Roma 4 Aprile: Un mondo di Emozioni
1 maggio, 2009 - 9:00 di osvitol
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: e chi se lo scorderà più ! Quando alle ore 21.40 ho preso il treno dalla stazione di Settimo per recarmi sino a Porta Nuova ero indeciso, pieno di paure, ansioso. Chissà se ce l’avrei fatta!
Chissà se il mio povero fisico avrebbe retto alla stanchezza, alla confusione, alla moltitudine che molto spesso ti travolge ignara ed inconsapevole dei tuoi problemi. Mille paure attraversavano la mia mente mentre con lo sguardo percorrevo i binari assieme al viaggio lento del treno che mi accompagnava verso la prefissata partenza.
Ma posso aver paura di Roma, pensavo? Roma è una città che ho sempre amato, sospesa tra un luminoso e grandioso passato ed un decoroso presente. A Roma ci andai da bambino (la mia povera mamma adorava la capitale), poi da studente fantasioso ed innamorato, poi da militare, poi innumerevoli volte per lavoro, infine gli ultimi due anni e non mi ha mai tradito.

Conservo sempre bei ricordi della capitale e quindi “perché questa volta dovrebbe essere diverso ?” pensavo tra me e me per farmi coraggio. Finalmente rinfrancato da questi pensieri arrivo al luogo convenuto per la partenza e comincio a respirare il bel clima del viaggio.
Centinaia di persone festose affollano i binari: incontro i miei colleghi e i miei compagni di viaggio, si scherza, si ride, prendiamo posto sul treno e finalmente si parte. Il nostro vagone è comodo, nello scompartimento possiamo allungare i sedili ricavandone quasi piccoli letti.
Beh, pensavo peggio. Dopo qualche ora di amabile conversazione intervallata dai passaggi di occasionali passanti, saluti cordiali e propositi di lotta, arrivati nel cuore della notte, crolliamo distesi tra i nostri improvvisati letti.
Quando mi sveglio siamo oltre Civitavecchia, ho persino riposato bene, il giorno è quasi levato e l’umore diventa buono.
Un lampo, e Roma è lì ad attenderci; distesa e immensa da riempire, ma oggi pare accogliente.
Arriviamo alla stazione Ostiense e vengo travolto da un’inconsueta euforia, decine di migliaia di persone mi circondano in un’incredibile baraonda rossa, tanto chiassosa quanto ordinata.
L’organizzazione ci guida, fornisce cappellini, bandiere, acqua per rifocillarci, ci indica il percorso e noi cominciamo ad esultare silenziosamente.
Ma quanti siamo? Una marea, siamo duecento mila solo qui ad Ostiense (altro che duecentomila in tutto, come sosterrà qualcuno più tardi).
Ma la guerra delle cifre ha poco senso, oggi contano di più le sensazioni e le emozioni.
Partono le sfilate, la Sardegna avanza maestosa; non pensavo che fossero così sindacalizzati ed agguerriti in Sardegna, da Sassari a Cagliari, da Iglesias a Carbonia.
E poi il Veneto, la Liguria, la marea emiliana. La marea emiliana non tradisce mai, quanti pensionati anziani che si reggono a malapena in piedi, ma marciano orgogliosi e risoluti verso chissà quale conquista.
Vedo queste cose ed è come se mi tornasse la forza alle gambe.
“Ma quando partiamo noi?” penso con impazienza e infine arriva anche la nostra ora, l’ora del Piemonte.
Partiamo, tra brevi pause e lunghi respiri, la stanchezza non la sento, a trascinarci è l’orgoglio, la fierezza, la consapevolezza di essere lì in tanti.
Sembra tutto veloce, un attimo siamo lì al fondo di Viale Aventino; Circo Massimo è lì in fondo ad aspettarci.
Risuonano nitide e chiare le voci di chi comincia ad alternarsi sul palco: i diffusori di suono funzionano perfettamente e ora si cominciano a vedere anche i megaschermi.
Comincio a guardarmi sempre di più intorno, mentre comincia a formarsi la fila per gli accessi all’immenso piazzale del Circo Massimo, anfiteatro ora naturale e fantastico per questo fiume di gente.
Tantissimi giovani, studenti, disoccupati, precari; tante magliette con l’effige del Che (ma allora esiste ancora la sinistra!) moltissimi anziani, pensionati, tantissime donne; ma un pizzico di amarezza.
Forse è proprio la mia generazione che manca: dai 35 ai 55 anni qualche vuoto si avverte, eppure è proprio questa la generazione più colpita dalla crisi, dalla sofferenza, dilaniata dalle cattive economie.
Forse è rabbia, forse è delusione, forse è disincanto, ma la mia gente manca un po’ all’appello.
Quando finalmente arriviamo dentro l’immenso catino del Circo Massimo la mia amarezza tramonta definitivamente.
Sono qui, uno tra le decine di migliaia (non importa quante esattamente) e l’età non conta più, la stanchezza comincia a farsi sentire ma non importa, non ci potrebbe essere scenario migliore per cantare la mia gioia e la soddisfazione per avercela fatta.
Sì, sono qui, anche io con la mia bandiera, sono qui con tutta la forza che mi rimane, sono qui a gridare per tutti voi, per la mia famiglia, per i miei figli, per tutti gli amici, per tutti quelli che non mi hanno mai abbandonato in questi anni.
Sì, sono qui a gridare perché forse ce la faremo a costruire un mondo migliore, un mondo più giusto e più libero, un mondo dove anche gli ultimi, per una volta, possano avere la sensazione di primeggiare.
Ora basta, sono esausto, saluto tutti e me ne vado.
“Non preoccupatevi per me; io sono contento così” dico ai miei colleghi, ma sono esausto, è ora di tornare.
Getto ancora uno sguardo all’immenso colpo d’occhio del Circo Massimo, come a voler fissare le emozioni e trattenerle ancora a lungo, il più a lungo possibile.
Inizia il mio viaggio di ritorno.
Arrivederci Roma, alla prossima occasione.
Roma 4 Aprile: Un mondo di Emozioni è di
