Ricerca in Italia? Myrmex e i soliti amici. A volte ritornano. 33


Nuovi ostacoli, nuovi tagli diretti da quella legge che, paradossalmente, prende il nome di “Legge di Stabilità”. Bisogna risparmiare, c’è la crisi e ancora una volta questa si riflette sulle tasche e sulle agevolazioni dei dipendenti, più che sugli sprechi d’una classe dirigente sciagurata e di un sistema Italia che fa acqua da tutte le parti, un acquedotto ridotto ad un colabrodo di cui si continuano a chiudere i rubinetti senza porre rimedio alle perdite.

Altrettanto fresca è la notizia della scoperta di una delle piaghe che hanno causato e causano  dispersione di fondi ed energia, risorse di cui l’economia e l’innovazione del nostro paese hanno profonda necessità ed a molti livelli. Sto parlando del caso Myrmex, un fiume dalle acque torbide difficile da navigare. La Myrmex, proprietaria di un centro di ricerca nel Catanese, avrebbe ricevuto nel mese d’agosto 3 milioni di euro dal MIUR in cambio di attività scientifica inesistente e rendicontazioni palesemente falsificate con la connivenza dei ricercatori, spaventati dall’eventualità di perdere il lavoro. Non siamo nuovi a sotterfugi di questo tipo, ma val la pena di partire dal principio.

La storia ha inizio nel 2009, anno in cui Pfizer ingloba la Whyet e, conseguentemente, il suo polo siciliano tecnologicamente avanzato in cui vengono e verranno condotti Trial farmaceutici di fase I. Inglobare un’azienda concorrente è stata una mossa scaltra, ma la crisi obbliga la società a riorganizzarsi e operare dei tagli: a inizio 2011 viene annunciato che  il centro di ricerca di Catania verrà dismesso e i suoi dipendenti verranno messi in mobilità. Conseguenza naturale di ciò sono gli scioperi,  l’apprensione e la paura di onesti lavoratori di perdere il proprio impiego. C’è da dire che negli ultimi anni questa procedura è stata adottata da numerose aziende nell’ambito biomedico con un esito assai meno positivo.  Nel settembre 2011, infatti, Myrmex subentra a Pfizer nella gestione dell’istituto acquistando al “prezzo simbolico” di  1 euro una struttura dal valore commerciale di 37,7 milioni di euro e con 76 ricercatori dipendenti,  all’insaputa, o col beneplacito, dei sindacati. Già il fatto che questa storia abbia destato assai meno scalpore di molte altre potrebbe far pensare, ma scartabellando un po’ tra le dichiarazioni riportate dai giornali, possiamo leggere che:

Pfizer ha consegnato a Myrmex un Centro con standard garantiti a  livello internazionale, dotato di un laboratorio  pubblico-privato con il Cnr, che ha in corso  programmi di ricerca che godono di finanziamenti del Miur (Ministero Università e Ricerca), svolti in collaborazione con importanti enti pubblici quali il Cnr e l’Istituto Superiore di Sanità. Queste partnership pubblico-privato rappresentano una “dote” importante per il Centro, che comprende oggi l’avvio di un programma di  ricerca del valore di 20 milioni di euro, di cui circa 6 milioni saranno a favore del Centro e oltre 10 milioni a favore dell’Istituto Superiore di Sanità, del Cnr e di università siciliane e di altre Regioni del Sud Italia. L’accesso a questi fondi è stato reso possibile grazie al fatto che Pfizer si è impegnata a trovare un partner industriale  privato  qualificato, come Myrmex,  in grado di rilevare il Centro e garantire i livelli occupazionali. (Fonte qui)

Una volta riusciti a sfuggire al “triangolo delle bermuda” amministrativo, è facile scoprire che la richiesta di finanziamento al MIUR, per un importo di circa 19 milioni di euro,  è stata presentata nel 2010 e tra i beneficiari è  già presente Myrmex. Quindi già nel 2010, prima ancora che fosse ufficiale l’intenzione di Pfizer di “liquidare” la struttura siciliana, Myrmex, CNR, Istituto Superiore di Sanità, 3 università ed altri enti si sono accordate ed hanno concorso per un finanziamento MIUR. Ciò fa pensare alla possibile presenza di accordi tra Myrmex e Pfizer (o comunque con gli altri partner del centro) antecedenti alla comunicazione dell’intenzione di dismettere il centro. Qualora questi accordi siano realmente esistiti, perché non farli valere prima? Forse perché una situazione simile di dismissione e mobilità del personale,  che ha caratteristiche d’urgenza, è sufficientemente valida per far passare in sordina il prezzo a cui Myrmex ha acquistato il centro: 1 euro. Un prezzo così basso da non essere giustificato neppure dai 15,8 milioni di passivo previsti per il cambio di attività. La necessità di salvare il centro di ricerca si mostra assai più pressante di una vendita a valore di mercato.

Alla società protesica  risultano adesso intestati 3 progetti, uno dei quali, il più importante, è proprio quello da oltre 19 milioni, suddivisi tra 8 beneficiari, di cui si parla nell’articolo che ho citato. Gli altri due prevedono un importo minore, di circa 650 000 euro per quel che riguarda Myrmex. Il progetto principale riporta il titolo “Identificazione di biomarcatori e sviluppo di metodi diagnostici e terapeutici nel campo dell’oncologia e della biologia vascolare”. Per esperienza personale,  posso affermare che di norma gli enti che erogano fondi per progetti di ricerca tendono ad incentivare principalmente aziende o centri con una tradizione di ricerca nell’ambito che li qualifica come competenti e, ragionevolmente,  in grado di portare avanti una ricerca produttiva senza brancolare nel buio. Stranamente in questo caso si fa diversamente erogando a favore di Myrmex la fetta più abbondante del finanziamento pari al 37,9% dell’importo totale, suddiviso con altri 7 partners.

Eppure Myrmex non è famosa per la sua attività nell’ambito della biologia cellulare e i gruppi con più esperienza sugli argomenti trattati dal progetto all’interno del nostro paese sono una miriade. Fatto sta che l’azienda milanese, famosa nel campo delle protesi,  evidentemente per il MIUR risulta molto più credibile di altri enti o aziende concorrenti.
Allo stato attuale, non c’è stata erogazione di fondi per nessuno dei tre progetti a cui ho fatto in precedenza riferimento.  Questa, per quanto strano possa sembrare, non è una totale mancanza ministeriale, considerato il paradosso insito nel sistema con cui si stanziano i fondi in Italia il quale prevede, nella maggioranza dei casi, una rendicontazione anticipata delle spese. Quello che fa scalpore è che, in tre anni, non è stata avviata alcuna attività di ricerca all’interno del centro e, al contempo, i lavoratori si sono trovati a dover firmare dichiarazioni riguardanti un’attività lavorativa che a conti fatti non c’è stata. Non solo, tutto questo è letteralmente passato inosservato mentre numerosi altri enti di ricerca, statali e non,  sono continuamente sotto esame e sottoposti a misure restrittive non indifferenti.

È bene ricordare che anche le attività di ricerca delle Università Italiane non si appoggiano quasi più a fondi MIUR, da sempre insufficienti,  ma sono costrette a sfruttare associazioni e fondazioni come Telethon, AIRC, AICR e chi più ne ha più ne metta. PRIN e FIRB, due concorsi per progetti di ricerca creati da ricercatori, hanno gravi restrizioni sia dal punto di vista del curriculum di chi fa domanda, sia dal  punto di vista dell’età. Questo non fa altro che rendere più doloroso lo schiaffo che l’ennesimo episodio di italianità ha regalato ad un’intera categoria.

In questa faccenda, probabilmente, la necessità iniziale di non lasciare senza lavoro 76 persone ha avuto la meglio, ma il risultato è stato solo quello di darle in pasto ad un sistema che le ha usate per rubare soldi non suoi. Paradossalmente è solo l’inefficienza statale ad aver fatto in modo che i fondi erogati siano stati solo 3 milioni di euro e non molti di più. Viene da pensare che, comunque, in questi anni i lavoratori hanno incassato lo stipendio senza battere ciglio e senza lavorare, una cosa che all’apparenza è solo vantaggiosa. Tuttavia, per un ricercatore, mesi senza produzione non sono altro che tempo e terreno perso nei confronti dei più giovani. Per come è stato strutturato il sistema, ogni pubblicazione mancata vale molti posti in meno in una graduatoria e prospettive sempre peggiori nel caso in cui ci si ritrovi a dover cercare un nuovo lavoro domani. C’è stata la connivenza di coloro che hanno taciuto ed anche assecondato il gioco dell’azienda, ma forse non hanno saputo scegliere il male minore.

Poi, si va a scavare più a fondo. Viene fuori che Pfizer ha rifiutato l’offerta fatta per il centro di Catania dalla Nerviano Medical Science, un’azienda che da sempre si occupa di farmaceutica a differenza della Myrmex che ha il business nel campo delle protesi (è difficile pensare che abbia potuto fare un’offerta ufficiale meno competitiva di quella da 1 euro) . Scavando ancora un po’ si scopre che Gian Luca Calvi, presidente dell’azienda milanese, ha provato  in precedenza a comprare la Tecnohospital di Gianpi Tarantini, quello stesso Tarantini di cui abbiamo sentito parlare riguardo a Berlusconi, affare sfumato perché l’azienda fallita non poteva essere venduta (o qualcuno ha una smodata passione per i casi disperati, o c’è qualcosa che non sappiamo) . Qualche altro metro più in basso viene fuori che Gian Michele Calvi, fratello di Gianluca a capo di Myrmex, è stato a lungo collaboratore di Bertolaso e che è stato indicato come tale da Paolo  Berlusconi in un intercettazione del 2008. Arrivati così in basso non è difficile rendersi conto di come sia per l’ennesima volta la stessa melma ad aver invischiato tutto. Come siano gli stessi nomi, le stesse storie, le stesse nauseabonde vicende ad essersi appropriate della vita delle persone e di un paese intero. Ci si convince di averli buttati fuori attraverso la porta, loro rientrano dalla finestra, dal buco della serratura, dallo scarico della doccia, dal condotto dell’aria condizionata. Sono così invadenti da apparire quasi come una forma di vita aliena e, per questo, impossibile da estirpare fino in fondo.

Un tempo mi sarei arrabbiata. Adesso provo qualcosa di assai più simile alla rassegnazione.


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