Rockya 6


Credo di non aver avuto più di dieci, dodici anni, ma ero già uno sfigato. Ero grasso, più di oggi, avevo già gli occhiali, giocavo una merda a pallone e parlavo usando vocaboli che i miei “amichetti” non capivano.
I ragazzi del circondario avevano adottato un cane, una specie di versione anoressica di un meticcio di cane lupo, a cui avevano dato il nome di Rocky. In realtà Rocky era una femmina, come si ebbe modo di scoprire all’atto della prima copula in cui fu coinvolta. Per cui, da allora, i ragazzi la chiamavano con lunghe grida che facevano più o meno così: “Rockiiaaa, Rockiiiaaa”.
Rockya era una stronza. Aveva capito che io ero lo zimbello del gruppo e, declinando in maniera malvagia l’attitudine servile dei cani verso i loro padroni, mi aveva puntato. La cosa si esplicitava con una specie di scorta di cui si sentiva incaricata ogni cazzo di giorno quando tornavo da scuola. Si metteva più o meno alle mie ore cinque, abbaiando come la zoccola che era e facendomi sentire l’alito caldo vicino alla mia mano destra che ondeggiava mentre camminavo.

Io, che ero stato cresciuto nella disciplina che ai cani non bisogna mostrare timore, camminavo diritto per la mia strada, senza voltarmi, ma avevo una paura fottuta che Rockya mi mordesse. Così mi facevo tremante i tre, quattrocento metri che andavano dalla fermata dell’autobus di fronte alla palazzina della Sip fino alle case popolari dell’ISES. Io davanti e Rockya dietro che, pertinace, abbaiava e ringhiava senza sosta con i ragazzi che ridevano e gridavano “Rockiiaaa, Rockiiiaaa”.
La cosa diventò uno stress al punto che facevo lunghi giri per evitare la zona presidiata da Rocky, ma questo umiliava il già compromesso equilibrio della mia autostima. Mi cacava il cazzo esponenzialmente (uno dei problemi era anche che a dodici anni sapessi già esattamente cosa fosse una progressione esponenziale) che una merda di cane mi obbligasse a quella pubblica umiliazione per cui decisi di armarmi.
Mi procurai un lungo bastone e ne saggiai la manovrabilità in solitarie sessioni di addestramento. Era autunno e nel tardo pomeriggio il sole disegnava ombre cremisi sulle mura dei palazzi che mi circondavano.

Terra

Così che, armato della mia lunga lancia, ripresi la strada del compound presidiato da Rocky con l’intenzione di paventarle il mio armamento e ridurla al terrore puro mettendola in fuga.
Rockya mi vide da lontano e con un’agile manovra simile a quella di un caccia da combattimento si pose alle mie ore cinque, in quella oscura e labile zona di spazio dove io potevo percepirne la minaccia senza vederla. E lì giunta iniziò ad abbaiare e ringhiare. Io feci qualche metro raccogliendo tutta la mia rabbia, poi mi girai e brandii la mia arma con la faccia più minacciosa che la pinguedine potesse consentirmi.
Alla vista della mazza gli occhi di Rocky brillarono di gioia come se da tempo non aspettasse altro. Scoprii i denti e iniziò ad abbaiare come un’invasata spostandosi a destra e a sinistra in una specie di balletto ipnotico. Io che avevo letto troppo Giulio Cesare e che mi aspettavo che le orde Galliche si dessero alla fuga alla sola vista della mie legioni disposte in formazione di combattimento, rimasi come un cazzone rendendomi improvvisamente conto che non avevo mai avuto veramente intenzione di colpire Rockia. Volevo solo spaventarla. Lei no. Lei balzò e mi morse. Finii all’ospedale a fare l’antirabbica. Mentre mi mettevano in macchina, ebbi il tempo di vedere il mio cazzo di bastone abbandonato a terra insieme ai miei occhiali rotti.
Quello fu l’esempio plastico di un grande principio la cui codifica formale mi fu impartita solo qualche anno più tardi, quando, messi da parte quei cazzi di libri, divenni finalmente un, come si dice dalle mie parti, “malamente”: non esibire mai un’arma per minacciare, ma solo per usarla.

Rocky, che scampò all’abbattimento, morì di parto qualche mese dopo. Io la vidi portare via con sincero dolore. Avrei voluto ucciderla io con una determinazione solida e gelida che mi si era silenziosamente condensata nell’antro più buio della mia coscienza. Ma il momento era passato e la partita si era chiusa irrevocabilmente sull’uno a zero per lei.
E così, oggi che è giorno di cupi ricordi, posso dire che non ho mai ucciso nessuno per vendetta. L’ho fatto per dovere, per opportunità, a volte senza sapere esattamente perché, ma per vendetta no. Mai.
Comunque, mai dire mai.


La voce degli amici: Questo post letto da BoBa


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