Sanità Italiana: Se il Medico non sa Parlare.
3 aprile, 2007 di miriam161
Archiviato in Democrazia e Diritti
Per sette anni ho lavorato in un istituto di ricerca per la diagnosi e la cura del cancro.
Come psicologa dovevo occuparmi del sostegno ai malati ed alle loro famiglie. Il cancro, si sa, è un evento alquanto drammatico, sia per chi ne vive in prima persona i rischi e le incertezze, spesso legate al decorso ed agli effetti collaterali delle terapie, sia per chi circonda il malato. Ciò giustifica, pertanto, la necessità di accompagnare e sostenere tutti coloro che raccolgono la sfida esistenziale di una malattia che impegna, spesso per molto tempo, sia il malato che chi gli vuole bene.
In questi anni di incontri, di volti, di sorrisi e storie di persone, alcune delle quali ancora ricordo con stima ed affetto, di personali fatiche ed esperienze commoventi, dolorose ma anche positive, mi sono occupata pure della formazione del personale, medici ed infermieri prima di tutto.
Ciò che mi ha inizialmente sconcertato è stata l’assoluta mancanza di percorsi di formazione che aiutassero i medici, che per obbligo giuridico e deontologico devono comunicare la diagnosi, la terapia e la prognosi, a sedersi di fronte al malato con lo scopo di instaurare una relazione umana e professionale che permettesse la nascita di un vero rapporto di fiducia. Percorsi di formazione che neppure gli infermieri, per quanto sinceramente animati dal desiderio di fare il meglio, potevano contare come risorsa da spendere in un ambito così delicato.
Nell’istituto dove ho lavorato, medici, infermieri e personale diversamente specializzato fornivano prestazioni tecnicamente qualificate, ma a volte erano incapaci di essere, per il malato, una “presenza” umana e professionale al contempo. Quante volte ho raccolto le parole di chi mi sussurrava della poca attenzione che il medico aveva avuto nel comunicare la diagnosi, magari senza nemmeno trovare un luogo adatto in cui poter sedere faccia a faccia dopo aver chiuso la porta alle spalle. Quanta ambiguità, quante mezze parole, quanta imperizia nello scegliere tempi e modi, quanta sofferenza. Ho tristemente constatato che nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia o in Scienze Infermieristiche, si preparano i curanti ad essere dei “tecnici”, anche di ottimo livello, lasciando però alla libera iniziativa, alle doti personali ed alla buona volontà dei singoli l’onere di vestire i panni di “persone che curano”. Ovvero uomini e donne con la propria umanità, con sentimenti, vissuti, pensieri, esperienze di vita, risorse e limiti da utilizzare in rapporto ad un altro essere umano malato, che ha il diritto di avere la nostra attenzione e la nostra perizia.
Non si può pensare che il curante debba possedere solo le competenze tecniche ed assistenziali necessarie a svolgere la sua “mission”. E’ necessario che, insieme a queste, egli sia in grado di acquisire, se non le ha, anche le indispensabili “competenze relazionali”. Da qualche anno, il Ministero della Sanità ha imposto ai curanti l’acquisizione di “crediti formativi”, nell’ottica di un programma per “l’Educazione Continua in Medicina”. Ma non è certo con un corso teorico di due o tre giorni che si impara a comunicare con il malato e con i colleghi. Il percorso formativo deve poter iniziare subito ed essere sia teorico che esperienziale, dando la possibilità alle persone di mettersi in gioco in prima persona. E la cosa interessante è che sono proprio gli stessi curanti, almeno quelli più giovani, forse più consapevoli e sensibili, a chiederlo.
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già… sono d’accordo
l’umanesimo o è integrale oppure non è proprio
tanti saluti
Che bell’argomento, collega
Mi ricordo che uno dei corsi più belli all’università era incentrato sul modo di accompagnare il paziente alla morte. Avrei voluto continuare quella strada ma poi la vita mi ha portato altrove, anche se attualmente ho modo di confrontarmi ogni giorno con persone che devono elaborare il lutto.
La formazione dei medici e il loro addestramento sul “come dirlo” dovrebbe essere obbligatoria e affidata a noi psicologi. In realtà, e questo sarebbe un post da scrivere, quanta stima hanno i nostri colleghi medici nei confronti degli psicologi? Nella mia esperienza, scarsa.
A parte che è sempre inferiore ad uno psichiatra, in Italia non c’è una cultura dello psicologo come colui che può aiutare a comprendere le cose in qualsiasi campo, come nei paesi anglosassoni. Là hanno psicologi nelle aziende, nelle scuole, negli ospedali. Qui si chiamano solo per i problemini, oppure per le tossicodipendenze. La classica domanda che a me fanno (nonostante io non eserciti): “Ah, lei è psicologa? Lavorerà con i tossicodipendenti…”
Comunque complimenti per l’articolo. Da rifletterci su, veramente.
Mi è piaciuto l’approccio sensibile e delicato al problema. Ho aggiunto il tag “al femminile” perché mi sembra molto materno, oltre che professionale, leggere il problema in questo modo.
Sicuramente ci sono molti uomini che hammo fatto riflessioni simili. Sono quelli a cui la natura ha fatto il dono speciale di condividere con le donne quella sensibilità tutta particolare verso chi vive un momento di difficoltà.
Lunga vita agli psicologi. Loro per i medici sono un pò come i fisici per gli ingegneri. Storia vecchia.
Hai perfettamente ragione cara Miriam. Ho avuto modo di constatare, in una triste faccenda familiare, la totale assenza di assistenza psicologica al malato ed ai loro familiari. I medici sono stati di un’agghiacciante disumanità. Sarebbe bastata una carezza….
Oi Miriam sono pienamente d’accordo con te. Avendo dovuto affrontare un linfoma poco più di un anno fa, so quanto sia importante il rapporto con il personale medico strettamente inteso e con il personale che fornisce aiuto psicologico ai pazienti. Io credo di potermi ritenere fortunata: le dottoresse che mi seguono sono sempre state all’altezza della situazione, dalla prima visita a quando mi hanno annunciato la patologia, fino ad oggi, quando vado a fare i controlli.
Un grazie particolare lo devo alla mia psicologa, che mi conosce ormai da più di un anno, e si è subita tutti i miei sbalzi di umore (e che spero stia leggendo!).. GRAZIE!
Oltre alle dottoresse e a tutto il personale (soprattutto i volontari dell’AIL, importantissimi per l’atmosfera cordiale che lì regna sovrana), devo dire che mi hanno aiutato anche la presenza sempre allegra dei bambini (non avevo ancora 20 anni e perciò mi hanno assegnato al reparto pediatrico, lì hanno anche una stanza apposita dei giochi), ma non solo la loro..
Insomma, anche io sono dell’idea che la figura dello psicologo debba essere rivalutata un bel pò!
@ lameduck: sai, collega (
) spesso mi chiedo quale parte abbiamo noi nel mancato riconoscimento del nostro valore e della nostra identità professionale…
@ MC: grazie. Soprattutto per gli auguri di “lunga vita”
@ Gatto: ne sono sicura…come figlia, l’ho vissuto anche io, tanti anni fa…
@ Giorgia: grazie per quello che ci hai raccontato… un bacio affettuoso!
@ Bart1: “umanesimo integrale” mi piace!!!…ricambio il saluto
miriam, l’espressione è sua:
http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Maritain
sinceramente non ho mai trovato medici così freddi da farmi pensare a un modo diverso (più umano) nel dire le cose.
son stato fortunato.