Salvare il Soldato Antonello 44


Quando stamattina ho letto il messaggio di Antonello, per la prima volta dopo anni, ho sentito un brivido scorrermi lungo la schiena. Perché quello di Antonello, nella brevità, nell’economia di aggettivi, nella bruta esposizione dei fatti, non era il solito sfogo che si legge su rete, ma una sorta di bollettino che mi ha suscitato inquietanti similitudini.

Ricordi di un gruppo di uomini che tiene un sottile tratto di fronte. Un tratto di fronte dove si incardina tutto il sistema di difesa della regione. Uomini martoriati dal fuoco, che sono rimasti isolati, che hanno pochi viveri, pochissime cartucce e che, con la serena rassegnazione di chi sa che non c’è altra strada che cercare di resistere, avvisa il resto dell’armata che il nemico è arrivato, è più forte di quello che l’intelligence aveva stimato e che non fa prigionieri.

Una nazione non è mai giustificata dalla Storia. Quella, al massimo, serve a raccontarne la formazione. Una Nazione ha senso quando le donne e gli uomini che la compongono condividono un progetto comune di benessere e lealtà. Quando queste donne e questi uomini si sostengono reciprocamente sacrificandosi per non lasciare indietro chi si è battuto valorosamente, ma che la vita o il destino hanno ferito. Donne e uomini che sanno essere severi fino alla crudeltà con chi tradisce il progetto e si macchia di intelligenza col nemico, perché assumersi la drammatica responsabilità di sparare un colpo alla nuca fa la differenza tra chi combatte a chiacchiere e chi combatte caricando sulla propria coscienza l’orrore di scelte terribili.

Se crolla quel tratto di fronte tenuto da Antonello e da tutti gli Antonello di questo paese, non saranno solo loro ad essere travolti, ma l’intero sistema di cui, volente o nolente, facciamo parte. Perché Antonello e tutti gli Antonello di questo paese, con il loro lavoro misconosciuto, con il loro sacrificio silenzioso, mantengono in piedi un’apparenza di pace sociale in quel che resta di questa nazione.

Perciò è giusto pensare ad Antonello e a tutti gli Antonello di questo paese come a quelli che stanno affrontando l’impeto del nemico per darci il tempo di riorganizzarci e reagire. Salvare Antonello non è fare un favore a lui, ma un favore a tutti noi, perché i suoi figli sono il nostro futuro e noi possiamo permetterci di perdere Antonello, ma non i suoi figli.

In questo paese vivono da anni due grandi fazioni: una pretende di trarre il suo sostentamento dall’altra. Per anni abbiamo lasciato fare, ma ora non ne abbiamo più nemmeno per noi stessi. Il nemico è tra noi e non gira solo nelle macchine blindate col lampeggiante blu. Il nemico è anche chi vive all’ombra di questo privilegio, rubando il nostro futuro in cambio di una pensione di invalidità, di un incarico trimestrale o della semplice benevolenza del potente.

Il primo modo per aiutare Antonello e a tutti gli Antonello di questo paese è far diventare cultura collettiva, acquisita e serena, il concetto che se queste fazioni verranno a confronto, non ci saranno aeroporti e navi sufficienti per assicurare scampo a chi ne ha bruciato il futuro e che non è detto che il destino dei prigionieri sia affidato all’imparziale valutazione di una corte. La giustizia e la pietà sono lussi per popoli che hanno lavorato per meritarli. In economia di combattimento diventano superflui.

Se nemmeno la paura arriverà dove non è arrivata l’educazione, che allora il fato sia generoso con quelli di noi che si troveranno a scegliere tra vendetta e perdono.


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