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Ragazzi di Vita

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Non farò la recensione di questo romanzo. Ho già abusato eccessivamente di questo spazio. A volte ho cercato di fare il giornalista, altre volte lo storico, poi il divulgatore e, più spesso, il buffone. Oltre non è il caso. Il critico letterario proprio no. Non sono all’altezza.

Quello che posso dirvi è che quando ho letto questo romanzo ho conosciuto e compreso la realtà di Roma e di tutto il mio paese negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Mi è servito a capire da dove è partita la generazione che mi ha preceduto e a misurare la distanza che ha percorso quella di cui faccio parte.
La narrazione è asciutta, a volte scarna. Non sembra di leggere romanzo, ma di assistere alla proiezione di un documentario dove non c’è spazio per giudizi morali, ma solo per la descrizione scientifica e distaccata dei fatti. Le vite dei personaggi non hanno un gran valore e si perdono senza rimpianti lungo le pagine.

Il romanzo inizia con il protagonista, ancora un ragazzino, in barca sul Tevere. Il Riccetto, questo è il suo soprannome, mentre guarda i vortici del fiume, vede un uccello trascinato dall’acqua. Sfidando la corrente si tuffa e riesce a salvare la rondine rischiando la vita

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Il romanzo si chiude con il Riccetto che, dopo una vita durissima passata tra carcere, prostituzione, violenza e sopraffazione, è sulle sponde dell’Aniene a prendere il sole. Mentre si riveste, vede un ragazzino affogare, ma, questa volta, non ha nessuna emozione e con indifferenza guarda il bambino morire. La selvaggia improntitudine dell’infanzia si è persa per sempre.

Questi due episodi che aprono e chiudono il racconto, mi hanno comunicato un messaggio che ho compreso appieno solo ora che sono definitivamente uscito dalla lunghissima adolescenza nella quale questa società vorrebbe mantenerci per sempre.

E’ difficile tutelare il grande patrimonio ideale con il quale veniamo alla luce e cresciamo. Sotto i colpi della delusione e dell’ordinarietà, il coraggio si affievolisce e l’indifferenza si impadronisce di noi silenziosamente. E’ a questo che bisogna opporsi per rimanere attaccati alla vita e non morire lentamente senza nemmeno accorgersene.

Pier Paolo Pasolini, il grande artista autore di questo romanzo, ha fatto molto per la cultura italiana. Il modo in cui è morto e con cui ha vissuto la sua controversa sessualità, hanno marginalizzato il valore del suo lavoro in questa che rimane una nazione bigotta ed ipocrita, prima che religiosa. In ogni caso, grazie a lui, le poverissime vite che si sono consumate nella disperata fornace del dopoguerra, hanno lasciato una testimonianza che possiamo ascoltare ancora oggi.

Chissà se la nostra generazione, quella che si è persa il 68 e che si affaccia al suo crepuscolo pensando golosamente alla pena di morte e guardando l’isola dei famosi, troverà un cronista altrettanto bravo.

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una volta era uno in gamba

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