Separatismo Educativo, Provocazione o Necessità? 11


Anni addietro alcuni pedagogisti inglesi, dopo un approfondito lavoro di ricerca, decretarono il fallimento della scuola mista. Maschi e femmine – questa la sorprendente conclusione – apprendono in modo diverso: devono quindi ricevere un’educazione distinta.

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Il pubblico più maturo reagì con diffidenza a questa proposta. Non erano poi lontanissimi i tempi dell’infanzia rigidamente divisa in fiocchi rosa e azzurri, dove le scuole “serie” erano, naturalmente, solo quelle maschili. Gli istituti femminili inculcavano alle bambine il dovere del servizio, dell’abnegazione, del sacrificio, corroborato da robuste dosi di economia domestica infarcite da qualche nozione di cultura generale (in fondo, il loro futuro di spose e madri richiedeva pur sempre un minimo di raziocinio). I ricercatori anglosassoni, con la loro profferta, volevano dunque tornare al passato?

In realtà, essi muovevano da un presupposto diverso. Si erano accorti che, a parità di anni e condizioni, le ragazze si dimostravano più attente, mature, responsabili, interessate dei loro compagni maschi. Di qui il fervido consiglio: scuole separate.Si tratta di razzismo al contrario, dichiararono molti, fra cui la sottoscritta, convinta soprattutto della validità della relazione tra i sessi nella fase infantile e adolescenziale. L’esperienza maturata in seguito mi ha spinta, però, a rivedere le mie posizioni. Se l’ipotetica separazione lasciasse intatta la struttura educativa, sarebbe inutile, anzi dannosa. La scuola non può trasformarsi in un’azienda che premia chi è più efficiente lasciando indietro gli altri. Ma se rappresentasse l’unica maniera per permettere alla ragazza di crescere seguendo i propri ritmi d’apprendimento e per favorirne l’autentica maturazione personale… potrei essere d’accordo.

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Pur se educata nella famiglia più liberale del mondo, infatti, la bambina apprende ben presto che il mondo non contempla la sua esistenza se non in subordine a quella maschile. La pubblicità, il cinema, la televisione, la società tutta le inviano messaggi in cui questa subalternità è costantemente ribadita; e attraverso la TV la piccola scopre che in molte parti del mondo, senza che nessuno si scandalizzi, essa è costretta a velarsi, a vergognarsi di sé, a rinunciare agli studi per badare a un marito spesso imposto e non di rado molto più anziano di lei. Impara, dal linguaggio degli amichetti, che una femmina non vale nulla, perché considerata debole, fragile, irresoluta.Con questo bagaglio psicologico-culturale giunge a scuola. E la scuola è l’istituzione che per eccellenza riflette, con la cupa fissità d’uno specchio antico, la svalutazione sociale della donna. Lì il sessismo del linguaggio diventa norma; e la norma è il maschio. Nelle antologie ricorrono pochi nomi femminili (in alcune, anche recentissime, non se ne trova neppure uno); dalla storia addirittura scompaiono. All’unica rivoluzione riuscita, quella delle donne appunto, non si dedica che in sparuti casi qualche pagina distratta, da spiegare, semmai, a discrezione dell’insegnante. In compenso è obbligatorio conoscere a memoria le campagne di Napoleone e le guerre (dichiarate e combattute da maschi) vengono presentate come momenti fondamentali di progresso e di civiltà: “la sola igiene del mondo”. La filosofia poi, madre di tutte le materie, è paradossalmente il regno assoluto degli uomini. E i pregiudizi misogini di Platone e Aristotele diventano paradigmi del sapere universale.

Le scuole elementari e medie pullulano di insegnanti donne: professioniste mal pagate che spesso, a costo di enormi sacrifici, cercano di rimediare allo sfascio definitivo del sistema scolastico. Tuttavia quest’impegno non è riconosciuto da nessuno: non dall’istituzione, all’interno della quale “non si fa carriera” (questo il vero motivo della scarsità di personale docente maschile, che però, guarda il caso, ricompare in modo massiccio all’Università, dove riceve gratificazione e rispetto, oltre a un lauto stipendio); non dalla società; dagli studenti men che meno.

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Da questa scuola che non le contempla, ma che le sfrutta, io non avrei problemi a togliere le donne, siano esse scolare, professoresse o presidi. Per quanto tempo? Basterebbero le elementari, forse le medie; di sicuro il momento in cui la personalità si sviluppa in modo completo. Immagino una sorta di college dove non contino competitività e carriera, in cui s’insegnino i valori più originali dell’esperienza femminile, il rispetto della diversità, la religiosità non patriarcale. Hegel? La ragazza potrà relativizzarlo (e quindi capirlo meglio, compatendo il suo elogio della famiglia patriarcale) dopo aver imparato, magari attraverso Edith Stein e Carla Lonzi, ad amarsi di più.

So che questa mia idea incontrerà fortissime resistenze. Qualcuno obietterà pure che, in ogni caso, la società ha le sue regole e rinchiudersi in un gineceo non serve a nulla. Il fatto è che nell’era della comunicazione globale un’auto-reclusione sarebbe pressoché impossibile. Inoltre, a differenza del passato, oggi non è certo la scuola l’unico luogo deputato alla conoscenza tra giovani uomini e giovani donne: occasioni di incontro sono sempre possibili. E, una volta tornata alla scuola mista, la ragazza avrà tutto il tempo di dialogare coi maschi, ma su un piano di effettiva parità, maggiormente consapevole delle proprie capacità e del proprio valore.


11 commenti su “Separatismo Educativo, Provocazione o Necessità?

  • Lisa

    Secondo me separare le scuole non sarebbe una soluzione. Così non facciamo altro che accentuare la "guerra dei sessi" (non intesa alla maniera delle barzellette) con ragazzi e ragazze che si guardano in cagnesco dai cortili di due scuole diverse e imparano solo i difetti del sesso opposto.

    "Immagino una sorta di college dove non contino competitività e carriera, in cui s’insegnino i valori più originali dell’esperienza femminile, il rispetto della diversità, la religiosità non patriarcale." Questo dev'essere fatto (e io spero che diventi realtà presto) certamente, ma nella scuola e società odierne, in modo da poter confrontare uomini e donne sul campo e anche nella storia (che comunque qualche personaggio femminile di notevole importanza e carisma lo presenta).

    "Pur se educata nella famiglia più liberale del mondo, infatti, la bambina apprende ben presto che il mondo non contempla la sua esistenza se non in subordine a quella maschile." Il fatto è che le ragazze spesso si sentono subordinate senza nemmeno accorgersene. Io forse sono un pò estremista (mi vesto praticamente da maschio, pratico kickboxing e rifiuto l'immagine della 'ragazzina civetta' tutta cuoricini e bei trucchi) ma ci sono molte donne che ce la mettono tutta per superare queste convenzioni. Ancora troppo poche, purtroppo, e ti do ragione 🙂 Su questo dobbiamo ancora migliorare, ma imparando qual'è il nostro ruolo nel mondo (cioè di parità) vivendo ogni giorno e non rinchiudendoci su un'"isola".

  • Cima

    Credo che il predominio maschile nei ruoli "alti" sia solo una questione di tempo.

    Già oggi, nell'azienda dove lavoro, sono state assunte molte più donne che uomini, proprio perché arrivano alla selezione più preparate e motivate.

    Ti dirò di più – e vuole essere una provocazione, ma non più di tanto -: tra qualche anno dovremo parlare di "quote" anche per gli uomini, se non vorrete accanto un esercito di esclusi dai ruoli più gratificanti.

  • ilBuonPeppe

    Continuiamo a dimenticare il concetto di "persona".

    Poni dei problemi reali, qua e là spuntano anche idee interessanti, ma anneghi tutto in un razzismo di genere, che impedisce di affrontare le questioni in maniera proficua.

    Mah…

  • alberto

    Purtroppo è vero quanto scrive Daniela; inutile fare del vittimismo (mi rivolgo agli uomini), lei forse è stata un po' dura, ma finché il mondo non accetterà la diversità femminile come esattamente complementare a quella maschile, le cose non miglioreranno. Questa è la verità.

  • Alfonso

    Concordo con alberto e Daniela. Il mondo (anche se fortunatamente non tutto) è già troppo sessista. Spezzo una lancia a favore degli studenti, i quali semplicemente (anche quelli delle superiori, benché maturati negli anni) si limitano ad imitare il mondo che li circonda. Il che, diciamocelo, è giusto.

    D'altro canto però l'evoluzione stessa ci insegna che la questione culturale viaggia di pari passo con la questione "numerica". Storicamente (e in molte specie), il sesso più sottomesso è quello numericamente superiore. Non è un caso infatti che le figlie/mogli/madri fino ad ora abbiano sempre cercato di sovrastimare il carico che portavano sulle spalle (qualche rapido esempio: l'educazione nella famiglia, l'ordine nella casa, la fedeltà "politica" nei confronti del marito…) così come non è un caso che ad oggi questa tendenza stia prendendo tutta un'altra piega.

    Sono anche d'accordo con ilBuonPeppe, solo che purtroppo l'educazione di una "persona" è fortemente condizionata dal sesso. Oggi disgusta di più, tanto i maschi quanto le femmine, se una ragazza dice le stesse parolacce sentite poco prima da un ragazzo. Il rimprovero è sempre sull'educazione, ma la realtà il motivo è il sesso.

    In sintesi credo che questi siano i secoli in cui si sta affrontando il passaggio tra le due diverse culture: da quella delle femmine superiori di numero (sottomesse) a quella dei maschi superiori di numero (idem).

    Come fu per la donna ai tempi suoi, prima di cedere lo scettro del potere e della morale gli uomini daranno battaglia.

  • daniela tuscano

    Massì Beppe, è chiaro che prima di tutto conta la persona, che prima di essere uomini e donne siamo persone ecc. ecc., tutte belle e sante parole, ma resta il fatto che questa mentalità "neutralista" risulta, all'atto pratico, declinata esclusivamente al maschile, anche perché il genere neutro nella lingua italiana non esiste. Di conseguenza tutti coloro che affermano la supremazia della "persona" sul "genere" finiscono per accettare la cultura dominante. La "persona" è costituita da specificità proprie; e io inizierò a parlare di "persona" (che originariamente, non dimentichiamolo, significa "maschera") solo quando verrò pienamente accettata come femmina, con le mie qualità intrinseche, i miei valori, e via discorrendo. Lo si dice sempre: più facile accondiscendere che stringere una mano. Guardarsi negli occhi. Da pari a pari, ognuno nella propria irripetibilità. Una donna è una donna. Punto. Non deve mica "fare il maschio" per essere accettata. Per quanto mi concerne, il kickboxing e gli abiti di foggia maschile li detesto, siamo ancora a questo punto? 🙁 Cosa importa se la ragazza disegna cuoricini? Anch'io mi sento molto romantica. Ciò che non è accettabile, è che questa "romanticheria" sia vissuta con uno spirito da Cenerentola. La donna dev'essere, come l'uomo, libera di sentirsi come le pare, sia che cucini due patate al forno sia che pratichi arti marziali. E' poi logico – ma l'avevo pur scritto – che la mia era una provocazione, che intendeva più che altro scuotere le coscienze, e puntare l'attenzione su un tema vero, e forse troppo trascurato tanto lo diamo per "logico" e "naturale". E, bene o male, ci sono riuscita… 😉

  • Peppe Dantini

    A proposito di provocazioni…

    "quando verrò pienamente accettata come femmina"

    "Una donna è una donna"

    Non sono d'accordo. Tu non devi essere accettata come "femmina", ma come "persona". Una donna non è una donna ma un essere umano.

    Tu sei tu a prescindere dal genere, e l'accettazione, il rispetto, la libertà, la stima e tutto quello che vuoi, non possono in alcun modo dipendere o essere legati ad uno status di genere, altrimenti sono necessariamente parziali.

    Il genere diventa rilevante quando di passa sotto le lenzuola; fino a quel momento io ti accetto e ti rispetto perchè sei una persona per bene, non perchè sei una femmina.

    Altrimenti si finisce per convalidare alcuni luoghi comuni del tipo "tra uomini e donne non ci può essere vera amicizia"; che è una grandissima idiozia.

  • daniela tuscano

    Mi dispiace, probabilmente non riesco a farmi capire, o forse tu – continuiamo a provocarci 😉 – più che pleonastico mi sembri tautologico; l'ho detto e ripetuto, è lapalissiano che una donna è innanzi tutto una persona e un essere umano. Ma un essere umano in astratto non esiste. Un essere umano è composto da UOMINI e da DONNE. Negarlo è negare una loro complessità irrinunciabile.

    Poi ovviamente una "persona" va rispettata per ciò che vale e che dimostra, non perché preventivamente maschio o femmina; questo però non dovresti spiegarlo a me, ma – guarda il caso! – proprio ai tuoi congeneri che dall'alba del mondo hanno dato, essi sì, un immenso spazio al genere, anzi al sesso il quale, come dice la parola, deriva da "secare" cioè tagliare, staccare.

    Invece per gli uomini – maschi, visto che il linguaggio non è affatto neutro, ed era quello che cercavo di rilevare nel mio intervento, evidentemente senza successo – il sesso è proprio tutto; è sempre stato tutto; al punto che l'"essere umano" per antonomasia si chiama uomo, mica donna. Nei vocabolari di tempo fa alla voce "uomo" si leggeva di tutto di più: ESSERE UMANO nella sua interezza, ESSERE UMANO di sesso maschile, quintessenza dell'umanità, individuo dotato d'intelletto, ecc. ecc. Alla voce "donna" si leggeva lapidariamente: "La femmina dell'uomo. Cfr. homo".

    No, caro, finché voi maschietti non accetterete realmente (e non solo a parole) l'idea della VOSTRA parzialità, che invece nella storia avete sempre imposto come prototipo di umanità completa e perfetta, io continuerò a rivendicare la mia, da voi sempre calpestata. Facile fare gli "universalisti" in pantofole. Pertanto la tua frase "tu non sei una donna" può pure risultare offensiva.

    Quanto alla massima da saggezza popolare, l'hai citata tu, nelle mie parole nulla fa pensare a qualcosa di simile. A questo punto diciamo pure che si stava meglio quando si tava peggio, non c'è più religione, non ci sono più le mezze stagioni e così via. Credo, nel mio "piccolo", di aver impostato il mio ragionamento – condivisibile o no, sia chiaro – su basi più serie.

    "La donna è un uomo inferiore" (Aristotele) 😡

  • Peppe Dantini

    Lungi da me l'intenzione di offendere.

    Ho espresso il mio pensiero in maniera piuttosto brutale (come mia insana abitudine) ma mi sembra che siamo molto più vicini di quanto possa sembrare.

    Quando dico che l'accettazione e il rispetto per una persona devono prescindere dal sesso (e mi sembra che su questo siamo d'accordo) non voglio far finta che le differenze non ci siano. La soggettività di ciascuno è diversa (ma questo è pleonastico 😉 ), proprio a cominciare dal fatto di essere maschi o femmine, ma questo riguarda ambiti diversi. Dipende dal tipo di rapporto e dalla situazione.

    Poi sulla questione storica, nel senso di antica non perchè sia superata, hai perfettamente ragione, e il mio genere ha sicuramente molte colpe.

    La parzialità è di ciascuno di noi e non potremo mai superarla completamente, altrimenti non saremmo dei banali esseri umani, ma credo che sia un dovere spingersi sempre più avanti per allargare sempre più i nostri orizzonti.

    PS: Aristotele ha detto e scritto tante cose interessanti; gli sarà pure scappata qualche idiozia.

  • brus

    le scuole separate nascono dall ignoranza, ovvero ignorare che siamo tutti esseri umani, l ignoranza e tipica delle religioni, che proprio sull ignoranza fondano il loro potere, ovvero far credere alla gente che esse solamente rappresentino Dio.

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