Roma e il paradosso universitario

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Vivo a Roma da ormai cinque anni, da quando ho scelto di studiare nella capitale, un po’ sperando di avere qualche opportunità in più, un po’ per voglia di cambiare aria. Roma è grandiosa, magnifica, una gioia per gli occhi, un po’ meno per le orecchie, quando il rumore del traffico diventa assordante.  Tuttavia, per me ha rappresentato prima di tutto la porta di ingresso in un mondo che, almeno qualche anno fa, mi sembrava del tutto nuovo. Ho sempre concepito l’Università come un luogo di incontro tra menti e persone provenienti da esperienze diverse, un’opportunità per completare la propria istruzione ed ampliare le vedute, soprattutto mi sono illusa di poter trovare in quest’ambiente un vero esempio di democrazia.

Io, studentessa qualunque, figlia di un operaio e di un’impiegata, ignoravo totalmente ciò a cui mi sarei trovata dinanzi. Burocrazia, corsi ridondanti, docenti incompetenti, amministrazione inefficiente e, soprattutto, assenza pressoché totale di servizi dovuta alla scarsità di finanziamenti. Esattamente: una facoltà di scienze in cui gli studenti pagano supplementi per svolgere le attività di laboratorio e, nonostante tutto, i docenti sono costretti ad usare parte dei fondi di ricerca per mandare avanti la componente pratica dell’insegnamento.

E’ la crisi e, oltre a ciò, la grande attenzione del Governo Italiano per l’Università e la Ricerca, sintetizzabile in un “meno sanno, meglio stiamo”. Non mi meraviglio più così tanto di questa politica, è quasi scontata ed ha radici antichissime, risale al tempo in cui i libri venivano bruciati nelle piazze e la lingua dotta era il latino. La cosa che mi meraviglia è leggere che Roma ha ben 46 atenei, 22 tra pubblici e privati e 24 pontifici. Evidentemente sarà la mia visione ristretta delle cose, Roma è una grande città, ma qualcuno sa spiegarmi a cosa possono servire 46 università? Ammesso e non concesso che tutte siano effettivamente utili e fermo restando che le università private hanno sempre e comunque almeno lo scopo di riempire le tasche del fondatore, continuano a sembrarmi troppe.

Probabilmente, almeno per le università, non è poi vero il luogo comune secondo cui alla somma cospicua versata per pagare le tasse annuali corrisponde una laurea facile da ottenere ed un buon posto di lavoro. E’ altrettanto certo, tuttavia, che i servizi migliori, la maggiore selettività e l’offerta formativa di livello nettamente superiore che gli istituti paritari possono permettersi non sono frutto esclusivo dei fondi raccolti mediante le quote d’iscrizione. I fondi statali agli istituti privati hanno da sempre subito meno tagli rispetto a quelli destinati al pubblico che, invece, continua ad arrancare e tra poco sarà realmente costretto a fare affidamento soltanto sui fondi provenienti dalle rette pagate dagli studenti.
Qual è la conseguenza immediata di ciò? Se io, ateneo, per sostenermi devo fare affidamento su quanti studenti decidono di iscriversi annualmente, dovrò trovare un modo per incentivare il numero di iscrizioni ed aumentare il numero di laureati. Quale? Quello di abbassare la selettività dell’ateneo, diminuire la qualità della formazione e consentire una laurea agevole con voti di prestigio anche a chi, probabilmente, non lo meriterebbe.
Il concepimento di un piano simle è giustificato dalla evidente poca chiarezza per i comuni mortali di questo semplice concetto: è l’università che è pubblica, e quindi accessibile a tutti, non la laurea. Ognuno di noi ha dei limiti, il talento di alcuni è diverso da quello del grande studente e l’obbligo di un’università  è quello di garantire una formazione eccellente a studenti dalle possibilità economiche comuni, non di garantire una formazione mediocre al maggior numero di menti pur di non chiudere bottega. Lo Stato italiano ha operato e continua ad operare da anni per trasformarla in un “dopodiploma”, un tentativo di tenere i giovani occupati e lontani dal problema della disoccupazione, un modo come un altro per impedire il sorgere di un malconento. Tutto questo mentre chi siede in parlamento, padre d’un figlio che probabilmente non ha mai visto il banco di una scuola pubblica, lavora per impedire che si taglino i fondi agli istituti paritari, per garantire che i figli della classe dirigente diventino dirigenti a loro volta e possano evitare di mescolarsi alla plebe, al figlio dell’impiegato statale con una mente geniale che, per quanto grandioso, resta sempre il figlio d’uno statale.

Forse, e ribadisco il forse, di quelle 46 università qualcuna potrebbe anche cessare di esistere. Forse, se un istituto dal costo di 10000 euro l’anno per ciascuno studente non riesce a rimanere aperto senza gli aiuti statali, è ora che chiuda perchè, evidentemente, non c’è interesse per la sua esistenza se non da parte di una minoranza che, per quanto ricca sia, resta pur sempre una minoranza. Ed allora, perchè non eliminare il finanziamento pubblico agli istituti privati con la stessa leggerezza con cui si intima di chiudere un corso di laurea con solo otto studenti in una università pubblica, a prescindere dalla sua importanza? Probabilmente si passerebbe da 46 a 23, ma il denaro risparmiato potrebbe consentire agli istituti pubblici di sopravvivere, riorganizzarsi e soprattutto smettere di essere l’ombra di se stessi.

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Mumon, "La Porta non Porta", quella che secondo il buddismo conduce alla Via. Non sono buddista, non sono religiosa, ma attraverso la riflessione voglio raggiungere la mia via. Queste riflessioni ho deciso di condividerle con voi, che siano giuste o sbagliate, per il puro gusto della condivisione e perchè senza il confronto non si cresce.

Pubblicato in Cuore di Tenebra
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