare a vanvera, buttando là parole di cui, considerato il modo con il quale le mescolava, non conosceva neanche il significato.
    Gente, l’analfabetismo è vivo e lotta contro di noi.

  7. Marco il buono scrive:

    Il rincoglionimento di cui parla Leo è assolutamente voluto.
    Altrimenti come ti spieghi Berlusconi eletto e Corona in ogni dove?
    Fino a pochi anni addietro avevamo le migliori elementari del mondo, non scherzo venivano a studiarle dall’estero, perchè cambiarle? Chi è il colpevole. I colpevoli sono i Ministri che si sono succeduti per rendere netto il divario tra chi comanda e chi viene comandato.

  8. ASSU scrive:

    Ciò che Laura scrive, purtroppo, è la realtà spiattellata davanti ai nostri occhi. Ho quarant’anni e una figlia di diciassette. Questo significa che nel giro di un numero non molto vasto di anni ho percorso e ripercorso tutte (o quasi: mia figlia è ancora al liceo) le tappe scolastiche. Ho avuto la fortuna – a quanto pare piuttosto diffusa fra quelli della mia generazione – di avere un’ottima maestra. Non è solo in questa occasione che affermo di “dipendere da lei”, di “essere una sua creatura”. Grazia Palmieri era una specie di generale che godeva della stima di tutti. E se la meritava. La grammatica (solo per fare un esempio) ce l’ha ficcata in testa a suon di spiegazioni, esempi, battute, ripetizioni (a casa sua, qualora occorresse), bacchetta punitiva, esercizi, allegorie, eccetera.
    Quindi, io, una domanda me la faccio: questi insegnanti “di oggi” che andiamo – giustamente – criticando, in fondo, appartengono alla nostra generazione, o giù di lì. Gli altri li giudichiamo “vecchio stampo”. E allora, non sarà la nostra generazione ad avere qualche “nota” in meno? Siamo noi, in fondo, quelli che scrivono un italiano spesso incerto, quando non osceno, dimenticando la differenza fra un accento e un apostrofo, scordandoci che c’è un accento acuto e uno grave, che “certe paroline” vanno accentate. Oppure abusando degli accenti. Le doppie sono una diretta conseguenza del dialetto, così qualcuno ne abusa e altri le risparmiano. UN è il grande sconosciuto: (un’uomo, un’impegno, un’insulto).
    Insomma, il mio scopo non è correggere con la matita rossa, ma riflettere insieme: perché non siamo capaci di insegnare? Possibile che sia tutta colpa del “sistema”? Sosteniamo – giustamente – di aver avuto insegnanti buoni o discreti. E allora perché non siamo capaci di insegnare come loro, quanto loro, con la stessa passione? Tutta colpa della “nuova generazione”? Anche quando hanno sei anni e sono tutti ansiosi di imparare?

    assu

  9. leo scrive:

    Alt, al tempo! Non credo che qualcuno, qui, stia dando la colpa alle nuove generazioni.
    Le nuove generazioni sono solo l’effetto. La colpa è di tutti. Genitori in primis.
    Preferiamo allevare i nostri figli affidandoli a madame Television, cosi non frignano; gli compriamo il cellulare a otto anni perché così pensiamo di tenerli piu’ sotto controllo e poi non possono essere da meno dei loro amichetti; li proteggiamo dagli insegnanti troppo severi perché i nostri pargoli sono intelligenti ed istruiti per diritto di nascita; ed alla fine li mandiamo tutti all’università perché una laurea non si nega a nessuno. Ai danni che produciamo noi come genitori si aggiungano quelli della scuola così come è adesso. Le elementari con piu’ maestri(e) hanno distrutto la percezione dell’istituzione Scuola nei bambini. La riduzione del ruolo dell’insegnante a mero “posto di lavoro” è ormai percepita dagli studenti e questo li mette in condizioni di ricatto verso i professori.
    Aggiungiamo i guasti della società: il mito della velina e del calciatore, il sesso come divertimento e status sociale, il “guardonismo” generalizzato dei media, il brand che fa(da) personalità, il consumo di beni di inutilità, ……
    Non è colpa delle nuove generazioni. L’uomo è una macchina economica: tra due strade sceglie la piu’ breve e purtroppo oggi hanno una marea di strade… forse troppe.

  10. Atena scrive:

    Per rispondere ad Assu.
    Mi sono fatta l’idea che la generazione di coloro che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni abbia reagito all’educazione severa, anche dura, che ha ricevuto, ribaltando completamente il sistema educativo nella direzione del permissivismo. Così, a quello che forse era un eccesso, si è sostituito spesso un eccesso opposto.
    Mi sembra anche che la generazione degli attuali 30enni stia cercando di reagire, improntando l’educazione di figli e studenti a maggiore rigore; ma in realtà siamo pochi, proprio perché in molti casi ci sono mancati i buoni insegnamenti e stiamo risalendo la china da soli.

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