Qual è la Differenza tra Flessibilità e Precariato? Lo Stipendio!
11 aprile, 2008 di luigibio
Archiviato in Democrazia e Diritti
Qualche giorno fa un amico mi raccontava del cugino.. questo ragazzo, sembra sia un portento nel campo della sicurezza informatica, avrebbe preso una stanza in un appartamento a Roma a 700 euro al mese. Ho chiesto perché pagare tanto, quando si trovano soluzioni ben più economiche. Mi è stato risposto che preferisce stare comodo “Tanto guadagna bene, si parla di oltre 3000 euro/mese”. Ho fatto qualche altra domanda ed il ragazzo sembra che non lavori da libero professionista, ma da dipendente con contratti di pochi mesi, scaduto il periodo contrattuale in alcuni casi ricontratta con la stessa ditta se necessario, o altrimenti cambia ditta, visto che il settore tira tanto.
Questa storia mi ha fatto riflettere: il lavoratore flessibile è un prestatore d’opera di tipo non professionale (per attività professionale intendo quella delle professioni protette), che lavora come dipendente, ovvero inserito nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro. In questo si distingue da chi invece lavora fornendo una prestazione, come un libero professionista o un artigiano, che invece hanno una propria organizzazione e mezzi propri, che non sono richiesti al dipendente. Per il lavoratore flessibile il cambiamento del datore di lavoro è un’opportunità di crescita in campo lavorativo, in quanto amplia le proprie esperienze ed un’opportunità di crescita economica, potendo contrattare un miglioramento rispetto alle condizioni del momento. Uno stipendio alto è legato a due fattori fondamentali:
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il lavoratore flessibile risolve un bisogno momentaneo del datore di lavoro;
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garantisce il lavoratore dall’alea legata al fatto che vi possono essere dei periodi di fermo.
Se il mercato del lavoro flessibile può dare tante opportunità che cosa è il precariato? Perché ci si lamenta tanto? Basta leggere questo articolo che richiama un discorso di Draghi: lo stipendio da fame!
In realtà una parte dell’imprenditoria non ha delle necessità temporanee di un profilo specifico, ma preferisce coprire anche le posizioni relative alla propria attività corrente con lavoratori precari a tempo indeterminato, questo svilisce sia la categoria del lavoratore flessibile, sia quella del lavoratore a tempo indeterminato, in quanto si va a confonderne i ruoli e li si rende entrambi più deboli dal punto di vista contrattuale, ribaltando il rischio d’impresa sui lavoratori.
Un lavoratore con contratto a tempo indeterminato deve avere una retribuzione legata alla contrattazione collettiva di categoria. Tale lavoratore non ha l’alea del lavoro, non rischia dei periodi di fermo nell’attività e, quindi, ha la garanzia di avere continuità anche negli introiti.
Il lavoratore flessibile NO! Ha un maggiore rischio che deve essere compensato da maggiori guadagni, questo è un principio fondamentale dell’economia.
Governo e Sindacati forse non hanno capito questo: il lavoro flessibile può essere un’opportunità, però deve essere tutelato alzando (io direi raddoppiando) la paga oraria del lavoratore flessibile rispetto alla paga definita in ambito di contrattazione sindacale e garantendo, con un controllo stringente dell’Agenzia delle Entrate e dell’Ispettorato del Lavoro che tali prescrizioni siano rispettate sul serio… e questo dovrebbe essere previsto dalla Legge!
Possibili risvolti:
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chi ha maggiore propensione al rischio può scegliere di essere un lavoratore flessibile;
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gli imprenditori limiterebbero allo stretto necessario l’uso del lavoro flessibile, proprio a causa degli alti costi.
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Il lavoratore flessibile ha diritto ad uno stipendio piu’ alto anche perche’ non percepisce tredicesima e quattordicesima (ferie pagate, etc.).
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Si riporta l’articolo per condivisione del contenuto secondo l’argomento in oggetto cioè “il precariato”
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IL PRECARIATO NON ABITA IN ITALIA (sul blog LucaLodi.it)
Questo titolo, preso dal Resto del Carlino, non so se l’ho scelto perché ci credo o per provocazione.
Quando la politica parla tanto di precariato, strumentalizza un problema concreto ma non dalle dimensioni così ampie come invece pare sempre di capire.
La ricerca condotta dall’Università di Modena e Reggio Emilia per conto di Randstad Italia (Agenzia per il lavoro) lo dimostra: il 77,4% degli italiani ha un contratto a tempo indenterminato, contro il 7,2% di interinale. Il Co.Co.Pro. è ridotto all’1,1% e altrettanto marginali sono le altre forme di contratto flessibile.
[Cfr. il Resto del Carlino, 02/04/2008, p. 5]
Il prof. Michele Tiraboschi (docente Dir.Lav. facoltà di Economia e direttore Centro Studi M.Biagi) spiega che mancano dei professionisti in grado di far incontrare domanda e offerta del lavoro con buon esito di rapporto instaurato tra le parti.
Oggi le Agenzie per il lavoro, a mio avviso, scarseggiano in competenze e conciliazione tra professionalità ricercata dall’impresa e interessi/attitudini dell’offerente di lavoro.
Lo dico perché questo settore, unitamente ad altri come la Sicurezza, è un campo che mi interessera in vista dell’auspicata abilitazione di Consulente del lavoro.
Tornando all’indagine, il 5,3% ha contratto a termine (tipologia in cui ritengo si annidi il vero abuso, visto che pochi di questi contratti rispondono ad una effettiva esigenza con giusti motivi ai sensi del D.Lgs. 368/2001); non so invece se questa indagine ha verificato l’impatto anche di una nuova realtà: le false p.iva, cioè lavoratori autonomi che dissimulano un rapporto di lavoro subordinato strictu sensu.
E’ il caso di lavoratori con buona preparazione culturale e professionale, le cui competenze sono ben spendibili in forma autonoma e quindi comportanti la richiesta, da parte dell’impresa, dell’apertura di una p.Iva per poter lavorare presso la ditta domandante lavoro.
Le soluzioni proposte dalla normativa introdotta da Biagi sono all’avanguardia di un mercato del lavoro in evoluzione; non è colpa sua se in Italia ci sono dei disonesti…
La soluzione? Non è toccare la normativa, ma favorire la vigilanza sul territorio. Abolendo però, in questa ipotesi, la certificazione dei contratti (ottimo strumento poco praticato) perché altrimenti nemmeno gli Ispettori potrebbero vanificare l’applicazione di quei contratti “certificati” e l’unica strada, per il lavoratore, sarebbe composta dalla via giudiziaria, …la più tortuosa.
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Il posto giusto per proporre contributi è qui.
Nei commenti la visibilità risulta molto ridotta.
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