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Stamattina leggevo un appello per l’adozione di un codice etico per la stampa che deve riportare i casi di “femminicidio”. Al di là della definizione di “femminicidio” che non mi convince affatto:
“Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale.”
rimango perplessa anche sui punti di questo codice. Ne riporto qui solo due, invitandovi comunque alla lettura completa dell’articolo.
1. I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).
4. I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.
Ciò che mi spaventa di questo codice presunto etico, oltre alla sua ignoranza della psicologia e psicopatologia umane, è il suo voler ridurre un fenomeno complesso ad un semplice fatto di definizione, il suo voler inquadrare l’omicidio delle donne in uno schema di ortodossia politica dove bisogna usare le chiavi di lettura approvate dal comitato centrale.
Per dare la “libertà alle donne” infatti, se non ho capito male, bisogna limitare la libertà di espressione, imbavagliando la stampa o costringendola a scrivere secondo l’ortodossia del politically correct. Qualcosa di sempre mostruoso. Perché oltretutto, secondo questo pensiero magico, il definire il femminicidio in maniera ortodossa da parte dei giornali contribuirebbe addirittura a limitarlo.
La libertà delle donne, infine, passerebbe attraverso la loro definitiva separazione dall’uomo, deresponsabilizzazione e clausura in un recinto di protezionismo a tutti i costi dove, ovviamente, le donne non possono essere mai a loro volta colpevoli perché se no crolla tutta la baracca abusiva già pericolante.
Dispiace che un movimento potente ed importante come quello femminista si sia fatto alla fine intrappolare nell’atteggiamento piagnone e nel modus operandi tipico delle minoranze prepotenti, quelle che se sbagli le parole quando parli di loro o fai notare i loro difetti, sei un bestemmiatore da schiacciare. In questo caso sarei, credo, una donna che odia sé stessa.
Se la morte di una donna viene ridotta sempre ad un fatto binario uomo-donna, ad un atto di guerra tra i sessi, avulso dalle sue motivazioni macrosociali insomma, si otterrà una dichiarazione di belligeranza continua uomo vs. donna che, basandosi su questioni di ortodossia, difficilmente potrà mai arrivare al ristabilimento della pace. Insomma una situazione tipo Coloni vs. Palestinesi dove i coloni, in questo frangente, non sono sempre e prevedibilmente gli uomini.
Considero quindi i termini “femminicidio” e “delitto di genere” forzature ideologiche che nascondono il vero cuore del problema della violenza in aumento non solo sulle donne ma sui bambini, sugli omosessuali – che non vengono colpiti in quanto femminilizzati (che sciocchezza) ma in quanto omosessuali – sui diversi per razza e religione, su tutti quelli che portavano un triangolo colorato nei lager, sui poveri e soprattutto sui lavoratori. Le vittime di “lavoratoricidio” dall’inizio dell’anno sono già 170, per inciso.
In Argentina hanno di recente inserito nel codice penale un’aggravante per i delitti commessi da persone che erano legate alla vittima da vincoli di parentela o sentimentali. Mi pare giusto e ragionevole. Nello stesso decreto è stata inserita una definizione di “violenza di genere” che è più discutibile perché ideologica e compiacente verso il femminismo politico ma comunque l’impianto complessivo del provvedimento sottolinea correttamente il focus che dovrebbe essere studiato al fine di comprendere il fenomeno dell’aumento delle morti violente a danno delle donne: si uccide perché si considera la vittima una PROPRIETA’. Il senso di possesso tra amanti, tra coniugi, tra famigliari, tra dipendente e datore di lavoro, perfino tra amici. E’ quello stesso senso di possesso e di potere di vita e di morte sui deboli che ha fondato per secoli l’istituzione famigliare. In quel caso erano i figli ad essere vittime di “bambinicidio”. I figli li si poteva violentare in ogni modo, fisicamente e psicologicamente, da parte delle madri e dei padri, e perfino ucciderli. Quel ”t’ho fatto, ti disfo” che quelli della mia età ancora si sono sentiti dire tante volte da mamme esasperate alle quali si era improvvisamente sturato l’inconscio.
Azzardo che, in tempi di incertezza su ciò che è veramente nostro e di nostra proprietà, visto che siamo costantemente depredati del lavoro, della capacità di sostentarci e infine della libertà, seppure in modo molto subdolo, il disporre della vita di qualcuno che riteniamo una cosa di nostra proprietà dando ad esso la morte, potrebbe essere una reazione patologica, un modo per alleviare la frustrazione di chi ha paura un domani di non essere più possessore di nulla. Gli uomini potrebbero essere maggiormente sensibili a questa frustrazione, essendo stati per secoli indiscussi proprietari dei membri delle loro famiglie e non solo, anche di schiavi, lavoratori e altri sottomessi.
L’emancipazione femminile ha contribuito a mettere in discussione questo principio di predominio maschile nella proprietà degli altri esseri umani – diversi per razza o sesso – andando a scardinare le fondamenta dell’istituzione familiare e delle relazioni interpersonali e per qualche anno si è pensato di aver rifondato la società in modo più giusto, suddividendo i compiti e le responsabilità tra maschi e femmine, anche nel mondo del lavoro.
L’ultraviolenza del capitalismo neoliberista che ha reintrodotto lo schiavismo come modo di produzione, l’utilizzo dello shock and awe come arma psicologica di dominio sulle masse e le ricorrenti crisi economiche che minano le ultime certezze dell’individuo, gettandolo nella disperazione, nell’angoscia da retrocessione sociale e nel nichilismo, sono in grado di cancellare decenni di conquiste e di provocare questo aumento di violenza, di cui le donne sono ormai troppo spesso le vittime d’elezione. La macelleria femminile è solo un reparto della macelleria sociale globale, insomma.
Non occorre quindi misurare le parole con il nonio ai giornalisti per paura di offendere le donne. Non dobbiamo farci condizionare dalle trappole ideologiche che oggi sono solo strumenti di distrazione di massa dal cuore del problema: viviamo in tempi prerivoluzionari e occorre svegliarci per agire. Occorre smetterla con la guerra di genere, avere la forza di urlare, uomini e donne assieme, che la società che provoca la violenza che ci fa ammazzare tra di noi e questa crescente insostenibile diseguaglianza che ci fa regredire culturalmente e socialmente al medioevo, noi non la accetteremo più.
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La cosa che mi lascia pressoché stupefatto ogni volta che si entra in queste discussioni è l’arroganza e la violenza verbale delle parti in causa, ossia femministe e omosessuali. Strillano con la bava alla bocca ad ogni minimo accenno di contrarietà, spesso scivolando nell’isteria pura. Ho abbandonato la questione comunque da tempo e non ho intenzione di discuterne oltre – non si va da nessuna parte, a mio parere, con certe forme mentis impregnate di un vittimismo quasi patologico.
[...] Insomma, se fosse vero che a nessuno importa dell’identità sessuale altrui, i gay non sarebbero discriminati. E se fosse vero che abbiamo ormai raggiunto un livello accettabile di educazione civile, in fondo, non lo sarebbero nemmeno gli obesi. È che la civiltà esiste solo nelle parole che si usano per abbellire il proprio aspetto, e troppo di rado invece sono quelle capaci di mostrare agli altri quel che siamo davvero. Le parole sono come un coprente per le rughe, che se esageri o non stai attenta a metterlo, le mostra ancora di più. Come quando si firmano gli appelli contro la piaga dei “femminicidi”, e poi si applaude alla donna che ha torturato e ucciso il marito infedele: “Brava! Ha fatto bene!” Servirebbe spiegare che l’ omicidio è un omicidio a prescindere dal sesso del morto? [...]
[...] vogliate dopare i risultati. 54 vittime dall’inizio dell’anno. L’ho già detto qui e mi ripeto volentieri: i morti sul lavoro, quasi tutti maschi, sono già 170. Io parlavo di Ciudad [...]
Sono sostanzalmente d'accordo, ma riguardo alla reazione maschile alla perdita di potere ed al concetto di proprietà della vita altrui, io penso che più banalmente molte di queste siano riconducibili alla esasperazione di chi si trova continuamente sotto qualche forma di pressione, minaccia o vera e propria vessazione.
Ci sono situazioni che montano di giorno in giorno per anni senza i due coniugi siano in grado di ridurre le tensioni, e chi dovrebbe decidere rapidamente per disinnescare la bomba invece accende la miccia con decisioni improvvide come la sottrazione di patrimoni, redditi e figli. Neppure ai mafiosi si riesrva tatno accanimento.
In generale questo si risolve con parecchio dolore, liti e poco di più. Qualche volta, e personalmente mi conforta sul genre umano, queste tensioni sfociano in qualcosa di molto grave.
In parecchi casi forse basterebbe permettere una via d'uscita ragionevole ed onorevole, in modo che chi se ne vuole andare "in cerca della sua libertà" non lasci in braghe di tela l'altro con la sensazione non soltanto dell'abbandono, ma della marginalità sociale, dell'impoverimento e della negazione della porpria vita in particolare dei figli e scatenadno quindi la rabbia a la volontà di rivalsa.
Non è dignitoso per nessuno vivere facendosi mantenere dal prossimo che "hai fregato" e magari facendo pure la recita della vittima nel giro di amici, parenti e istituzioni. Chi resta col cerino in mano (o sospetta di poterci rimanere) come minimo un po' di rancore lo prova. E qualche volta esplode.
E siccome questo è un habitus di molte donne, troppe ne conosco, è più facile che ad esplodere sia il maschio. La femmina casca sempre in piedi: si tiene casa, stipendi e figli (e si lamenta pure). L'altro sa che neppure potrà chiedere il soccorso a nessuno, perché i Giudici non lo riconoscono, i Poliziotti gli dicono che "tanto è così": che seppure la ex non gli fa vedere i figli loro non possono fare nulla.
Ormai questa è una cosa nota, lo sanno tutti: il matrimonio, quando ci sono i figli di mezzo, è un'arma carica puntata alla tempia dei mariti. Se la moglie vuole, può sparare: la legge le darà ragione a prescindere. Onore a chi non spara, semmai.
Ma chi si trova sotto minaccia di un'arma che fa? Si difende, se può e se non ha altra via d'uscita. E la difesa deve essere efficace e proprzionale all'offesa: che faccio se mi trovo un rapinatore in casa, che mi vuole togliere i figli e portarmi via tutto minacciandomi con un'arma? Gli lascio la chance di colpirmi ancora o invece uso la massima determinazione?
E' questo il problema, l'aver voluto trasformare un rapporto dialettico tra coniugi/genitori in una guerra aperta dove ci si deve difendere. E siccome la miglior difesa è l'attacco spesso si arriva pure alla "guerra preventiva" e si fanno ostaggi e prigionieri.
Sinceramente sono schifato di tutto ciò. In particolare dei mezzi di (dis)informazione e dei Tribunali.
Per carità, non dico che questo spieghi tutte le violenze, ma dubito che davvero il "senso del possesso che fu prealessandrino" ne sia la sola causa.
In mollti casi è vedersi annullata la vita, depredati di tutto con la beffa di sentirsi dare pure del violento da chi non ti conosce e non vede (né vorrebbe vedere) il ghigno soddisfatto della tua ex moglie che ti chiude in faccia la porta di casa tua, contenta di averti "fregato", ti nega anche le telefonate con i bambini.
Poi alcune tra "le pie donne", quelle che si stracciano le vesti appunto per ogni minima deroga al politically correct, ti capita di conoscerle e magari vieni a sapere che sono delle depresse, che vivono tappate in casa da anni, non lavorano, non si confrontano con il mondo reale e covano magari un odio sordo nei confronti di papà colpevole di non si sa che cosa. E tra un tentato suicidio e l'altro pontificano da blog di talebane parlando dei "maschi cattivi" e inventandosi chissà quale patriarcato, presunta soggezione o altro dimentiche che le grandi donne che portano ad esempio, come la Montalcini o la Hack (o anche la Deledda) hanno anche oltre il secolo di età e piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso HANNO FATTO.
Ma che anche donen come mia madre o mia nonna, e tante altre più umilmente hanno fatto.
E soprattuto hanno fatto qualcosa di diverso che allevare gatti nel cortile di casa.
Mi paicerebbe sapere da cosa derivi tanto odio, forse papà (che le mantiene) non ha comprato loro il cavalluccio a dondolo rosso che tanto desideravano, bensì grigio.
Cmq, da uomo, a me di essere padrone della vita di mia moglie "frega sega". Mi interessa essere padrone della mia.
[...] ben scritte come “Fifty shades of Grey” dell’inglese E. L. James, per ciò che non sono. Di luoghi comuni ce ne sono troppi e la cattiva letteratura, appunto, ha dato una buona mano affinché si [...]