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E’ in programmazione in questi giorni il film “Fortàpasc” di Marco Risi che narra della vicenda di Giancarlo Siani. Non ho visto il film e questa non è una recensione. Eppure va riconosciuto ai produttori il merito di aver ricordato la figura di questo giornalista ucciso il 23 settembre 1985. Giancarlo Siani era un giornalista de “Il Mattino”, un quotidiano che allora come adesso ha una diffusione essenzialmente locale alla Campania e regioni limitrofe.

Giancarlo Siani (( immagini tratte da www.giancarlosiani.it ))
Il giovane condusse una serie di indagini sul clan camorristico di Valentino Gionta e, grazie ad alcune informazioni ricevute da un amico carabiniere, pubblicò un articolo nel quale accusava il clan Nuvoletta di aver fornito alle forze dell’ordine informazioni utili alla cattura di Gionta.
Questo fatto, insieme alle altre informazioni diffuse da Siani, indusse il Clan Nuvoletta a progettare l’omicidio del giornalista (( notizie biografiche tratte da wikipedia )).
Mi ricordo che quando fu ucciso, mi colpì particolarmente la foto fatta a bordo della sua auto. Allora, come oggi, le auto erano un simbolo e la Citroën Méhari di Siani era un vero e proprio manifesto di anticonformismo che lo collocava, inequivocabilmente, in una posizione politica senza compromessi.

Siani era praticamente mio coetaneo, oltre che conterraneo. Ho ben chiara la percezione dell’ambiente e del periodo storico nel quale si è svolta la sua vita e si è consumato il suo assassinio.
Non ha grandi finalità pratiche, ma come tutti gli uomini che sono usciti dalla post adolescenza, mi capita di paragonare ciò che era allora con ciò che è oggi e trarne una serie di considerazioni che vorrei condividere con chi legge.
La camorra di allora si reggeva essenzialmente sul contrabbando di sigarette, lo sfruttamento della prostituzione, il gioco d’azzardo, le scommesse clandestine e l’estorsione a commercianti ed imprenditori. La droga, il traffico d’armi e lo sfruttamento degli immigrati erano attività ancora “non core“. Presto, insieme alla sostanziale assimilazione della metodologia mafiosa, avrebbero dato alla camorra una dimensione internazionale da grande multinazionale del crimine.
Eppure, nonostante queste differenze operative, allora come oggi la terra in cui vivo è sotto il controllo di organizzazioni che ne straziano la carne senza compromessi. Da una parte l’apparato politico locale che ha una visione affaristica e predatoria della missione sociale di governo e dall’altra l’apparato camorristico che, in ampia sinergia con l’altro potere, controlla largamente le attività economiche e finanziarie regionali utilizzando l’usura come grimaldello per insinuarsi nel tessuto civile. La faccenda “monnezza” su tutte.
Allora come oggi ciò è possibile anche all’ignavia o, spesso, alla complicità attiva della cittadinanza che culturalmente è pienamente disposta ad accettare questa attitudine sistemica. La tollera, la incoraggia, la usa. Alla base quel concetto del “tutti amma campa” (( a prescindere dal come )) che porta alla supina accettazione di figure che vanno dal parcheggiatore abusivo al disoccupato organizzato, fino ad arrivare a personaggi quali il governatore.
Nulla di cambiato allora? No, forse qualcosa sì. L’Italia degli anni 80 era un’Italia senza telefoni cellulari, senza televisione via satellite, con pochi canali televisivi e radiofonici. Internet e il web sarebbero arrivati solo negli anni 90.
La vita, la professione e la morte di Giancarlo Siani si sono dipanate tutte sulle pagine di un oscuro quotidiano locale, nei faldoni polverosi delle procure e nei scarni servizi televisivi che ne annunciarono l’assassinio. Siani non aveva scorta, non partecipava a trasmissioni televisive, non portava film a Cannes e non era il simbolo osannato della libertà.
Quello che è cambiato da allora ad oggi è sicuramente la capacità di utilizzare la pubblica indignazione e il sincero anelito alla legalità per diventare dei simboli viventi il cui scopo non è lavorare per risolvere i problemi, ma essere l’emblema della volontà di risolvere i problemi.
In pratica l’immagine che prende il sopravvento sulla materia. Questo, per quel che mi risulta, è vero anche e soprattutto in politica.

Tutto sommato non ci sarebbe niente di male. L’Italia del 2009 è sicuramente un’Italia più virtuale di quella degli anni 80. Sono virtuali i contatti tra le persone, il denaro, i divertimenti, gli affari e il lavoro.
Peccato, però, che la criminalità e il malaffare, insieme allo sfascio sociale, siano rimasti sostanzialmente materiali e tangibili.
E’ tra problema fisico e soluzione virtuale, evidente dicotomia inferenziale, che si esplicita la tristissima e materica contraddizione dei nostri giorni.
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Fortapasc: storia di un eroe per caso
Con ventiquattro anni di ritardo la storia di Giancarlo Siani approda sugli schermi italiani in un film di Marco Risi, che si ispira alla lezione di impegno civile di Rosi, Petri, Damiani, Squitieri, grandi registi che hanno fatto grande il cinema italiano.
Fortapasc racconta gli ultimi quattro mesi di vita del giovane cronista napoletano, ucciso con dieci colpi di pistola perché con le sue inchieste aveva infastidito alcuni boss di Torre Annunziata. Sarà l’unico giornalista a cadere vittima della camorra.
Una anteprima in pompa magna al teatro San Carlo alla presenza del presidente Napolitano ha sancito il ritorno a Napoli del cinema di impegno, dopo il trionfo internazionale di Gomorra, dal quale Fortapasc si differenzia per il diverso ritmo narrativo: non un reportage di guerra duro e spietato che intreccia racconti diversi, bensì la vita di un giovane amante del suo lavoro e soprattutto della verità.
Il messaggio esorta alla speranza affinché il sacrificio di Giancarlo non sia stato vano, ma concorra a svegliare le coscienze ora che la camorra è divenuta più minacciosa e come una piovra dai mille tentacoli si avvia ad avvolgere tutta l’Italia. Un ricordo esteso alle tante vittime della criminalità organizzate, i cui parenti compaiono numerosi come comparse nella pellicola.
Purtroppo nulla è cambiato, se non in peggio, in questi lunghi anni: il fortino del clan Gionta è sempre lì, nel quadrilatero delle carceri nel centro antico di Torre Annunziata, mentre la malavita continua a dilagare indisturbata grazie all’inefficienza dello Stato.
Vi è pure una sottile denunzia della precarietà della professione giornalistica, Giancarlo era un apprendista che sognava di essere assunto dal Mattino, oggi un esercito di quarantamila precari si confronta con pochi redattori super pagati e colmi di privilegi. Persiste ancora la differenza citata nel film tra giornalisti- giornalisti e giornalisti – impiegati: Giancarlo faceva parte della prima categoria, agiva con coerenza ed ha pagato il suo coraggio con la vita.
Il film è scandito da personaggi vivi, solo alcuni immaginari, disegnati con grande abilità ed interpretati da attori molto bravi: il capitano della locale stazione dei carabinieri, tristemente disilluso, ha la grinta di un Giuliano Gemma d’annata, Massimiliano Gallo si estolle vigoroso in una squallida marea di anime malvagie, mentre Ennio Fantastichini è un sindaco colluso, che ci rammenta le kafkiane riunioni del consiglio comunale rese celebri dalle Mani sulla città.
La tensione aumenta quando si entra nei vicoli puteolenti e diroccati del centro storico e respirando un’atmosfera di morte, si percepisce chiaramente la prepotente legge dei più forti: degli Alfieri, dei Nuvoletta, dei Gionta e di tutti i clan che comandavano ieri come comandano oggi.
Un contrasto lampante con lo sguardo dolce e tenace di Giancarlo, che sorride ingenuamente mentre i killer lo uccidono senza pietà, consapevole che il suo sacrificio servirà a mutare qualcosa se tutti noi sapremo conservarlo nella nostra memoria civile, soltanto così il suo martirio civile non sarà stato vano.
Achille della Ragione
sono assolutamente d’accordo. Andando a scuola a Torre e avendo visto questo bellissimo film capisco purtroppo che nulla è cambiato…è una città malata…chissà se esiste un antidoto che mette fine a tutto ciò. Eppure camminando per le strade di torre ne senti molti che dicono: “I Giont so brava gent! Gentili e disponibili!”
A tutti coloro che ancora pensano che quella di Roberto Saviano si asolo una posizione di comodo per farsi pubblicità (cazzo, ASSURDO) chiedo di provare a chiudere gli occhi ed immaginare se stessi al suo posto. Sicuri che avreste messo la vostra faccia in un best seller che elenca come lista della spesa i nomi dei boss della camorra? Sicuri che la scorta sia una cosa tanto piacevole? Sicuri che la sua attuale non-vita sia davvero una posizione piacevole? Siani è morto, gli anni 80 erano una situazione diversa… Oggi tutto è plateale, tutto fa ancora più spettacolo (vedi i reality dove si vende il proprio essere anonimi). E anche dalla faccia di Saviano si può speculare, e tanto anche.
Spero per la tua intelligenza che quando affermi:
“Siani non aveva scorta, non partecipava a trasmissioni televisive, non portava film a Cannes e non era il simbolo osannato della libertà.
Quello che è cambiato da allora ad oggi è sicuramente la capacità di utilizzare la pubblica indignazione e il sincero anelito alla legalità per diventare dei simboli viventi il cui scopo non è lavorare per risolvere i problemi, ma essere l’emblema della volontà di risolvere i problemi.
In pratica l’immagine che prende il sopravvento sulla materia. Questo, per quel che mi risulta, è vero anche e soprattutto in politica.”
tu non voglia infangare il lavoro di un uomo, un ragazzo, che per amore della verità ha messo a repentaglio la sua stessa vita.
Prova a farlo tu, e poi ne riparliamo.
Qui siamo tutti grandi ammiratori di Roberto Saviano e periodicamente ci riuniamo per lodarne le gesta e l’impegno in panegirici collettivi.
Spero che questa affermazione ci esenti dall’essere oggetto di ulteriori contumelie da parte dei suoi fans.
Ora sembra che il nostro eroe voglia interessarsi della mafia russa.
Bene. Quando una risorsa nazionale è sovrabbondante è buona regola esportarla presso chi ne ha bisogno.
Grazie per la visita.