Renato Zero. Dove va l’Alchimista dell’Amore? 12


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Una recente raccolta di successi, un tour in vista. Non si può spiegare soltanto con la cieca adorazione il fluido affettivo che circonda Renato Zero da così tanti anni.
Un affetto, peraltro, quasi esclusivamente popolare. Spesso snobbato dalla critica, indifferente quando non ignara del suo percorso artistico. Ben pochi, infatti, ricordano le collaborazioni/amicizie con Fellini, Morricone, Mina, Tieri, Lojodice, Giannini, Fracci, Alfredo Cohen, Dodi Conti, e tantomeno Umberto Bindi e molti altri.
Del resto, qualcosa è cambiato. Forse non gli hanno giovato la sovraesposizione, certe infelici scelte artistiche (il fortunato ma poco riuscito “Dono”, la collaborazione con personaggi nazionalpopolari come Al Bano) e un’acquiescenza ormai acritica da parte di una fetta di pubblico.
Il Renato irriverente e variopinto degli anni ’70 protestava col corpo. Era il risultato visivo dell’irrompere del mondo degli emarginati a fronte della grigia normalità di un altro corpo, quello rigido e contratto dell’uomo incravattato. Quest’ultimo era capofamiglia, tutore dell’ordine e della morale. L’uomo con la cravatta e i capelli corti non piangeva perché aborriva la debolezza, femminile e impudica. Propugnava la guerra, la discriminazione sessuale, razziale e ideologica; ed era, soprattutto, incapace di sognare.

Fuori del suo recinto si stendeva una terra incognita, inesplorata e inesplorabile. Ma Renato, un po’ Frank’n’Further un po’ Mago di Oz, con la sua irruenza giocosa, ingenua, sguaiata, ci ha presi per mano o, forse, strattonati e ci ha fatto varcare la soglia dell’”altra sponda”. Fasciato nelle sue lucide tutine a pelle, Renato era nudo, e la sua maschera colorata, a differenza di quella plumbea dell’uomo incravattato, non serviva a nascondere e occultare, ma a svelare le ipocrisie della società perbene; in questo senso, il suo universo è stato solo in apparenza favolistico. In realtà era onirico, denso di valenze simboliche e, pertanto, tangibile e umano.

Ed è stato un viaggio entusiasmante, tra colori squillanti, ballerine, coatti, prostitute, checche, guitti, gente senza nome e senza storia. Per loro Renato Zero, l’alchimista dell’amore, inventò un linguaggio nuovo, spiritualizzandone la disprezzata umanità, l’inesausta capacità di affetto, sentimento, tenerezza, tanto più primigenia quanto più insospettata, pura e infantile. Nella sua vocazione universalistica Renato parlava di ogni amore semplicemente mostrandone l’esistenza e, quindi, la naturalità.

Facendosi amico, fratello, amante ma anche padre e madre di queste anime orfane, Renato offriva loro il porto sicuro di una famiglia restituita al suo valore originario di servizio e oblatività. La simbologia di quest’ultima non era perciò negata ma piuttosto confortata, perché scevra di qualsiasi retorica; diventava una democrazia affettiva dove si aveva diritto di cittadinanza non in virtù di un privilegio sociale o di un ruolo riconosciuto, ma in base alla capacità di amare. Si trattava, già allora, di un approccio profondamente cristiano.

Non solo logica, ma inevitabile, è stata la svolta introspettiva degli anni ’80.

Nel decennio che celebrava l’edonismo e l’auto-sufficienza, che dissacrava l’autentica trasgressione con la moda, l’arroganza e il cinismo non era infatti più tempo di travestimenti. I variopinti clown dagli occhi dolci (la definizione è dello stesso Renato) vivevano il periodo più triste e angoscioso della loro storia. Avvertivano bisogno di fermarsi e riflettere. Ne scaturì un elogio della lentezza, vero balsamo nel turbinio degli istinti e delle voracità rapaci. Era una semina che, se già cominciava a mostrare fiori delicati e perfetti nella loro primizia, avrebbe condotto alla straordinaria fecondità dei ’90.

Le facili e ingannevoli promesse degli “anni affollati”, svaporando, si lasciavano dietro una scia di sofferenze, a volte persino di sangue, che ne smascherava la sostanziale, belluina ferocia. Renato Zero, uscito indenne da quella lotta grazie alla sua incrollabile fede, aveva imparato sulla sua pelle che quest’ultima non preservava dal dolore, ma permetteva di superarlo con l’umiltà e il perdono. All’impulso generoso ma velleitario di Prometeo si sostituì allora una resurrezione luminosa, ma non abbacinante. “Un’emozione in più/ è terra conquistata,/non possiamo chiedere/ certezze a questa vita”, cantava infatti il Nostro nell’emozionante “L’eterna sfida”.

Di qui il ritrovar-si, ogni volta un po’ più vicini alla verità, ogni volta “diversi” eppure riconoscibilissimi.

E se il contrassegno dell’epoca attuale sembra esser diventato l’individualismo sfrenato, geloso e sospettoso, Renato Zero ha deciso di sfidarlo mettendo in musica una materia “impoetica” per eccellenza: la felicità, o meglio la gioia, il sorriso del quotidiano.

Gli anni 2000 cominciano bene per il cantautore romano: l’introspettivo e maturo “La curva dell’angelo”, il felice ritorno ai ’70 con “Cattura”. Altri autori cantano la costruzione di un amore; per Renato pare che, oltre lotte, incomprensioni, fatiche, abbandoni e ritrovi, si debba elevare una pura e riconoscente gratitudine per la bellezza dell’amore, ovunque e in chiunque sia, in qualsiasi modo si manifesti e sempre degno di esser vissuto, anche al di fuori dei risultati personali. Un messaggio d’altruismo e di pace in un periodo in cui si chiudono le barriere delle menti, dei cuori (e degli Stati), e dove risorgono, cupi e minacciosi, i fantasmi dell’intolleranza e dell’odio per gli “irregolari”.

Non è casuale che tale messaggio sia contenuto nel più “privato” (e autobiografico) dei brani recenti dell’artista: “Figlio”, dedicato a Robertino, il giovane adottato dal Nostro, che l’ha reso nonno due volte.

In esso non ci si limita a celebrare una paternità fortemente desiderata, ma pure l’amicizia assoluta per l’umanità dell’altro e, conseguentemente, di tutti i figli del mondo, specie se poveri, reietti, dimenticati. Ed ecco vivificato l’antico abbraccio ideale per gli sconfitti della vita. “I figli (non sono) scommesse, investimenti, polizze assicurative, alibi, riscatti”, ha denunciato Zero, “e a volte i figli adottivi sono più felici perché frutto di una scelta, non di una fuga di spermatozoi”. L’adozione, suggerisce Renato, è invece un surplus d’amore e non un ripiego, come ritiene il senso comune. Ci vengono in mente suoi recentissimi commenti, tra l’addolorato e il sarcastico, sul Family Day: “Invitano tutti? Anche i single? No? Ma se ci contiamo, noi scapoli siamo la famiglia più numerosa d’Italia… Ho avuto una famiglia estremamente […] solida, aderente a una linea di pensiero, che non ha voluto assecondare mutamenti e traumi del cons umismo e certa violenza verso i sentimenti… e la family la festeggiamo tutti i giorni”.

Di più. Col suo gesto, l’artista ha testimoniato, più di tanti discorsi incendiari, l’esistenza presso gli emarginati di una piena e “rispettabile” affettività: “È ora che si sappia che l’emarginato non è solo quello che vive nei cartoni, abbrutito, picchiato. Può essere, anzi spesso è, un talentuoso, un uomo di potere, anche un genitore”. Solo accettandosi totalmente, insomma, si può giungere a “spossessarsi” di sé.

Le ultime prove (“Il Dono”, una raccolta in versioni differenti, singoli non esaltanti) non sono state all’altezza della situazione. In molti, addirittura, è sorta l’impressione che Renato voglia ripiegarsi su di sé, assecondando persino le attese di quel pubblico borghese e festivaliero che l’aveva sempre respinto. L’atmosfera avvelenata che non risparmia nemmeno gli artisti pop, poi, lo ha reso bersaglio di attacchi inattesi, montando “casi” su sue dichiarazioni inventate di sana pianta (“Sono stato un precursore, il primo che è riuscito a godere della stima e fiducia dei primi transessuali italiani, come Coccinelle di Napoli. Persone straordinarie, con estro, che facevano arte… Uso il mio personaggio per dar voce alle classi più bistrattate, io. Figuriamoci se non ho a cuore la risoluzione di qualunque tipo di controversia…”). Ma noi attendiamo che Renato Zero riscopra la sua vocazione di esploratore dell’io. Perché l’amore verso di lui è dipe so proprio dalla sua evoluzione nella continuità, dal ritrovamento di un’amicizia, un sorriso, una pazienza.

di Daniela Tuscano

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