The day after the supercazzol 45


Sono rimasto deluso. Dopo la grande prestazione a Digital Venice e la conseguente presa in giro che ha fatto il giro di questa internet, quella marziana e quella venusiana per quattro o cinque volte, mi sarei aspettato che il giovane presidente del consiglio, che pure è fiorentino abituato al motto di spirito e alla risposta sagace, tirasse fuori una reazione pungente. Un tweet fulmineo o una dichiarazione che ci facesse sentire tutti un po’ fessi, gufi o reazionari per aver indugiato a commentare la totale vacuità di un discorso insipido su un argomento strategico, la sua supponenza e la leggera imperizia nell’uso dell’Inglese oltre ad una mimica che nemmeno il Carlo Verdone dei tempi d’oro è stato capace di mettere in scena.

Invece niente. Il silenzio totale, come se nulla fosse successo. La rete, interlocutrice privilegiata del premier 2.0, stavolta si è dovuta accontentare di un’assenza come se la cosa fosse passata inosservata ad uno che in questo momento è preso da cure più urgenti. Sarà, ma io non me la bevo. Qui nessuno è fesso e il silenzio in queste occasioni è molto peggio di una risposta declinata secondo lo stile immortalato da Rostand. Lo dico con disappunto, perché il momento è gravissimo e, forse, più che di gente in gamba c’è bisogno di gente di carattere.

L’impressione personale che ne ricavo è che, nonostante il famoso 40%, se a Renzi togli i bambini che gli cantano la canzoncina, le ministre con gli occhioni chiari col tacco dodici e il seguito di opportunisti saltellanti che ha lasciato salire sul carro pur di non sentirsi solo, rimane poco. Quel poco che culturalmente questa nazione è stata in grado di mettere insieme nel quarto di secolo culturalmente e politicamente più inane della sua storia moderna. Una sorta di incrocio genetico degenere tra un venditore di aspirapolvere porta a porta, una presentazione power point, il capogruppo di un’azienda di network marketing e lo chef Tony, quello che vende i coltelli miracolosi in TV.

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Come dice efficacemente Vittorio Mori:

penso che il Renzi sia questa roba qua, più o meno: capitalizzare spietatamente in un paese pieno di problemi appendendo quadretti “motivational” sul muro, come soluzione. I suoi discorsi, le sue slide, sono esattamente come tutti quei quadrettini “motivational” che andavano di moda negli anni ’90 negli uffici post-yuppie. La fuffa invece della ciccia. Fa dimagrire, ma dà la sensazione di essere sazi.

Renzi è lo slim-fast dell’economia italiana

Renzi non ha colpe. Lo abbiamo disegnato noi così. Lui, chi lo sostiene e l’opposizione che attualmente ci ritroviamo sono ciò che siamo stati capaci di produrre e di cui non riusciamo a liberarci. Questo ci dovrebbe preoccupare molto più seriamente.


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