RU486, correlazione e causalità. E’ la vera colpevole?


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Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "RU486, correlazione e causalità. E’ la vera colpevole?" è stato scritto da Silvia D'Amico. Ogni autore ha la sua opinione personale che non sempre corrisponde a quella del curatore del sito. La pubblicazione non è sinonimo di condivisione delle opinioni e si pubblica ad esclusiva condizione che siano rispettate queste regole. Il sito mentecritica.net non ha fini di lucro, è gestito su base volontaria ed a spese del curatore. Il sito non è aggregato a partiti o movimenti e non sostiene nessuna organizzazione politica.

La notizia del primo caso in Italia di morte di una donna successivamente all’assunzione della pillola abortiva RU-486 è ancora fresca. Si è spenta a 37 anni a Torino per una causa ancora sconosciuta, ma che le principali testate giornalistiche non tardano ad associare all’assunzione del tanto contestato composto destinato all’aborto farmacologico. Tra i “cori sottovoce” di giubilo dei moralisti di ogni dove si sta già approfittando del decesso di una donna per fare audience. Questa è forse l’unica questione su cui del moralismo andrebbe fatto, ma ben pochi ci pensano.
A beneficio di tutti coloro che già gridano all’omicidio da parte delle case farmaceutiche, forse è utile ricordare che ancora non è stata fatta nessuna autopsia e che coesistenza della morte e dell’aborto non necessariamente concatena i due eventi, per quanto l’ipotesi non possa essere esclusa. Quel che per ora sappiamo è che c’è stata la morte di una donna in ospedale e che non sono noti errori nel protocollo di somministrazione di un farmaco che, è bene precisarlo, è stato utilizzato da decine di milioni di persone con “solo” 36 morti registrate, ma di cui non è stata dimostrata un’ineluttabile rapporto causa-effetto col farmaco.
Detto ciò è quantomeno doveroso fare chiarezza su cosa sia in realtà questa “pillola demoniaca” e quali siano gli affetti attesi sul corpo di una donna che decide di farne uso. La RU-486 è composta prevalentemente da Mifepristone, un ormone steroideo, esattamente come il progesterone. Cosa lo rende totalmente opposto alla funzione dell’ormone della gravidanza? La sua capacità di inibire l’azione dei recettori del progesterone.
Mifepristone e progesterone, infatti, sono simili nella struttura, ma non abbastanza da esercitare la stessa funzione. La pillola abortiva lega i recettori del progesterone senza attivarli ed impedisce al progesterone di svolgere la propria funzione. E’ noto che il progesterone è necessario al mantenimento della gravidanza, ragion per cui la sua mancata azione porta al distacco della parete uterina e dell’embrione impiantato in un processo assai simile a quanto avviene durante il ciclo mestruale, anche questo regolato dal bilancio degli ormoni sessuali nella donna.
Sostanzialmente, quindi, la RU-486 provoca un processo simile a quello naturale in un momento in cui dovrebbe essere inibito grazie agli ormoni della gravidanza.
Cosa dovrebbe renderlo dunque più vantaggioso rispetto all’aborto tradizionale, pratica legale e consolidata nel nostro paese a scopo terapeutico e non? La non necessità del ricovero ospedaliero e di pratiche chirurgiche non eccessivamente invasive, ma certamente traumatiche per la donna, come chi ha subito un aborto potrà facilmente testimoniare. Consente di interrompere la gravidanza dalle prime settimane, riducendo in tal modo le complicanze per la donna e, teoricamente, rendendo anche più semplice l’espulsione dell’embrione. Consente di abortire anche nei casi in cui non sia possibile l’aborto chirurgico, la paziente sia allergica ai componenti dell’anestesia e via dicendo. Per finire, non comporta il rischio di lezione meccanica dell’utero e della cervice con conseguente rischio successivo di sterilità o gravidanze extrauterine. Al contempo, il farmaco tende a provocare i medesimi sintomi di un aborto naturale e quindi nausee, dolori, sanguinamento che in molti casi risultano fortemente invalidanti.
Non mi soffermo sulle complicanze psicologiche in quanto strettamente dipendenti da ciascun paziente e, sostanzialmente, paragonabili tra i vari tipi di pratica abortiva.
C’è da dire che esistono delle procedure ferree da seguire per il personale medico e la paziente durante il protocollo di aborto farmacologico e che in specifiche circostanze non è possibile somministrare la RU-486. Tra queste, difetti di coagulazione, aritmie, gravidanze più avanzate di sette settimane o extrauterine, cardiopatie. Per tale ragione sono necessarie severe analisi precedenti l’inizio della procedura, di per sé molto complicata, per chi vuole approfondire è possibile leggere un buon approfondimento qui.
Il personale ospedaliero, come ovvio, smentisce ogni coinvolgimento, ma c’è un piccolo particolare che dovrebbe lasciar pensare: l’ecografia al cuore effettuata sulla paziente in crisi cardiaca ha mostrato una dilatazione dell’atrio destro. Resta da identificare la causa, tanto del decesso quanto di questa dilatazione. Se la stessa risultasse congenita o comunque non dovuta ad un eccessivo afflusso di sangue nelle ultime ore di vita della donna, ci troveremmo dinanzi all’ennesimo caso di malasanità, ad una “svista” che potrebbe essere costata la vita ad una donna. Oltre a ciò, esistono numerosi casi di infezioni letali non correlate al farmaco stesso, ma alla sua via di somministrazione. Il quadro è quindi assai più complicato di quanto si possa pensare.
Ancora una volta, i dati a disposizione nostra e degli addetti al lavoro di indagine sono ancora troppo pochi per avere qualche certezza. Ne consegue la rinnovata necessità di usare piedi di piombo, sia per noi comuni cittadini, sia per le testate giornalistiche assetate di scoop e capaci di divorare persino il dolore della morte pur di accrescersi in fama e guadagno.

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Informazioni su Silvia D'Amico

PhD Student in Biologia Cellulare e Molecolare, mi occupo di cancro, malattie ribosomali e di raccontare la scienza. Infatti, se fare scienza è osservare un diamante con la lente del gemmologo, per poterne godere ogni sfaccettatura, divulgare è raccontare cosa si vede attraverso di essa a chi non ha ancora imparato a guardarvi dentro.