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Resistere e Sopravvivere

31 marzo, 2010 - 8:38 di  
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30 marzo 2010

Oggi è una di quelle giornate nelle quali più forte sento di appartenere ad una città di mare. Il cielo è scuro. Solo a tratti si squarcia in rapide schiarite dove la luce calda si riflette sull’asfalto ancora lucido di pioggia. Il vento è fresco, teso, odoroso di paesi remoti ed invisibili. Il mare è livido, spumeggiante, infinito. Come sempre, severo ed indifferente.
Ho passato la mattinata seduto in un ufficio scalcinato. Le sedie sono quelle di formica dove non è possibile poggiarsi senza scivolare. Sull’atrio semivuoto affaccia uno sportello dove un impiegato annoiato fuma pigramente una sigaretta ignaro o inconsapevole di ogni forma di legge e di rispetto.
Fra le mani ho una cartellina piena di certificati dove si dice che mi sono fatto male, che non posso tornare al lavoro “fino a” e che sono in “inabilità con prognosi giustificata”.




Anche se non c’è quasi nessuno, mi tocca aspettare un’ora prima che un altoparlante chiami il mio numero. Nel corridoio una guardia giurata sovrappeso alza gli occhi da “Il Mattino” e mi fa segno di procedere. Entro nell’ambulatorio. Il medico non risponde al mio saluto, sta scherzando con le due infermiere (due) dell’ambulatorio e parla della “mazziata che gli abbiamo dato”. Quando mi siedo di fronte a lui, sulla sua scrivania c’è “Il Giornale” aperto in bella mostra. Mi chiede come mi chiamo continuando a scherzare con le infermiere (sempre due) e siccome, come tutti i medici, non ascolta, sbaglia il mio nome e cognome per quattro volte. Mentre canta le lodi della Polverini che “a quella lesbica della Bonino gli ha fatto un mazzo così” trova anche il tempo di interessarsi un po’ del mio ginocchio che guarda giusto per il tempo necessario a decidere che devo stare altri cinque giorni “in inabilità con prognosi giustificata”.
Mentre lascio la stanza con il certificato, i tre stanno discutendo delle doti virili del presidente del consiglio, del suo fascino personale e della sua capacità di trascinare le folle anche quando “gli altri” usano dei trucchi per ostacolarlo. Nessuno risponde al mio saluto.

C’è poco traffico. Molte scuole sono chiuse per le operazioni di disinfezione successive al voto, quasi che le elezioni siano una sorta di pratica sessuale a rischio per la quale esercitare un’opportuna profilassi. Ricomincia a piovere. Sul parabrezza della mia macchina c’è uno spesso strato di polvere rossa. Una polvere che racconta di venti africani, di deserti sterminati e dal leggero odore di spezie. Passo per Torrione, un quartiere popolare costruito dopo l’alluvione del 56. A quel tempo era estrema periferia, oggi quelle casette di due piani che affacciano direttamente sulla lunghissima spiaggia sono una sorta di Beverly Hills salernitana. Giro nell’interno e faccio lo slalom tra alcuni dei numerosi cantieri con i quali Don Vicienzo ha sostenuto la sua inutile campagna elettorale.
Leggo al volo un nome su un manifesto di lutto e mi fermo al lato per leggere bene. La madre di mia figlia, che ha vent’anni meno di me, questi manifesti non li guarda nemmeno e mi prende in giro per questa mia abitudine “da vecchiaccio”.
Ottaviano C., 49 anni, appuntato scelto dei carabinieri. Sì è lui, il Giaguaro. Con Ottaviano abbiamo fatto insieme il liceo. Lui alto, scuro, capelli ricci, bravo giocatore di pallacanestro e agilissimo portiere nelle partite di calcio giocate sul nostro campo alla Ciampa di Cavallo(1), un quartiere poco distante. Io tozzo, silenzioso, chiuso in me stesso, già preso dalla politica, ma desideroso di vivere quel residuo di infanzia che il gioco insieme ai miei compagni di classe prometteva.
Grazie all’involontaria collaborazione di Ottaviano, io ho vissuto uno dei momenti più alti della mia vita.
Era un pomeriggio di primavera del 1977, credo, e la mia classe sfidava la quinta G di Cavallaro, uno squadrone. Allora non avevano ancora inventato quella versione compressa del calcio chiamata “calcetto”. Per giocare ci volevano una decina di uomini per parte ed un campo sufficientemente grande. Io, dato il mio fisico, gli occhiali e la mia incapacità totale nel gioco, ero sempre e comunque in soprannumero. In genere facevo la riserva.
Quella volta, però, i miei compagni di classe me la fecero ancora più sporca. Siccome agli altri mancava un giocatore, mi passarono agli avversari, convinti di procurargli un danno ancora maggiore di quello di lasciarli con un uomo in meno. Una vera e propria umiliazione. Adolescente, avrei fatto di tutto per far parte del gruppo. Nel giro di pochi anni la vita mi avrebbe cambiato, ma allora ero così.
Eravamo cinque a cinque ed io vagavo completamente libero per il campo di gioco. Come dicevano i miei compagni, mi marcavo da solo. Ero sotto la rete difesa da Ottaviano, quando arrivò un cross alto dalla destra. Io, che per colpa degli occhiali, di testa giocavo ancora peggio che di piede, chiusi gli occhi e colpii di fronte piena. Vidi il pallone rimbalzare verso l’angolo basso della porta, il Giaguaro distendersi agilmente in volo in tutta la sua lunghezza e la rete gonfiarsi subito dopo. Gol. Sei a cinque.
La mia gioia fu incontenibile. Percorsi il campo facendo il gesto dell’ombrello fino a farmi dei lividi sul braccio. Nella visione deformata ed ingenua di allora, la mia mi apparve come la vendetta dei reietti contro gli oppressori del sistema. Un 17 ottobre fuori stagione celebrato nel campetto di periferia di una remota cittadina mediterranea.

Ora sono finalmente a casa e prendo tra le braccia la mia bambina. Andiamo alla finestra per giocare con le gocce di pioggia che scorrono sui vetri. Lei mette il ditino per fermarle, ma loro scorrono via. Poi, insieme, facciamo dei disegni sulle nuvolette di vapore che si formano con il nostro respiro.
Non posso fare a meno di chiedermi cosa diranno il medico e le sue amichette (due), quando tutto questo finirà ed i danni causati da decine di anni di politica spettacolo saranno finalmente evidenti.
Chissà se, come successe per la buonanima del Duce, alla fine non si troverà più nessuno che veramente aveva amato Silvione e i suoi anni di governo saranno spacciati per una dittatura che non è mai esistita.
Si parlerà di controllo dei mezzi di comunicazione, di uomini fidati piazzati nei centri di potere, di sostegno della massoneria, ma sicuramente si dimenticherà il voto dato nell’urna, il compiacimento per “aver fottuto la Bonino e i ricchioni amici suoi” , l’astio nei confronti dei “giudici tutti comunisti” e il “meno male che Silvio c’è”.

Ora, dopo anni, non ho più voglia di essere accettato ed ho finito per disprezzare il popolo nel quale mi è capitato di nascere e crescere. Non è per quello che è. Nessuno è migliore veramente di nessun altro. E’  per la capacità tutta italiana di dissociarsi da se stessi e dalle proprie scelte, rimanendo vergini ed immacolati qualsiasi cosa si faccia alla propria Nazione e lasciando la colpa agli “altri”, possibilmente con gli “altri” morti e a testa in giù a piazzale Loreto.

Io non sono più italiano e non crescerò la mia bimba da italiana. Siamo naufraghi scampati su un’isola fra gente straniera che ha le sue leggi.
Tutto questo passerà. Poi leggeremo sui libri di storia del male di questi anni e della gloriosa lotta del popolo per liberarsene, dei (pochi) cattivi puniti, dei (tantissimi) partigiani buoni, di monumenti abbattuti, di strade dal nome cambiato e di eroici liberatori freschi di giornata. Io e lei ne rideremo insieme perché sapremo la verità.

Resistere e sopravvivere, figlia mia. Resistere e sopravvivere.

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Note
  1. Ferro di cavallo []
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Comments

15 Risposte a “Resistere e Sopravvivere”
  1. Alfonso scrive:

    Secondo me (e credo che qualunque padre all’inizio del proprio “mandato” sia portato a pensarla come me) sono gli italiani a non essere più tali da qualche decennio a questa parte. Mi piacerebbe molto pensare a un qualche gap generazionale, ma in fondo so che non è così. Come ha ben detto Luttazzi a raiperunanotte, siamo nella “fase tre” e ci siamo con tutte le scarpe.
    La vita passa in fretta e credo proprio che bisognerà dire ai nostri pargoli qualcosa circa le priorità: che la società in generale è come il lavoro, cioè una realtà in cui immergersi al solo scopo di poterne poi uscire e finalmente vivere davvero, alla sola luce del proprio “network” personale (famiglia, qualche raro amico, qualche vicino eletto) e delle proprie passioni: musica, scrittura, dibattiti, arte in generale ma non hobbistica spicciola tipo collezioni, che ti rendono in qualche modo dipendente.
    Tutto il resto (parco giochi, televisione, scuola, x-box, computer, ufficio, elettrauto, forze dell’ordine…) è una costellazione di istituzioni che il genitore si ritroverà a dover integrare, così che il suo cucciolo non si affezioni troppo a queste istituzioni pur essendo per forza di cose incoraggiato a frequentarle.

    Buona fortuna

  2. cristiana scrive:

    Comandante,è tutto finto,vero?
    Non esiste,qui da noi, un livello tanto basso ,specialmente tra chi ha fatto il giuramento di Ippocrate e chi presta soccorso agli altri.O NO?????????
    Cristiana

  3. silvio scrive:

    No, Comandante, non crescere la tua bimba da italiana. Appena possibile, mandala a fare esperienze nei Paesi dell’Europa civilizzata. Se poi vorrà tornare nella terra delle sue origini, peggio per lei; ma tu almeno le avrai dato la possibilità di scegliere.
    Io mi sento da sempre in terra straniera, e da tempo avrei voluto andarmene. Purtroppo le turbe mi hanno inchiodato qui, e per sopravvivere nella quotidianità ho dovuto violentare la mia personalità, col risultato di odiare me stesso e, proprio come hai scritto tu, di “disprezzare il popolo nel quale mi è capitato di nascere e crescere”. Del resto, basta un minimo di spirito di osservazione per accorgersi che sono sempre le auto degli “altri” quelle parcheggiate male, sono sempre i cani degli “altri” a lordare i marciapiedi e le spiagge, sono sempre le cicche degli “altri” quelle fuori dal posacenere, sono sempre i figli degli “altri” quelli che combinano guai, sono sempre i telefonini degli “altri” quelli che squillano a sporoposito.
    Benvenuto nel club degli italiani-per-sbaglio, Comandante. Ho un motivo in più per sentirmi in sintonia con te.

    P.S.: C’è un “ameno” da correggere in “a meno”.

    • maria scrive:

      Con tutta la simptia possibile, e senza alcuna voglia di offendere…
      Stavo rileggendo il mio commento ed ho letto anche il tuo, ti chiedo scusa, ma non dirmi che sono anche sempre gli altri a scrivere se non propriamente male, in modo sbagliato :)
      Si in lina di massima, almeno per le cose brutte, orrende ed orribili, sono sempre gli altri… Anche per tutte le altre cose non eleganti non educate e non raffinate sono sempre gli altri, finchè magari ci si ritrova anche ad esserlo noi e per discolpa si usa il termine, che anche questo è usato sempre e solo dagli altri: va bene ma lo fanno tutti, per una volta che lo faccio anche io cosa vuoi che sia…. :)
      Anche se in linea di massima hai ragione, peccato solo non aver potuto ne tu, ne io, ne gli altri, chiunque essi siano, poter cambiare le cose prima che queste accadessino o quando stavano accadendo…
      Speriamo di poter sorridere un giorno anche noi tutti, insieme al comandante nebbia e la sua piccola…
      Notte.

    • Silvio
      mi permetto di intuire qualcosa dalle tue parole senza la minima pretesa di avanzare ipotesi che sarebbe irrispettoso fare.

      Credo di comprendere il tuo disagio che è quello della persona onesta, precisa, attenta che vede violare costantemente le regole, ignorare il rispetto, calpestare il diritto.

      E’ una condizione che, come avrai intuito, ho vissuto pienamente e che, fortunatamente, ho imparato a controllare ed accettare.
      L’esperienza e lo studio mi hanno insegnato che un’aliquota di tolleranza è indispensabile nell’analisi di qualsiasi sistema complesso. L’incapacità di tracciare una linea perfettamente diritta, pur essendo in grado di concepirla, è insieme la condanna della nostra condizione, ma anche la definitiva riprova della potenzialità del nostro intelletto.

      Non mi permetto di darti consigli, non sono all’altezza di farlo.
      Io non mi piaccio, ma non mi odio più. Ciò che sono in grado di fare è un problema per l’avversario. E’ questa l’unica cosa che conta.

      • silvio scrive:

        Non è questa la sede per approfondire la mia situazione, anche se sarebbe estremamente interessante e istruttivo farlo con te.
        Ringrazio te e Alfonso per le parole rispettose con le quali avete replicato al mio commento. In altri siti sono stato pesantemente svillaneggiato per molto, molto meno.

    • Alfonso scrive:

      Credo, Silvio, che non ci sia niente di male nel crescere la propria prole secondo la tradizione e la cultura italiana. La nostra cultura (specialmente le sfaccettature che compongono la nostra cultura religiosa, tesa non tanto alla scaramanzia quanto alla conoscenza della personalità, lontana dal rapporto causa/effetto della filosofia) ha numerosissimi valori validi. Nonché una storia ed un paesaggio invidiabili. La nostra lingua ha il dono (senza per questo escluderne altre eh per carità, ne parlo solo perché chiaramente la conosco meglio) di poter utilizzare un gran numero di parole per esprimere concetti tutto sommato molto simili. L’alfabeto di cui disponiamo si scosta poco dai suoni delle parole, e questa lingua che ci sembra difficile in realtà per il nostro cervello risulta piu’ facile che imparare a leggere l’inglese o altre lingue che ci appaiono piu’ povere. Queste ed altre che non ti sto a sciorinare (pensa per esempio ai movimenti delle mani) sono ricchezze che la Recluta Nebbia (un anno e mezzo?) si porterà fino alla tomba.

      Io ovviamente non ti conosco e mi permetto il lusso dell’opinione, tutt’al piu’ la speranza di una tua risposta: sono portato a credere che le turbe che ti tengono qui sono piu’ mentali. Se volessi andartene, potresti. Avresti senz’altro potuto. Credo che in fondo sai che se molti individui con i quali entri anche indirettamente in contatto non si portano bene a causa delle miserie che vivono (certo, economiche, ma soprattutto personali e mentali) e che ad un certo punto hanno visto che la via da seguire non è quella piu’ giusta, quella considerata piu’ corretta.
      Le forze della natura, di cui l’uomo è rappresentante, sono per se’ legate ad un principio di stretta economia. A un certo punto non puoi piu’ studiare ed essere indipendente (come ogni mammifero raggiunta una certa età) e non puoi entrare in un ufficio e chiedere lavoro col tuo solo curriculum, senza che nessuno ti conosca. Allora fai affidamento sulle amicizie, unico veicolo per una soluzione possibile.
      Ma questi passaggi non sono esenti da vergogne iniziali e, in mancanza di una prospettiva diversa, il consenso e specialmente le abitudini giocano un ruolo fondamentale.
      Gli altri siamo noi come dovremmo guardarci, sono sicuro che lo sai perché se vedi le prepotenze te ne vergogni. L’umanità intera non ne è affatto esente.
      Disprezzare il proprio popolo è solo una fase, primissima, che precede il disprezzare se’ stessi. Il punto di arrivo, so che lo sai, è quello di apprezzare un giorno tutto ciò che ci circonda, debolezze incluse.
      Il mio augurio è che tu faccia l’Italia che vorrai regalare a tuo/a figlio/a.

  4. maria scrive:

    Adesso, ripensando ad Anna, ecco perchè dissi: voglio Anna, se pur dalla canzone di Battisti…
    Provo lo stesso sentimento anche se mai sarei riuscita ad esprimerlo così…
    Ma l’ho pensato molte volte, forse purtroppo troppe!!
    Anche io ho il vizio o abitudine o come chiamarla di leggere i manifesti mortuari… Peccato che ci sono solo del paese dove vivo, diversamente avrei di certo saputo della scomparsa di una donna, una amica, la moglie di un ragazzo che conoscevo da bambina, della quale ho saputo della sua scomparsa dopo più di un anno, dal marito stesso… E pensare che è successo solo a 10 km di distanza…
    Forse questa crisi globale rende questa situazione politica più sentita, ma credo che ogni ventennio porti la sua ditruzione politica, forse è una mia impressione, derivato dai miei, dal mio vissuto, ma ho pienamente viva questa sensazione.

    • Sei troppo giovane per i manifesti. Aspetta una ventina d’anni e poi ne riparliamo.

      :mrgreen:

      • maria scrive:

        No lo faccio, li leggo tutti o quasi… Ne leggo nome età e pure chi li piange, altre volte mi fermo a leggere le frasi, che purtroppo il più delle volte sono le stesse che si leggono in altri…
        Se ti dicessi che mi rilassa, nel senso che mi da attaccamento sano alla vita, anche girare per i cimiteri, in orario di apertura ed in pieno giorno ovviamente, e leggere tutte le frasi, guardare i volti, le date dei compleanni di quelli che vi soggiornano…. E’ una cosa che faccio da quando ero ragazzina… Spesso li leggevo per mia nonna che puntualmente si fermava a guardarli, ed allora, non sempre ci mettevano le foto, quindi le leggevo tutto quello che c’era scritto… Forse l’ho presa come abitudine o come ricordo…
        Ci crederai però che non ho avuto ne tempo e ne modo di leggere quello che purtroppo aimeh, riguardava mia nonna… le stranezze della vita…
        Ad ogni modo, mi farebbe piacere stare tra venti anni a riparlarne, volendo anche di altro, soprattutto di altro :)
        Buon fine settimana e buona pasqua, anche alla piccola ed alla signora Nebbia :)

  5. Alessio scrive:

    La società è fatta di persone che deludono e ci costringono a vivere con rabbia le situazioni, non possiamo permettere che questo avvenga, ma reagire con altrettanta rabbia sarebbe giocare allo stesso modo, mi chideo qual è la posizione da assumere?

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