Rifiuta il rifiuto! Parte Seconda
12 ottobre, 2007 - 9:00 di serpiko
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Dopo le considerazioni fatte nella prima parte, decido di informarmi meglio, scendendo nel dettaglio di ciò che è stato fatto per limitare il problema. Anzitutto prendo atto di come le politiche di riduzione degli imballaggi siano gestite a livello locale: se ne occupano regioni e province, ognuna per sé (e monnezza per tutte).
In Piemonte essi fanno un ottimo lavoro, come dimostrano i . Di fatto, l’unica spinta alla riduzione dei futuri rifiuti è una sorta di piccolo contributo ambientale che si paga in misura al peso o ad altra unità convenzionale dell’imballo impiegato. Esistono anche dei ma mi sembrano decisamente più pubblicitari che incentivanti.
Primo grosso errore: esiste un deterrente economico ma non una sovrastruttura di approvazione dell’imballo. Ciò significa che il deterrente non è efficace su tutti i prodotti allo stesso modo, colpirà più gli articoli di primo prezzo e meno quelli di marca o di qualità. Un’approvazione in fase progettuale avrebbe consentito una maggior uniformità, garantendo che anche per il prodotto di maggior qualità fossero attuate delle politiche di riduzione.
Ma poniamo che il contributo sia necessario e venga uniformato nel suo impatto sui prodotti. Questo contributo cade solo sull’imballo: nel caso del mio Samsung, qualcuno ha supposto che io butterò via soltanto il cartone, la plastica e i polistiroli ma che terrò per sempre il forno. E questo è il secondo grosso errore: anche il forno ha un suo ciclo di vita, al cui termine getterò via anche esso, mentre il contributo è stato pagato solo sull’imballo.

Due errori gravi, quindi. Mai però come il terzo, decisamente più grave di tutti perché sbaglia già nel presupposto: stiamo infatti parlando di riciclaggio e non di riutilizzo, stiamo discutendo su come ritrasformare un prodotto senza aver vagliato se esso può o meno essere davvero considerato al termine del suo ciclo d’utilizzo.
Il primo passo per ridurre i rifiuti è proprio non produrne: se riuscissimo a riutilizzare per “n” volte un certo imballo, dimezzeremmo la domanda di quell’imballo di un numero di unità pari a “n”.
Esistono materiali che possono tranquillamente reggere un alto numero di cicli, mi riferisco in particolare agli imballi in plastica e vetro che vengono utilizzati per il confezionamento e il trasporto dei liquidi: detersivi, acque, vini, bevande… Qualcuno ci ha pensato in tempi non sospetti: da alcuni anni vi sono infatti supermercati dotati di distributori automatici per la vendita di prodotto sfuso (eccone un ).
Iniziativa interessante, che ha consentito grandissimi risparmi ai consumatori. Si parla di almeno un 10% di riduzione dei costi in termini di imballo, ottimizzazione del trasporto, non gestione degli stock di confezioni etc etc. Il metodo proposto ha sensibilizzato altre aziende a fare altrettanto: cito per esempio le organizzazioni di commercio equo e solidale che promuovono il , altro detersivo venduto sfuso per il quale vengono riciclate anche le manichette che ne consentono la vendita al dettaglio.
Per altre ragioni, legate soprattutto al risicato prezzo di vendita della materia prima, recentemente sono sorti anche dei distributori di : si arriva col proprio flacone da litro, una monetina e zac, il gioco è fatto.
A causa della difficoltà nel raccogliere statistiche su un così frammentato campione, ho faticato a reperire dati relativi al riutilizzo dei materiali: circa il bottigliame, si vocifera di 5 cicli utili per quello in plastica e di infiniti cicli per quello in vetro, se ben conservato. 5 cicli sulla plastica portati su scala nazionale significherebbero una riduzione dell’80% dei materiali in questione.
Sono convinto che il riciclaggio sia veramente l’ultima spiaggia perché, se escludiamo i fortunati casi delle province italiane al di sopra del 60 %, la realtà è che nessun capoluogo di regione supera li 40% e la media nazionale si attesta al 24% circa con picchi dello 0% nei capoluoghi campani (dati Ansa).
Riduzione e riutilizzo, quindi: non solo riciclaggio. Con premi anche economici alle aziende che riusciranno a ridurre quanto più possibile il loro impatto ambientale. Quel che tengo a ricordare è che il primo premio è sempre quello decretato dai consumatori quando decidono quale prodotto far battere alla cassa: la spinta alla riduzione degli imballaggi, al loro riutilizzo e a un corretto recupero di quelli ormai scartati passa anzitutto attraverso la responsabilità di ognuno di noi. Se saremo capaci di non scegliere a priori le soluzioni più comode ma di premiare quelle effettivamente migliori per il futuro di ognuno, le soluzioni migliori non tarderanno a venire. E partiranno dall’inizio, non dalla fine del problema.
E se ripenso alle conseguenze del mio fornetto Samsung…
Rifiuta il rifiuto! Parte Seconda è di serpiko

Negli Stati Uniti si usa il “frullatore” installato nel lavandino della cucina per disfarsi di quello che vuoi, quindi, va finire nelle fogne. Le regole di imballaggio americane hanno l’effetto del tuo Samsung, e poi, come bisogna spendere per pagare le meno tasse possibili, i prodotti sono fabbricati appositamente per avere una vita corta in modo di permettere al consumatore di acquistare nuovamente gli stessi articoli con nuove caratteristiche e quindi continuiamo a moltiplicare imballaggi ed apparecchi che vanno “dispersi” nell’ambiente.
In Messico è diverso, porti fuori la spazzatura e dopo un po passa qualcuno che la fruga e si porta via cartone, lattine, giornali, ecc. per andare a venderli e così guadagnarsi il pane quotidiano.
L’ironia della vita
due bei articoli sul problema dell'imballaggio.
immagino che per rendere fattuabile ogni iniziativa (il latte alla spina, il detersivo lympha) bisogna prima creare il terreno fertile su cui far attecchire una responsabilità collettiva verso l'ambiente.
non vedo tuttavia sforzi da parte dell'autorità.
c'è una nicchia di Italiani che si preoccupa delle proprie azioni e delle conseguenze che queste porteranno.
ma per tutti gli altri bisogna continuare a "sperare" (promuovere) una rivoluzione culturale, personale, che mi sembra diventi sempre più indispensabile per vedere il domani.
ma nessuno pensa ai poveri produttori di polietilene da imballaggi?
recentemente la centrale del latte di trento ha provveduto a sostituire le bottiglie ed i tetrapack sia 0.5 che da 1 L. Morale della favola: prima i trasportatori usavano le classiche cassette di plastica che venivano restituite alla consegna successiva (da me iniziano a girare alle 4am) che ne contenevano dieci (parlo delle sole bottiglie di plastica), ora sono imballate a sei a sei e con il loro design accattivante hanno sostituito le vecchie cassette.
La cosa curiosa è che le cassette standard sembravano fatte apposta per essere messe sui bancali (pallets), mentre adesso ad ogni curva a gomito vola latte da tutte le parti.
Ah, beh, inoltre devono – per il fatto che sono sei a sei – consegnare più spesso (e meno volentieri, immagino) negli stessi esercizi
Quando acquistate una ricarica telefonica dal tabaccaio o al supermercato, avete mai notato che state maneggiando un mero imballaggio?
Il peso della ricarica è pari a zero grammi, in quanto trattasi di prodotto immateriale; il peso dell'imballaggio è pari a ics grammi (excusez-moi, non l'ho mai misurato).
Va a finire che l'incidenza dell'imballaggio sul peso totale dell'acquisto è pari al 100% (zero + ics = ics), o anche che l'imballaggio è infinitamente più pesante del prodotto vero e proprio (ics / zero = infinito).
(Se ho scritto qualche corbelleria matematica, accetto correzioni dagli esperti del ramo).
non rilevo inesattezze!
però non conosco il francese
@silvio
ancora con la ricarica gratta e vinci? Non è meglio usare un bancomat?
o internet?
Non avete notato che ho usato la seconda persona plurale (acquistate, avete, state) anziché la prima (acquistiamo, abbiamo, stiamo)?
No, non l'avevamo notato
ps:
… astuto il ragazzo. O grande comunicatore (sarà il nome?)