24 anni e pensare che questo non è un paese per vivi. 35


A vivere a roma, nello stesso appartamento di 60 metri quadri o poco più, siamo in tre. Tre ragazze, tre ex studentesse di biologia, tre disoccupate. Quando abbiamo iniziato a studiare, per la ricerca, anche se con difficoltà, c’era ancora spazio e ci siamo erroneamente permesse di sognare che forse, dopo anni di sudore della fronte, ci sarebbe stato spazio anche per noi.
Siamo in tre, laureate con il massimo dei voti e con davanti una fila di ragazze meno competenti di noi, ma con forme più procaci e meno scrupoli. Incollate davanti ai computer spediamo curriculum e leggiamo annunci nascondendo a fatica il disgusto dinanzi a quella che sembra essere ancora l’unica mansione richiesta dalla società perversa: l’accompagnatrice.
Siamo in tre, una ha 31 anni, l’altra 29 e poi ci sono io, la più piccola del gruppo, 24 anni,  che forse pensa un po’ troppo e, si sa, non fa bene alla salute.

Nessuna di noi intende tornare a casa, in famiglia. Pensare dopo 5 anni di autonomia di tornare a vivere coi genitori è un dramma ed una sconfitta che non vogliamo accettare. L’unico desiderio è trovare un primo impiego, qualcosa che ci consenta di pagare l’affitto di una stanza piccola ed umida in attesa di qualcosa di meglio, ammesso che ci sia mai qualcosa di meglio. L’obiettivo minimo è il raggiungimento di quel po’ che ti consente di non chiedere a mamma e papà di darti i soldi per il pranzo o di pagare un anno ancora il tuo affitto.

Le bacheche sono piene di bandi di concorsi a cui è inutile partecipare. Una generazione intera di precari guadagna un paio d’anni ancora di instabilità lavorativa con concorsi su misura che chiaramente sono riservati solo a lei.
A 30 anni sei troppo grande per un contratto di apprendistato, a 24 troppo per lavorare a chiamata, tra i 24 e i 29 ci sono solo stage e rimborsi spese da fame con cui non si riesce a pagare neppure l’affitto di una stanza. Non hai l’esperienza necessaria a far nulla, hai troppi titoli per fare tutto e se decidi di dimenticare di aver studiato e di voler fare il lavapiatti, rimane ancora un problema sufficientemente ingombrante: non sei extracomunitario. Ah. Dimenticavo la bella presenza.
Poi ti fermi a guardare il tutto dal basso della tua giovane età, una volta a 24 anni si era più grandi, forse più maturi, di certo si aveva la sensazione di poter fare qualcosa. Invece ti accorgi di portarti dietro pesanti zavorre che ti impediscono di rimanere a galla in questo mare in cui non hai mai desiderato di tuffarti. Hai l’onesta, la correttezza, la preparazione, l’ostinazione, gli ideali. Ognuno di essi non è più di un grosso masso legato ai tuoi piedi che continua a trascinarti verso il fondo in un mondo in cui l’unica abilità che sembra contare qualcosa è quella di rubare.
Quanto male possa arrivare a fare la realtà lo leggi nelle lacrime che ti rigano il viso pensando ai nuovi nati, pensando al frugoletto che tuo fratello, di nuovo padre da una manciata di giorni, stringe tra le braccia. Lo leggi in quella che non è gioia, ma è disperazione perché tu che dovresti pensare anche alle generazioni future, tu che dovresti ricordarti di loro ogni istante della tua vita, non sei in grado di pensare a loro e non potrai offrirgli più della stessa desolazione che è stata offerta a te.

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