Ruby, burlesque e democrazia


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…..Se vorremo continuare a sperare in un mondo più democratico, dovremo assorbire l’idea che non sarà mai del tutto democratico Converrà riconoscere che la diffusione dei nostri valori non è una guerra di religione, anche perché la perderemmo. E temperare laicamente l’universalismo dei principi con la constatazione che la demografia c’impone: siamo una minoranza dell’umanità con tendenza al restringimento. Ammesso di poter convertire la maggioranza alla superiorità del nostro marchio, dovremmo crederci un po’ di più di quanto ci riesca oggi. Non perché sia scritto in un Libro ma perché avremo confermato, anche contro alcune esperienze del nostro presente, che la democrazia funziona come fattore di pace, ordine, benessere e libertà. Così stabilendo che qui in Europa, dove Clistene organizzò la prima votazione pubblica (508 avanti Cristo), la democrazia è il futuro che vogliamo e non il resto di un passato glorioso, destinato all’acribia degli archeologi.
(Lucio Caracciolo, Limes, 2012, n.2, pagg. 7 e seguenti)


Mentre leggevo le lucide e preoccupate parole di Lucio Caracciolo che chiudono il suo pregevole editoriale nell’ultimo numero di Limes, uno schermo televisivo, fastidiosamente a me vicino, mi proponeva il faccione, teso e tirato a lucido, di Berlusconi che, a margine di un udienza del noto processo Ruby a Milano, si preoccupava di informarci che le seratine di Arcore altro non erano che eleganti cene con spettacoli di “burlesque”.
Pur senza alcuna simpatia per i moralismi pruriginosi, non pare possibile fare a meno di pensare che quest’uomo ha raccolto milioni voti, ha acceso gli animi, ha mosso tutti quegli umori che, nella prima repubblica, languivano placidamente sotto le pinne protettive della balena bianca e dei suoi satelliti, per cui sembra inevitabile chiedersi: ma che ha a che vedere il burlesque con la democrazia, con uno svolgimento solo appena dignitoso, forse anche un po’ barboso, di un munus pubblico?

La risposta è evidente ma il senso di smarrimento ad essa connesso induce la riflessione su alcune ultime “perle” della politica italiana: e così, solo a mo’ di possibili esempi: le esternazioni in tema di finanziamento pubblico del magnifico trio alfabetico che sorregge il governo dei ragionieri; il proliferare di liste amministrative con nomi di città o di persone, nella consapevolezza di non poter spendere decentemente la denominazione della casa madre; il finto scioglimento di partiti dalla inossidabile fede cattolica in aggregazioni di più vasta ancorché indefinita portata e, infine, la notizia delle notizie, ancor più notizia perché non specificata, una promessa di notizia: a maggio Burlesquoni ci regalerà una sorpresa inimmaginabile, stupefacente (absit iniura verbis), come promessoci dal suo segretario. Talmente inimmaginabile che dovremo aspettare, assaporare il gusto dell’attesa, fremere nell’ansia salvifica ( e tutto ciò senza mettere in mezzo, diamanti, lingotti di padanesca fattura con tutto il codazzo di malversazioni, imbrogli, privilegi d’accatto e via di seguito)

Cosa ha a che vedere tutto ciò con la democrazia? Recita l’art.67 della Costituzione (quella Costituzione che non solo i cittadini normali non conoscono ma neanche i politici che hanno nei giorni scorsi inserito in tale nobile documento, a mo’ di zelanti contabili, l’obbligo del “pareggio di bilancio” nei conti pubblici dimenticandosi che questa previsione già c’è ed è contenuta nell’art. 81 ):

Art.67: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Se, per una volta, volessimo abbandonare quella sorta di indolente ed ignorante rassegnazione che ci contraddistingue dovremmo evidenziare che l’assenza di vincolo (il cosiddetto divieto di mandato imperativo) ha delle origini nobili e sostanzialmente riposa sull’idea che i rappresentanti del popolo siano, per formazione, cultura, passione civica, disinteresse, migliori dei loro rappresentati e sappiano guardare nel lungo periodo adottando, nell’interesse più generale, decisioni anche non premianti, nell’immediato, per loro e la loro parte politica.

Oggi non solo i partiti non esistono più (per lo meno nel senso immaginato dal Costituente) e non sono in grado di scontentare, nell’immediato, nessuno, neanche i gruppi di pressione più minoritari, ma chi fa politica ormai fa parte, e si sente parte, di un ceto separato, un ceto di professionisti la cui autoreferenzialità è sotto gli occhi di tutti. E la vicenda dei rimborsi elettorali ed il modo stizzito in cui è stata affrontata dalla terna alfabetica ne è un chiaro esempio.

Quindi, anche sotto questo punto di vista, l’art 67 è violato e continua a tutelare una funzione che non c’è più.
Non sembra azzardato, pertanto, affermare che la situazione politica si è involuta al punto da far ritenere violato l’intero impianto costituzionale, dalla qualità della rappresentanza politica alla negazione di diritti fondamentali quali, in primis, quello al lavoro, alla mobilità sociale come fattore di progresso, ed al sostanziale restringimento di un insieme di dritti sociali relativi a prestazioni di base (scuola, pensioni, sanità, ecc.) che credevamo per sempre acquisti, nella loro maggiore estensione, ad ogni cittadino, alle società dell’Occidente evoluto nel loro insieme: si potrebbe, cioè, ritenere, che si sia del tutto fuoriusciti dalle previsioni del Patto fondamentale del 1948.

Questa situazione induce molti opinionisti a ritenere necessaria una riscrittura di tale Patto che sarebbe, con ogni probabilità, delegata, oggi, a quegli stessi partiti, quei ceti separati a cui rimproveriamo la responsabilità dell’attuale crisi. Con in più l’aggravamento che ogni rischio plebiscitario (immaginiamo cosa sarebbe un’assemblea costituente con la qualità del dibattito politico e mediatico a cui siamo abituati !!) porta con sé.
Tali posizioni sono molto insidiose perché tendono ad avallare una visione liberista e mercantile dei rapporti sociali. Non a caso, dopo l’apparente sosta del battage sull’art.41 della Cost., oggi l’attenzione si sposta sull’art.1 e, in particolare, sul lavoro come fondamento della Repubblica.

Appare, invece, fondamentale ed imprescindibile, tentare di ripararsi, per quel che è ancora possibile, dietro la corazza dei principi fondamentali che riescono ancora in qualche misura a fornire risposte giuridiche (si pensi ad esempio alla sentenza 78/2012 della Corte Costituzionale con cui è stato posto nel nulla il provvedimento sulla prescrizione salvabanche contenuto nel decreto milleproroghe del 2010 o ai primi pronunciamenti dei TAR sull’illegittimità degli aumenti dei canoni idrici predisposti da qualche ATO all’indomani del referendum sull’acqua).

Ma più ancora di ciò, appare importante osservare come, a dispetto di ripetute e continuate campagne mediatiche demonizzatrici) la cosiddetta “antipolitica” sembra avanzare decisamente come dimostrato dall’attenzione che si comincia a strutturare intorno alle liste del “Movimento cinque stelle” su cui, ovviamente, ogni dubbio o incertezza circa la qualità delle singole proposte o sull’insieme delle stesse, è più che legittimo.
All’esordio degli anni ’90 del secolo passato pensavamo che saremmo tutti “morti democristiani”, che il cosiddetto CAF sarebbe durato in eterno con la prospettiva, concretissima, di avere Craxi, Andreotti o Forlani come Presidenti della Repubblica.

Le cose però, all’improvviso (anche se con motivate ragioni) presero una piega diversa che ben presto che si trasformò in valanga e poi in un terremoto sistemico (a prescindere dagli esiti finali di tale terremoto, certamente non tutti positivi).
Ecco, impalpabili, ma ripetuti segni di qualche piccolo sommovimento cominciano ad intravedersi. Che si trasformino in eventi meteorici o tellurici non può essere ancora detto, ma il cielo dei giorni futuri non è del tutto serrato in cupi e pessimistici orizzonti. Forse.

In rete si dice



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