Rivoluzione Reale, Rivoluzione Permanente, Rivoluzione Ideale 7


robespierre.jpgA causa della sua stessa natura qualsiasi rivoluzione è destinata a fallire sul lungo periodo, si tratta di un’inevitabilità di natura strutturale. I movimenti e gli atti rivoluzionari nascono in virtù della necessità di rovesciamento dello status quo politico-sociale quando qualsiasi graduale evoluzione, scaturita dal dialogo fra le componenti sociali e le forze di potere, risulti impossibile.

Ed è proprio nella prospettiva di questo rivolgimento violento che la rivoluzione riesce a canalizzare le forze latenti del paese di cui si alimenta. La rivoluzione si configura pertanto quale fenomeno violentemente dinamico le cui possibilità attuative derivano dall’iniziale convergenza di assunti ideologici ed obiettivi pratici, sotto forma dell’identificazione di un avversario interno la cui distruzione è considerata premessa necessaria ad un radicale miglioramento del benessere del paese.

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Il successo della rivoluzione, in questa fase, è sempre possibile: anche e soprattutto in virtù del fascino ideale esercitato dalle prospettive quasi messianiche di rinnovamento nazionale, nonché dello stesso evidente confronto che si instaura in termini assolutizzati fra vecchio e nuovo. Se la fase culminante di ogni rivoluzione coincide con la presa del potere, la crisi è immediatamente susseguente: e non tanto per la possibilità che le forze rivoluzionarie non riescano a tradurre le proprie convinzioni in atto pratico. Quanto piuttosto perché i movimenti rivoluzionari, nella loro dimensione fortemente dinamica, risultano profondamente incompatibili con la gestione del potere e con le regole eminentemente conservative che la dominano. La rivoluzione, in sostanza, non può trasformarsi in forme di potere stabili senza rischiare di tradire la sua stessa natura, ed è da questa immediata constatazione che deriva la necessità di prolungare nel tempo l’atto rivoluzionario sino a plasmare il principio della rivoluzione permanente. Essa non è che una trasfigurazione della rivoluzione originaria, un rimodellamento esteriore atto ad occultare la formazione di una nuova struttura di potere di tipo verticistico: le forze rivoluzionarie assestatesi e consolidatesi in nuove istituzioni, in sintesi, non faranno altro che alimentare nuove spinte propulsive in funzione suppletiva all’originario movimento rivoluzionario ormai esauritosi, onde smentire l’ingessamento connaturato alla loro stessa forma istituzionale. Simili atti epigoni, che si dovrebbero correttamente considerare pseudo-rivoluzionari, non possono ovviamente che derivare dall’identificazione o dall’invenzione di sempre nuovi ostacoli, di sempre nuovi nemici, la cui sopravvivenza sia considerata incompatibile con l’esistenza della rivoluzione: e la cui distruzione, invece, sia additata di volta in volta a definitivo coronamento, d’altronde sempre più lontanamente, della rivoluzione originaria.

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Il passaggio dalla rivoluzione reale alla rivoluzione permanente sancisce la sopravvivenza delle nuove forme di governo, ne permette la perpetuazione e garantisce il consolidamento della loro presa sulla nazione: ma può anche determinare prevedibili effetti deteriori con il progressivo esaurimento delle stesse energie nazionali. V’è in sostanza il pericolo, sempre presente, che la rivoluzione finisca per divorare se stessa, disgregando e frammentando in questa sua esigenza di sopravvivenza non solo le forze rivoluzionare originarie, ma lo stesso tessuto sociale: e ciò mediante una sequela apparentemente infinita di amputazioni ai danni di componenti arbitrariamente e strumentalmente identificate come conservative od esplicitamente controrivoluzionarie. Lo stalinismo può essere considerato un buon esempio di una simile dinamica, ed è plausibile ritenere che solo l’effetto compattante determinato dalla stessa invasione germanica abbia salvato l’Unione Sovietica da un prematuro collasso. Il successo della strategia della rivoluzione permanente sembrerebbe essere piuttosto rappresentato dalla capacità della classe dirigente di identificare a bella posta i nemici della rivoluzione in minoranze politiche e sociali la cui eradicazione non comprometta eccessivamente la stabilità del tessuto sociale. La nascita e l’evoluzione del Terzo Reich e delle sue politiche discriminatorie può essere considerato un buon esempio di quest’ultimo assunto. In seguito alla conquista del potere il nazionalsocialismo scese infatti a patti con i poteri forti dell’industria e dell’esercito, preferendo procedere ad una loro graduale nazificazione e sottomissione che non ad un’eradicazione violenta; mentre, al contempo, vennero epurate le forze oltranziste in seno al movimento nazionalsocialiste, rappresentate dalle SA di Röhm e propugnatrici della necessità di una rivoluzione permanente capace di ridisegnare radicalmente il volto politico-sociale della Germania.

Da allora innanzi, complice un tessuto sociale più moderno ed omogeneo e la mancata necessità di procedere a quel programma di industrializzazione forzata che in URSS determinò invece un brutale stravolgimento dell’originaria società contadina, il rivoluzionarismo nazionalsocialista assestò la propria azione sulla violenta discriminazione, e successivamente sull’eliminazione, di minoranze politiche e sociali la cui scomparsa, a giudicare dalla straordinaria resistenza che il Terzo Reich dimostrò anche nelle vicende belliche, non compromise significativamente la compattezza della società germanica. Ma se al nazionalsocialismo fosse stato malauguratamente concesso di sopravvivere nel tempo non v’è dubbio che in seguito all’esaurimento di queste ulteriori spinte l’azione dello stato sarebbe sfociata in un processo di progressiva sclerotizzazione che, in ultima analisi, avrebbe inevitabilmente portato al disfacimento dell’esperienza nazionalsocialista. La rivoluzione reale, quand’anche si tramuti in rivoluzione permanente, in ambito pratico-politico non può che costituire una mera parentesi: e solo il suo apporto in termini ideali, nella ridefinizione profonda del concetto di cittadino, delle sue relazioni con lo Stato e la società, del sistema dei diritti e dei doveri personali e comunitari, può sancire il reale successo dell’esperienza rivoluzionaria nel tempo. Ragion per cui, ad oltre due secoli dalla Rivoluzione francese e ad appena sedici anni di distanza dal crollo dell’ultimo totalitarismo del XX secolo, continuiamo a guardare con riconoscenza alla prima nonostante la degenerazione di quella specifica esperienza rivoluzionaria, sfociata nella stagione del Terrore e poi del Bonapartismo. Mentre la seconda non assume ormai ai nostri occhi alcun valore paradigmatico.