Requiem for a dream


Non voglio pregare per Barcellona, non voglio indignarmi, non dirò che questa è ormai la terza, quarta o quinta guerra mondiale, non tirerò in ballo i bombardamenti dei russi, degli americani, dei francesi o degli inglesi, non parlerò di conflitto di religioni e culture, non dirò che è necessario reagire o comprendere o accogliere o invadere o tirare in ballo le intelligence.
E non lo farò perché mi sono rotto il cazzo. E non è stata una cosa improvvisa, ma un’erosione lenta, costante, inarrestabile.
Se l’obiettivo era rendere questo un mondo di merda, ma molto più di quanto lo sia mai stato già in passato, io posso dire che possiamo congratularci gli uni con gli altri perché ci siamo riusciti.
Con tutto il rispetto per il porgi l’altra guancia, il lavorare meno lavorare tutti, i reich millenari, i paradisi in terra del socialismo e quelli ultraterreni delle millemila religioni, la supremazia delle razze, il siamo tutti uguali, le cappelle sistine del pensiero, le architetture inossidabili della scienza, i satelliti in orbita e quel merdoso cellulare nel quale affondiamo lo sguardo per gran parte del tempo, la verità è che non siamo così belli, nobili, intelligenti e speciali. Non meritiamo il posto al centro dell’universo e nemmeno quello al centro del sistema solare. Non siamo i figli prediletti di nessuno Geova, Visnù o Allah e i vari profeti, sia quelli col saio che quelli col microscopio, ci hanno raccontato un sacco di cazzate.
Siamo quello che siamo. Più sporchi, più bassi, meno intelligenti e belli di quanto abbiamo mai pensato. Dovremmo incominciare a misurarci di nuovo, a non pretendere troppo da noi stessi, a considerare il bene per quello che è: un breve, luminoso interludio nel dominio incontrastato della tenebra. Saper godere di quel poco di buono che sappiamo fare, del sorriso raro che riusciamo a scatenare, dell’emozione flebile che riusciamo ad accendere, del breve percorso di luce che ad alcuni e non a tutti viene consentito di fare.
Forse se ci accettassimo per quello che siamo: violenti, egoisti, approfittatori, paurosi, confusi e perennemente dominati dall’attesa di una fine che è sempre troppo vicina, forse allora capiremmo che è questo il ruolo che abbiamo nel mondo, che questo è la strada che si deve percorrere e che inutile attendersi qualcosa di meglio se non accettarsi per quello che si è.
Nessuno è destinato alla salvazione. Nessuno è l’unto del Signore. Facciamo tutti quello che possiamo. E se lo facessimo davvero, sarebbe già tanto.