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Legge 40 e Fecondazione Assistita: Quattro Petali di un Fiore



Ieri, con un atto di diritto pregno di civile responsabilità ed indipendenza di giudizio, il Tar del Lazio ha annullato le linee guida della legge sulla fecondazione medicalmente assistita. Il senso della decisione va oltre la bocciatura delle linee guida e mette in discussione l’intero impianto della legge 40. Legge che, ricordiamolo a tutti, non riconosce lo status di malattia alle coppie incapaci di procreare e che, sulla base di criteri opinabili, impone pratiche mediche di standard qualitativo inaccettabile. Questo costringe, chi se lo può permettere, a cercare queste cure presso centri esteri dove le procedure mediche vengono applicate nel pieno rispetto dei protocolli scientifici internazionalmente riconosciuti. La legge 40 è stato un duplice schiaffo per le coppie afflitte da patologia della riproduzione. Il primo lo hanno ricevuto quando si sono viste negare una serie di misure scientifiche in grado di aumentare le probabilità di successo delle cure, il secondo gli è stato inflitto quando l’incivile opportunismo politico del clero di Roma si è associato alla criminale e torpida indifferenza dei connazionali che hanno disertato il referendum abrogativo. Questo ha associato al dolore per la malattia la sensazione di abbandono da parte del proprio Paese.
Oggi, nell’ambito del nostro “8 marzo fuori stagione” vi proponiamo una testimonianza. Scrive una donna e ci fa capire che, aldilà dei dibattiti bizantini sul sesso degli angeli nei quali amano indulgere filosofi della domenica e porporati celibi, la sterilità è dolore, sofferenza e solitudine. Come qualsiasi altra malattia. Chi, il 14 e 15 giugno 2005, non ha votato perché “non è un problema mio” o “perché così facciamo mancare il quorum“, legga questo racconto e ripensi al proprio comportamento. Un giorno potrebbe essere la sua bambina a vivere un’esperienza del genere.

Comandante Nebbia

Quattro Petali di un Fiore

Ci siamo. Devo prepararmi. Mi tolgo i vestiti e mi infilo sotto il lenzuolo. Una signora gentile con un dolce sorriso mi mette un braccialetto sul polso e, in una lingua mista di inglese e olandese, cerca di spiegarmi cosa devo fare. La pancia è gonfia e fa un po’ male. E’ normale. E’ la quarta volta e conosco bene il mio corpo. Ora mi dice che va tutto bene. Sento passare una lettiga nel corridoio. La signora gira la testa e i nostri sguardi si incontrano. Il suo viso è stanco ma felice. Mi sorride dolcemente e richiude gli occhi. Sono un po’ emozionata. Cerco di distrarmi guardando la stanza. Ora potrei disegnarla ad occhi chiusi. Ricordo tutto. I palloncini colorati del disegno sulle tende. Il colore caldo giallino delle mura. Il mio compagno mi prende la mano e la bacia con estrema dolcezza. Non siamo soli. Nel letto accanto c’è un’altra donna. La sua compagna le sta sistemando i lunghi capelli neri sotto la cuffia.

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Attendo il mio turno. Ci siamo. I dottori parlano una lingua che non conosco. Non avrei creduto che il mio paese, il luogo dove sono nata e cresciuta, mi avrebbe lasciato sola a combattere contro quella che, per legge dello stato, non è più una malattia e non da diritto a ricevere le migliori cure possibili. Cerco di capire dai loro sguardi se tutto va bene. Fisso il monitor della sala operatoria. Quanti sono gli ovociti? Cerco di contarli, ma il leggero tranquillante sta facendo il suo lavoro e non riesco a concentrarmi. Uno…due…tre… Forse ne ho contati una decina, forse di più. Guardo nuovamente i monitor, ma non li vedo più. Mi sento stanca ma libera e felice. Vorrei vederli, ma un angelo con il camice celeste li porta via. Li porta via in una stanza dove tante piccole e fragilissime gocce d’amore si incontrano facendo nascere la speranza di una nuova vita, un bellissimo fiore. All’improvviso una cellula si trasforma in 2 poi 4 poi 8 piccole dolcissime cellule. Come se si aprissero i petali di un fiore che sboccia.

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E’ un fiore molto delicato e devono prima farlo sbocciare loro, gli angeli con i camici celesti. Si devono aspettare 3 lunghi giorni, 72 lunghissime ore per poterlo poi trapiantare nel giardino dove, se succede il miracolo, crescerà per i successivi 9 mesi.

Tre lunghi giorni, 72 lunghissime ore. Le mura dell’albergo diventano sempre più soffocanti. E’ domenica sera. Ci affacciamo alla finestra. Siamo troppo stanchi per uscire. Le vie di questa città straniera sono piene di persone e di fiori. Eccone uno, fra le braccia di una signora alta e molto bella. E’ un fiorellino con enormi occhi celesti e capelli biondi sotto un cappellino con un enorme pon-pon. Ecco ne sta passando un altro. Nero con gli occhi marroncino chiaro. Sta facendo i capricci perché il suo papà non vuole dargli la macchina fotografica. Come potrebbe essere il mio fiorellino? Il pensiero mi turba. Non vorrei pensarci troppo. Non vorrei rimanere male un’altra volta. L’ho già immaginato per altre 3 volte, ma i miei fiorellini non sono mai sbocciati.

Il tempo sembra essersi fermato. Vorrei addormentarmi ora e svegliarmi solo al momento giusto. Ogni squillo del telefono può portare cattive notizie. L’email è vuota. Sul comodino vicino al letto c’è il quaderno con gli orari d’ingresso dei vari musei. Prima di partire ho deciso che, comunque vada, sarà una bella vacanza. Ora, invece, non ho le forze. Non riesco a pensare ad altro. Facciamo solo lunghe passeggiate fra le vie illuminate. Fra un po’ sarà Natale. I negozi sono addobbati. E’ tempo di regali. Non ho ancora fatto l’albero. Appena torniamo lo faccio subito.

Abbiamo scoperto di avere come vicini in albergo altre due coppie di italiani. Anche loro sono qui per lo stesso motivo. Ci siamo incrociati qualche volta in ascensore. Qualche parola. Negli occhi di ognuno ansia, sofferenza e incertezza. Qualche breve scambio di consigli, una stretta di mano e un “in bocca al lupo” sincero. Tra di noi sappiamo veramente cosa vuol dire. Magari in un’altra occasione le cose non sarebbero finite qui. Come minimo si sarebbe organizzata una seratina chiassosa tutti insieme con una spaghettata improvvisata e feroci critiche sulla cucina locale. Ora però è tutto diverso. L’interminabile attesa, la paura del fallimento, la sensazione di essere traditi e rifiutati dal nostro stesso paese ci indebolisce e ci sterilizza anche nei sentimenti. Non c’è nessuno vicino a sostenerci. Le nostre famiglie sono lontano e il telefono non sostituirà mai un caldo abbraccio di mia madre.

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Terzo giorno! Squillo del telefono. Forse ce l’abbiamo fatta! Sento la voce del dottore. Abbiamo un dolce ma fragilissimo fiorellino di 4 petali! Uno solo! Corriamo a prenderlo!
Ci siamo. Il dottore arriva. Fra le sue mani c’è una specie di siringa con dentro il nostro piccolo. Ecco. Finalmente è a casa. Ora è dentro di me. Ora mi sento più tranquilla. Vieni piccolo! Ti proteggerò. Cerco di accarezzare dolcemente la mia pancia, ma la mano è troppo fredda. La riscaldo sotto le lenzuola. Ora sembra troppo calda. Lascio perdere. Non riesco a respirare. Ho paura di fare qualcosa di sbagliato.
Ci teniamo per mano e guardiamo un po’ la televisione mentre aspettiamo il tempo necessario prima di uscire. In ospedale si vede Raiuno via satellite. C’è uno di quei programmi che trasmettono di pomeriggio e parla di una casa di Napoli dove le donne che non possono avere figli vanno a recitare una preghiera su una sedia miracolosa per avere la grazia. L’intervistatrice parla con una suora ed entrambe sembrano entusiaste.
Mi guardo in giro. L’ospedale nel quale ci troviamo è moderno, pulito ed accogliente. I medici sono professionali, le infermiere sono dolcissime e l’atmosfera è serena ed operosa. Il contrasto con quello che accade in patria è fortissimo. Quando ci guardiamo, quello che sento e vedo negli occhi del mio compagno si chiama imbarazzo e vergogna.

Ora devo aspettare 2 settimane. Torniamo a casa. Abbiamo fatto del nostro meglio. Questa volta deve funzionare! Ogni dolore mi fa impazzire dalla paura. Cerco di sforzarmi per sentire qualcosa. Almeno un piccolo segno!
Mio dolce fiorellino! Mandami almeno un segno! Fammi capire che ci sei! Nulla. Ti capisco. Sei cosi piccolo. Due settimane di attesa, 14 lunghissimi giorni che non finiscono mai.

Finalmente è ora. Stringo fra le mani il test di gravidanza. Fra 2 minuti saprò se ci sei e da quel momento saremo sempre insieme! Nessuno ti porterà via da me! Sarai mio, solo mio! Mio dolce fiorellino.

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Dedicato a tutte le donne che in questo momento portano dentro un piccolo fiorellino, una speranza. Dedicato a tutte le coppie che oggi hanno scoperto di non potere, forse mai, stringere fra le mani il loro bambino. Dedicato a tutte le donne che, nonostante tutte le difficoltà e rischi, continuano a lottare. Dedicato a tutti i fiorellini che nascono ogni giorno sul nostro pianeta per illuminarlo e riempirlo di gioia e speranza! Dedicato al mio compagno che ha sognato insieme a me durante questi lunghi anni.

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Giovanna Sinisi
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Lo stesso giorno gli anni scorsi

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Comments

13 Risposte a “Legge 40 e Fecondazione Assistita: Quattro Petali di un Fiore”
  1. simo scrive:


    Non vale però. Sapete che su certe cose siamo sensibili e volete farci commuovere ? :-)

    Grazie Giovanna. Spero che tutto sia andato benissimo. Un abbraccio ed un bacio.

  2. desmentera scrive:

    Ha ragione simo :-) Lo sapete e volete farci commuovere.
    E va benissimo così.
    Spero davvero che sia andato tutto bene e ti mando un sincero abbraccio.
    Grazie.

  3. mc scrive:

    Anche se sono un uomo, mi sono commosso anch’io.

    E anche incazzato, incazzato, incazzato
    La storia della sedia mi tormenta.

  4. Emanuele scrive:

    Un racconto meraviglioso. Che per certi versi mi fa incazzare come una iena..

  5. mattia scrive:

    Io ho qualcosa da rimproverarmi e oggi l’ho capito per la prima volta.
    Le mie scuse. Per quello che valgono.

  6. Annalisa scrive:

    Secondo me questo è il sistema per capire che dietro le chiacchiere della politica e i proclami dell’Avvenire o dell’Osservatore Romano ci sono storie di sofferenza vera e persone che ne subiscono le conseguenze.
    E’ indecente che non si possa ricevere il miglior trattamento medico possibile. Indecente.

    Ed incoerente, visto che non è è proibito andare all’estero per farlo.

  7. Doxaliber scrive:

    Un giorno riusciremo a cancellare l’orrida Legge 40.

  8. anele scrive:

    per avere un bembino in braccio hai ucciso tanti tuoi figli ancora embrioni, non ti vergogni? parli di gentilezze e fiorellini in realtà sei una che sopprime esseri umani alla loro prima fase di sviluppo, mi chiedo che madre sarai una volta soddisfatto il tuo capriccio di avere ciò che hanno gli altri e se mai me lo trovo per la vecchiaia, cosi risparmi la badante

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  1. [...] meno curialesco sta a significare: non avete accettato le nostre richieste (dictat) sulla 194, la legge 40 la pillola, eutanasia ed il “sacro ed indissolubile matrimonio cattolico che solo noi possiamo [...]

  2. [...] farti mezza Italia in treno per farti tua moglie. Però per un figlio desiderato che non arriva si fa questo ed altro. Ma questo è evidentemente un altro discorso. Non si parlava di metodi [...]

  3. [...] questioni di principio ed il diritto bizantino, nel quale molti amano rotolarsi, c’è sangue, sofferenza e solitudine. Di fronte a tanto dolore non si può essere ondivaghi e nascondersi dietro le parole. [...]



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