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Sfacelo Scolastico

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Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Sfacelo Scolastico" è stato scritto da Laura Costantini. Ogni autore ha la sua opinione personale che non sempre corrisponde a quella di Gianalessio Ridolfi Pacifici ma a tutti è garantita l'opportunità di esprimersi purché siano rispettate queste regole. Il sito mentecritica.net non ha fini di lucro, è gestito su base volontaria ed a spese del curatore. Il sito non è aggregato a partiti o movimenti e non sostiene nessuna organizzazione politica.
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Per un breve periodo della mia vita ho accarezzato l’idea di fare l’insegnante. Va detto che ero molto piccola e che il ruolo del maestro (si, io avevo un maestro maschio, vera rarità all’epoca) mi appariva circonfuso di una magica aura di autorità, rispetto, competenza.

Poi sono cresciuta ed ho fatto altre scelte, tra le quali quella di non mettere al mondo figli. Lo dico subito per non sentirmelo rinfacciare in seguito, visto che vorrei parlare di scuola e vorrei farlo nell’imminenza dell’apertura di un nuovo anno scolastico.

Non ho figli e meno male, perché se li avessi avuti sarei probabilmente incorsa in tutta una serie di querele dopo gli imprescindibili (e direi per lo più inutili) colloqui con gli insegnanti. E non perché sarei stata uno di quei genitori che sostengono le malefatte dei propri pargoli sempre e comunque. No, io sarei stata un genitore vecchio stampo (“mamma, la maestra mi ha messa in punizione…” – “Ha fatto bene, evidentemente te lo sei meritato“), ma avrei preteso per i miei figli degli insegnanti altrettanto vecchio stampo. Dove per vecchio stampo intendo in grado di garantire ai bambini (che sono il nostro futuro, non dovremmo mai dimenticarlo) i mezzi giusti per farsi strada nel mondo. Ma questa garanzia, fatti alla mano, i figli della mia e delle prossime generazioni non l’avranno. Conosco le problematiche legate al lavoro degli insegnanti, al loro precariato, alle difficoltà legate ad un ruolo che non ispira più rispetto né autorità, al quotidiano confronto con bambini e ragazzi che sempre più spesso vedremmo bene come protagonisti di “Il signore delle mosche“.

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La colpa probabilmente non è loro, ma io guardo all’anello più debole di una tragica catena di scaricabarili che finisce per scaricare, appunto, l’esito di una sequenza di inadempienze e incompetenze su chi della scuola dovrebbe essere il massimo, anzi, l’unico fruitore: L’ALLIEVO.

Non sono madre, ma sono zia. Di nipoti ne ho quattro, di età compresa tra i diciotto anni e i sedici mesi. Il maggiore l’ho seguito dalla materna, alle elementari, alle medie, al liceo linguistico che ha terminato quest’anno strappando il diploma di maturità con quella che lui stesso definisce “una rapina con tanto di passamontagna“. Poi c’è la tredicenne che si è fatta onore all’esame per la licenza media e si accinge ad affrontare il liceo scientifico. Quindi c’è la bimba di nove anni, che si appresta a frequentare la quarta elementare mentre la piccolina, per fortuna, potrà restare lontana dalle aule almeno fino ai quattro anni, visto che ha una mamma in grado di occuparsi di lei.

Cosa li accomuna? Le macroscopiche lacune che tutti e tre gli secolarizzati hanno acquisito durante i cinque anni di elementari e che porteranno con sé per tutta la durata della carriera scolastica, anzi, per tutta la vita. Una condanna pesante per degli innocenti.

Mi riconosco che sono troppo giovane per ritrovarmi a dire “ai miei tempi…“, eppure sono costretta a dirlo: ai miei tempi si iniziava la prima elementare ad ottobre (non a settembre come adesso) e prima di Natale ci si faceva un dovere di essere in grado di leggere non dico bene, ma dignitosamente. Oggi non succede e quando lo si fa presente al corpo docenti (una volta c’era una sola maestra, oggi i bambini ne hanno tre o quattro differenziati nei ruoli ma non nei risultati) ti viene risposto che i bambini hanno i loro tempi. I loro tempi? Oggi un bambino di due anni capisce al volo come funziona un telecomando, è in grado di giocare con un computer, risponde al telefonino e, se gli va, cambia pure le suonerie. Ma per leggere ha i suoi tempi?

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La nipotina di nove anni, un giorno, mi mostra tutta orgogliosa il frutto delle sue fatiche, non solo mentali. Infatti trascina a fatica uno zaino abnorme (parlo della terza elementare, non della terza liceo) e ne estrae una messe di quadernoni (non quaderni piccoli, quadernoni formato A4, uno per ogni materia) più una serie di libri (noi avevamo il libro di lettura e il sussidiario, ricordate?). A voler sorvolare sul danno ambientale di tutta quella carta sprecata e sul danno fisico che subisce la schiena di mia nipote ogni santa mattina (perché li deve portare tutti, i quadernoni, anche quelli già finiti, per i confronti) per nove mesi l’anno, la sorpresa peggiore doveva ancora arrivare.

Mi mostra il quadernone di italiano, lo apre e io scorro le pagine, ognuna diligentemente vistata dalla penna rossa della maestrina che si sdilinquisce in Ottimo, Bravissima, Eccellente, complimenti e baci ai pupi. Poi, però, alzo gli occhi sui compiti, sulle parole sempre un po’ teneramente sbilenche tracciate con fatica da quelle manine ancora poco agili… e inorridisco. Verbi avere senza l’acca davanti, doppie dove non andrebbero, niente doppie dove invece vanno, apostrofi sbagliati, virgole e punti inesistenti. Mi trattengo davanti alla piccola, ma mi rivolgo alla mamma.

“Ma la maestra è non vedente o cosa?!”

Mia sorella si stringe nelle spalle.

“Io gliel’ho fatto presente…”

“E lei?”

“Lei ha detto che l’importante non è l’ortografia…”

Una maestra di italiano che dice che l’ortografia non è importante è una contraddizione tale da lasciarmi senza parole. Un caso isolato? E’ mia nipote ad essere tarda? No, ho troppi esempi sotto gli occhi. Ragazzi al liceo che non riescono ad affrontare il latino perché non hanno la più pallida idea di cosa sia l’analisi logica, per non parlare di quella grammaticale. Bambini che non sanno distinguere il congiuntivo dal condizionale (quando non è il passato dal futuro). Allievi delle superiori che chiamati a leggere ad alta voce balbettano come bimbetti dell’asilo.

Un altro caso: il libro dei compiti delle vacanze, usanza barbara che ai miei tempi non usava.

Mi ritrovo con la nipote di turno a dare una mano. Sfogliamo e arriviamo alla pagina delle equivalenze. Ve le ricordate le equivalenze? Una tortura che costringeva a correre su e giù dal metro al millimetro al chilometro al decilitro al quintale.

Mia nipote mi guarda, in attesa di un’imbeccata, come un passerotto nel nido.

“Zia, come si fanno?”

“La maestra non te l’ha spiegato?”

“Ci ha fatto ricopiare la scala (metrica decimale) alla lavagna…”

“E poi?”

“E poi basta.”

Quella stessa maestra, credo quella di matematica, si era vantata di aver portato a termine il programma, ma la mia nipotina non riusciva neanche a capire perché in un metro ci fossero dieci decimetri. Ho dovuto spiegarglielo io.

Di fronte a questi esempi, che credo più diffusi di quanto ci piaccia pensare, tremo al pensiero di cosa aspetta la nipotina più piccola, quella di sedici mesi.

Non so di chi sono le colpe e non voglio puntare il dito. Ma so chi sono le vittime di una scuola ormai del tutto screditata e incapace di trasmettere alcunché: i bambini.

Mi sa che ho fatto bene a non fare figli.

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Giornalista RAI: realizzo interviste e servizi per la trasmissione "La vita in diretta" Scrittrice: Scrivo racconti e romanzi insieme a Loredana Falcone. A oggi ne abbiamo pubblicati 8 con varie case editrici. Scrivere ti salva la vita. I social network, alle volte, te la rovinano. E comunque, faccio amicizia solo con chi si presenta. Bene. Il nostro ultimo libro è Carne innocente" (Historica Edizioni).

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