Ragionando su un’Identità Europea 11


Quando si ragiona di Europa Unita si parla spesso di “identità europea”. Ho voluto analizzare un po’ questo concetto, sia mai che serva a capire cos’è e se esista davvero. Ma se cercate una mia risposta a questo interrogativo, passate pure oltre, perché alla fine di questo pezzo leggerete ancora soltanto domande.

Dunque, detto in termini filosofici, l’identità è qualsiasi cosa che rende un’entità definibile e riconoscibile, perché possiede un insieme di qualità o di caratteristiche che la distingue da altre entità. In altri termini, identità è ciò che rende due cose la stessa cosa oppure ciò che le rende differenti.

Vorrei provare ad applicare questo concetto ad un essere umano. E parto ovviamente dalla “mia” identità, dal mio “io”. Io sono (due punti): un essere umano, di genere maschile, eterosessuale, ultracinquantenne, di razza bianca, parlante principalmente italiano, normotipo con tendenza ad ingrassare, privo (al momento) di disabilità e (per quanto mi è noto) non affetto da malattie gravi, originato nell’ambito di una famiglia “regolare” di provenienza, dotatosi a sua volta di una famiglia “regolare”, di religione cattolica non praticata, residente in una grande città italiana, di formazione scolastica classica, di formazione professionale scientifica, di cultura media, con un lavoro stabile ed equamente retribuito, di tendenze politiche liberali, ecc. E potrei continuare…

Ora tu che leggi prova a fare lo stesso con te. Scommetto che non condividerai con me tutte le caratteristiche che ho appena declinato riguardo al mio essere. E se anche – per puro caso – fosse così, basterebbe confrontare qualche altra nostra caratteristica e io e te ci troveremmo già meno “identici”.

Non solo. Se io stesso confrontassi il mio “io” di oggi con il mio “io” di ieri o se potessi confrontarlo con quello (incognito) di domani, dovrei dire che troverei senz’altro alcune diversità. Alcune cose di me resterebbero identiche, quelle acquisite nel DNA e nel mio passato, altre potrebbero modificarsi tanto da rendermi irriconoscibile anche a me stesso. Quindi alcune delle caratteristiche che ho appena citato possono a ragione definire la mia identità, altre no, perché sono soggette al mutare delle mie condizioni di vita.

Allora potrei dedurne che la mia identità è ciò che permane di immutabile nel divenire della mia persona. Ma questa è una definizione che non mi convince del tutto: è una visione statica dell’identità, quasi che il mio “io” non fosse modificabile e guidabile anche da me stesso.

Se volessi darne una definizione dinamica, direi allora che la mia identità è la mia vocazione, è il “posto” che mi è stato assegnato nell’universo da un dio o dal caso, un posto che io, interrogandomi, credo o mi illudo di conoscere anche se non ne conosco ogni dettaglio, ma che ogni giorno sono chiamato a raggiungere, conquistandomelo. Semplificando al massimo direi che la vocazione di ciascuno di noi è la felicità, o se preferite, il benessere fisico, mentale e spirituale per noi stessi e per coloro che fanno parte della nostra stessa comunità. Una meta da raggiungere qui in terra o – per chi crede che la vita umana non si fermi con la morte fisica – nell’aldilà.

Quali sono le cose che ci accomunano, ossia che ci fanno sentire partecipi della medesima comunità pur nella nostra soggettiva diversità? Fino a che punto possiamo mantenere la medesima “identità” pur essendo (o sentendoci) singolarmente diversi l’uno dall’altro come individui o come nazioni? Cosa c’è in me, che mi accomuna ad un negoziante di Vilnius? Cosa mi accomuna ad un contadino polacco? Cosa mi accomuna ad un pescatore norvegese o portoghese?

Quali sono, quando parliamo di “identità europea” le caratteristiche o i valori che rendono gli abitanti di Italia, Lituania, Polonia, Norvegia o Portogallo così simili fra loro e così diversi da altri popoli che oggi definiremmo non europei? Forse la matrice linguistica? Non direi proprio: di lingue ne parliamo ancora troppe, noi europei, e poi le condividiamo con altri popoli, ad esempio tutti i popoli del continente americano. Forse la cultura? Quale cultura? Quella greco-romana o quella celtica? La religione? Quella giudaico-cristiana o quella musulmana (Albania e domani Turchia)?

Se ci pensate, sono tutte caratteristiche legate al passato, caratteristiche statiche. Io credo che anche le nazioni, come gli uomini, per avere un’identità debbano possedere un’identità dinamica, quella che ho chiamato frettolosamente “vocazione”. Le vocazioni degli individui si compiono nella vita (terrena o ultraterrena), quelle delle nazioni si compiono nella Storia.

Se così è, allora la domanda da porsi non è: “quali sono le caratteristiche che ci accomunano?” perché in realtà non sono molte e non sono esclusive dell’Europa. La domanda potrebbe essere: “qual’è la ricetta europea originale e distinta da quella di altre comunità per la ricerca della felicità di tutti e di ciascuno dei suoi abitanti?”.

Insomma, qual’è la vocazione dell’Europa?


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11 commenti su “Ragionando su un’Identità Europea

  • Sara

    Il fatto è che per avere un’identità dinamica bisogna appunto essere dinamici. Ma se, per questioni di “ordine pubblico” piuttosto che di “inerzia” possiamo definire la nostra società all’equilibrio come la mettiamo? L’equilibrio presuppone una serie di movimenti che però si bilanciano tra loro, quindi il risultato ha le sembianze statiche.
    Per avere “propulsione” all’europa bisogna scatenare un moto individuale, in modo però che siano coinvolte molte persone che abbiano lo stesso scopo. E’ chiaro che questo ancora non è possibile, dal momento in cui ci spaventa il vicino pakistano o si è felici di soldati per strada.
    Secondo me, se in questo momento l’Europa è un pò unita è perchè dal punto di vista economico e per altri aspetti conviene a chi ci governa e ne capisce più di noi (togliamo il governante medio italiano) di diritto, politica e economia internazionale.

  • F.Maria Arouet

    L’identità, come tu dici, é sicuramente fatta da un insieme di qualità mutevoli. Ma non solo nel tempo, aggiungo io, bensì e soprattutto in funzione della situazione in sé.
    Poniamo che io sia di Scandicci e trovi un altro di Scandicci in un bar di Bologna: ci intenderemo sicuramente meglio tra di noi che coi bolognesi.
    Mentre se trovassi un bolognese a Parigi fraternizzerei con lui, che parla pur sempre la mia stessa lingua ed è inviso ai francesi almeno quanto lo sono io, in quanto entrambi italiani.
    Le cose cambierebbero se trovassi un francese a Manhattan, uscendo da un ristorante dopo essere appena stato guardato male dal cameriere per aver cercato di pagargli la colazione in contanti.
    Così l’identità degli europei, nella loro versione allargata, avrà modo di manifestarsi, e dunque d’essere percepibile, solo nel momento in cui verrà a contatto con manifestazioni di identità con cui nessun europeo sentirà d’aver nulla a che fare: può essere l’infibulazione, o il cane in salmì, o la tubercolosi come realtà endemica.
    Ma possono benissimo essere il reddito, il tenore di vita, la disponibilità di beni, cioè l’avere piuttosto che l’essere, ancorché possa far storcere il naso a qualcuno: di sicuro in uno slum di Calcutta io e il cameriere di Manhattan ci sentiremmo pur sempre degli occidentali.

  • Doxaliber

    Vorrei ricordare che uno dei motivi trainanti che portarono alla fondazione di una Comunità Europea fu la paura che potesse scoppiare una nuova guerra tra gli Stati di questo continente. In tal senso l’Unione Europea, almeno fino ad ora, ha svolto egregiamente il suo ruolo. Preoccupano tuttavia i crescenti nazionalismi che si stanno sviluppando un po’ in tutte le nazioni europpe, sono segni che io non sottovaluterei.

  • Comandante Nebbia

    Io ad un’identità europea ci credo.
    E ci crederebbero tutti se viaggiassero di più e si rendessero conto di quanto possano essere remoti usi, costumi e tradizioni.

    Mi sono sempre sentito a casa mia in ogni città europea.

  • silent enigma

    me too, CN.
    l’identità europea esiste ed è molto realisticamente e molto poco idealmente, l’unica àncora di salvezza per questo paese malandato.
    vorrei un giorno non troppo lontano tornare a scrivere italia con la i maiuscola

  • Oris

    MAh, io spero che diveniamo invece, quanto prima, la parte meridionale della germania.

    Sud sud tirolo.

    Mi accontento.

    Almeno ci mettono a lavorare ben bene, e prima di declamare diritti ci ricorderemo dei doveri.

    Salute.

  • gda

    Complimenti per il post.
    Argomento di non facile trattazione l’identità, esaurirlo in poche righe di commento è un assurdo dal quale mi ritraggo.
    Mi dilungherò, dunque, in difesa dell’impegno, lo sforzo, la fatica che, l’uomo affronta per costruire e ricostruire, nell’arco di tutta una vita, la propria riuscita: l’identità.
    Esiste una identità burocratica che permette agli altri di riconoscerci.
    Il principio di identità al quale tu, Fully, accenni ; esiste l’uomo con le sue potenzialità, le ricchezze individuali, il condizionamento della realtà che lo circonda, il tutto rappresenta la sua individuale .situazione di partenza.
    La propria realizzazione, a partire dalla situazione di partenza, è una conquista che richiede audacia, apertura alla vita intesa come esperienza, possibilità e ascolto. La persona che vogliamo diventare/essere ( la vocazione) orienta le nostre scelte che si traducono in obiettivi da raggiungere. Nel costruire la nostra identità realizziamo la nostra vocazione.
    Applicando il concetto di identità personale ad una nazione, per quanto riguarda L’Europa, secondo me, la domanda da porre dovrebbe essere la seguente:
    Dato che essere Europa è la “Sua vocazione”, quali orientamenti, quali obiettivi, i paesi che ne fanno parte (potenzialità, ricchezza, condizionament)stanno prefiggendosi? Quali misure stanno attuando perchè l’identità vada delineandosi?

    Luna

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