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Progetto Politico Contro le Devastanti Politiche Di Esternalizzazione




Condividi Progetto Politico Contro le Devastanti Politiche Di Esternalizzazione. Lidia Undiemi ti ringrazia.
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Ricevo e volentieri pubblico questa nota di Lidia Undiemi che descrive un progetto politico di contrasto alle esternalizzazioni speculative.
Come già detto in passato, non ho difficoltà a considerare la flessibilità lavorativa come un valore produttivo nazionale che va incoraggiato e tutelato.
Quello che è intollerabile, però, è l’utilizzo criminale degli strumenti che regolano la flessibilità che portano a retribuire il lavoro come “a tempo indeterminato”, ma a trattare le persone come “liberi professionisti”.

La flessibilità è un valore che il dipendente offre all’imprenditore insieme alle sue conoscenze e come tale va retribuito come si retribuiscono le competenze. Questo vuol dire che un lavoro flessibile va retribuito in maniera più rilevante di un lavoro fisso.
Questo criterio, così semplice e naturale, è già ampiamente radicato nella mentalità comune.
A nessuno sembra assurdo pagare 100 euro al giorno per affittare una vettura che, magari, ne costa solo 10.000. E’ evidente che il vantaggio di poter usare una cosa e poi restituirla va retribuito a chi si assume l’onere di acquisire il bene, manutenerlo e renderlo disponibile a richiesta.
Chi conta di dover usare a lungo una macchina e intende averla nelle proprie disponibilità senza preavviso e senza prendersi il disturbo di affittarla, andarla a prendere e riconsegnarla, spende 10.000 euro e l’acquista. Nei dieci anni medi di vita, la macchina verrà a costare 10 euro al giorno invece di 100, ma ovviamente rimarrà in garage quando non serve e nei 10 euro al giorno saranno comprese le tasse e le spese di manutenzione.

Così, un lavoratore flessibile fa l’investimento di formarsi e manutenersi(formazione, esperienze, ecc.). Investimento che, come nell’auto a noleggio, va retribuito in aggiunta al servizio.
Chi aggira questa regola naturale e insita nel funzionamento del mercato compie un’azione criminale perché non solo condiziona il presente del lavoratore, ma mina il sistema previdenziale e, di conseguenza, l’intero tessuto produttivo.

A livello microeconomico è l’utilizzo improprio dei contratti a progetto a rappresentare l’abuso criminale. A livello di grandi industrie, il meccanismo passa attraverso le esternalizzazioni che portano a rendere flessibile un rapporto di lavoro fisso senza, però, pagare l’aliquota di compensazione testé descritta.

Questo saccheggio, al momento, è come un iceberg. Quello che si vede è solo una minima parte del pericolo incombente. Le forze politiche sono colpevolmente assenti. A questo punto possono essere definite complici in quanto molti partiti e sindacati hanno partecipazioni economiche consistenti in società che utilizzano la precarizzazione del lavoro.
Spero che questa iniziativa di Lidia, in ambito Italia dei Valori, non si limiti alla proposta e si concretizzi rapidamente in fatti visibili a tutti. Tutti noi abbiamo bisogno di punti di riferimento operativi. Se Lidia e l’IDV possono diventarlo, sarò felice di sostenerne l’azione.

Comandante Nebbia




“Trasformazioni D’Impresa E Tutela Dei Diritti”

Questo progetto è il frutto di anni di ricerca condotta sul campo contro il cosiddetto fenomeno delle esternalizzazioni “abusive”, generato e alimentato da un contesto politico che  ha consentito ai “poteri forti” di arricchirsi sfruttando un sistema normativo fortemente orientato a favorire le speculazioni di mercato contro ogni logica di salvaguardia delle imprese e dell’occupazione.

E’ un dovere della politica eliminare questo ricatto “collettivo” che rende “instabili” la maggior parte dei  posti di lavoro, pubblici e privati.

Un nuovo modello di società lontano dalla crisi sociale ed economica è possibile, pretendiamolo.

Lidia Undiemi

Già da parecchi anni, ormai, le politiche di esternalizzazione hanno precarizzato i posti di lavoro di centinaia di migliaia di persone, con effetti devastanti sulle loro condizioni di vita.

Nell’ambito della espansione della grande crisi economica e sociale, un ruolo determinante è stato certamente assunto dalla frenetica corsa alle cessioni di attività e all’esecuzione dei lavori in appalto, che hanno, di fatto, consentito a squallidi approfittatori di trattare i lavoratori come una qualunque merce di scambio.

Si tratta, si badi bene, di contrastare le esternalizzazioni non in quanto tali, ma le sue manifestazioni degenerative e parassitarie, troppo spesso ai limiti della legalità.

In questo contesto, le tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni diventano un’arma pericolosa, in quanto permettono controlli virtuali e a distanza di contesti produttivi strategici per l’Italia, a prescindere dalla formale attribuzione delle responsabilità tipiche dell’imprenditore, nonché del datore di lavoro, ai soggetti economici che governano il sistema economico.

La proliferazione dei gruppi societari ha favorito tale forma di speculazione attraverso il cosiddetto “gioco delle scatole cinesi”, reso possibile da una lacunosa regolamentazione del fenomeno societario, attualmente orientata a soddisfare le esigenze di un gruppo di “privilegiati” a scapito dell’interesse generale della collettività.

E’ evidente, infatti, che l’esercizio abusivo di schemi societari consente ai soggetti economici che hanno mal gestito determinate attività di riversare le proprie responsabilità ed i propri debiti sui lavoratori, su coloro che fanno seriamente ed onestamente impresa e sul sistema di gestione della spesa pubblica (INPS, INAIL e debito pubblico in generale).

Il dramma sociale a cui stiamo assistendo oggi è la materializzazione di un disastro annunciato, e così anche l’inafferrabile ed inspiegabile crisi economica, comodamente attribuita a fattori estranei alla volontà della classe dirigente italiana.

Dimostrare ciò è estremamente semplice, se si considera che l’aumento della disoccupazione, dei debiti sociali e delle società in stato di crisi hanno colpito settori di rilevanza nazionale protetti, a vario titolo, dalla vera concorrenza.

Specie nell’ambito dei vastissimi settori della pubblica amministrazione risulta evidente il legame tra il peggioramento delle condizioni di lavoro e l’affidamento dei servizi pubblici ai privati. Le attività cui sono addetti i lavoratori minacciati dalla disoccupazione, o che hanno già perso il posto di lavoro, continueranno ad essere appaltati dalla pubblica amministrazione alle società private, che saranno libere di continuare ad approfittare dell’attuale sistema, data l’assenza di provvedimenti correttivi da parte dell’amministrazione appaltante. Crisi? No, mera speculazione, anche perché molto spesso si tratta di servizi a prevalente impiego di prestazioni di lavoro.

Crisi e disoccupazione continueranno a  mietere vittime se non si affronta seriamente e con determinazione il problema della strumentalizzazione abusiva delle politiche di outsourcing.

La politica degli ultimi tempi, purtroppo, non ha fatto altro che assecondare, e a tratti promuovere con interventi legislativi ad hoc, questo fenomeno.

Una carente ed inadeguata politica legislativa costituisce l’asse portante delle strategie speculative e ricattatorie dei “poteri forti”.

In tal senso, esistono almeno due forme di ricatto “collettivo” che paralizzano lo sviluppo virtuoso del sistema economico e sociale italiano.

In primo luogo, la possibilità per gli operatori pubblici e privati di potere sostanzialmente cedere, tramite trasferimenti di attività, i lavoratori senza il loro consenso, dato che l’ordinamento giuridico italiano non prevede esplicitamente il diritto di opposizione del lavoratore al proprio trasferimento nell’ambito delle cessioni di attività. Questo significa che qualsiasi lavoratore, e dunque anche coloro che hanno un posto di lavoro “stabile”, rischiano ogni giorno di ritrovarsi senza un lavoro a causa di una scellerata politica aziendale, magari volta a licenziare illegittimamente, o semplicemente per tenere sotto ricatto, coloro che potrebbero dare fastidio ai padroni. Il rafforzamento della tutela dei lavoratori nei processi di esternalizzazione è un problema che riguarda l’intero universo dei lavoratori, e sono in molti ad aver compreso l’importanza della questione, che è, tra le altre cose, alla base della nascita di movimenti autonomi di difesa in tutta Italia.

L’altra pericolosissima forma di ricatto consiste nella possibilità di poter manovrare, per il tramite dell’attuale regolamentazione dei gruppi societari, le “pedine” dell’economia (speculativa) e dei posti di lavoro con estrema flessibilità, al punto da poter determinare un miglioramento degli assetti produttivi e dell’occupazione che è in realtà solo apparente e tutt’altro che stabile. Ciò consente agli speculatori di potere indirizzare il consenso ed il controllo delle masse verso i propri interlocutori politici. Tale ipotesi non è molto lontana dalla realtà, se si considera che il rientro dei capitali “oscuri”, favorito dallo scudo fiscale, darà ossigeno a questa strategia di potere, specie a seguito di un periodo di elevata disoccupazione.

In questo drammatico contesto, l’attuale governo è palesemente orientato a promuovere l’affidamento ai privati della gestione dei beni e dei servizi pubblici essenziali, attraverso la costituzione di una serie di S.p.a. Chi avrà i soldi per finanziare tali privatizzazioni/esternalizzazioni? Quali e quanti impiegati pubblici passeranno nelle mani dei privati? E’ servito a questo lo scudo fiscale? Chi garantisce i cittadini che non saranno i soldi della criminalità organizzata a finanziare questi passaggi?

Tutela dei diritti dei lavoratori, lotta concreta alla criminalità organizzata, salvaguardia della Democrazia e dello Stato di Diritto, ripristino della vera libertà di concorrenza economica e dell’Uguaglianza sociale sono tutte facce della stessa medaglia.

I casi Eutelia, Omega, Telecom Italia, Omnia Network, ATU sono soltanto la punta dell’iceberg.

Liberare la società civile da questa “ragnatela” è un obiettivo ambizioso, che può essere realizzato solo attraverso l’impegno della parte migliore della società.

Il principale punto di forza di tale progetto è che esso risponde alle esigenze concrete dei cittadini onesti di qualsiasi categoria o classe sociale.

Linee guida per la realizzazione delle iniziative legate al progetto

Principi di base:

abbattere le disuguaglianze sociali derivanti dallo sfruttamento del lavoro in tutte le sue forme. Promuovere la realizzazione di un sistema economico e sociale basato sul rispetto dei fondamentali principi della costituzione e dell’ambiente. Diffondere l’idea che gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori convergono in una economia sana e che la politica legislativa deve essere orientata a salvaguardare l’interesse collettivo piuttosto che le aspettative dei “privilegiati”. Non esiste un “mercato del lavoro”, ma un “mondo del lavoro”.

Obiettivi:

realizzazione di un progetto volto alla promozione di un sistema sociale in grado di neutralizzare l’utilizzo di politiche di trasformazione dell’impresa, nonché l’instaurazione di relazioni commerciali tra operatori economici, finalizzate  a violare le disposizioni dell’ordinamento giuridico coerenti con i principi sopra descritti.

Beneficiari:

lavoratori (attuali e potenziali) pubblici e privati, stabili e precari, dipendenti e autonomi (con e senza progetto) e gli imprenditori che fanno seriamente il loro mestiere.

Il punto di partenza:

l’esperienza, la conoscenza e le relazioni maturare attraverso il sostegno concreto ai gruppi di lavoratori che hanno contrastato tale fenomeno.

Strategia:

realizzare una rete di conoscenze e di relazioni umane idonea a coinvolgere direttamente i beneficiari del progetto, ponendo al centro di qualsiasi iniziativa la soluzione concreta dei loro problemi. Dato un determinato punto di partenza, è necessario strutturare le iniziative e le fasi di realizzazione del progetto applicando un elevato grado di flessibilità, di modo tale da poter tempestivamente attuare gli interventi correttivi necessari.

Iniziative:

  1. Costruire una “Mappa geografica delle esternalizzazioni”, in grado di fornire un quadro complessivo e reale, anche se non esaustivo, del fenomeno.
  2. Proposte di legge, interpellanze ed altre tipologie di attività al parlamento nazionale e al parlamento comunitario.
  3. Realizzazione di una “Guida per la prevenzione delle violazioni sul lavoro” e creazione di un sistema di informazione finalizzata a supportare le contestazioni dei lavoratori, per esempio attraverso una vera e propria “Cronaca sul lavoro”.

Metodo:

L’unione. Occorre presentare e costruire il progetto come un mezzo volto alla realizzazione di un obiettivo comune a tutti i soggetti coinvolti. Il progetto è di rilevanza nazionale, e le persone devono potersi sentire veramente unite.

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Comments

2 Risposte a “Progetto Politico Contro le Devastanti Politiche Di Esternalizzazione”
  1. cristiana scrive:

    COM’E’ CHE DA 3 GIORNI MON RICEVO LA MAILS?
    Cristiana

  2. fma scrive:

    Ho letto il pezzo un paio di volte, senza che la seconda mi aiutasse a capire meglio ciò che la prima aveva lasciato oscuro.
    Pongo qualche domanda, senza intendimenti polemici.
    Il guaio, se ho inteso bene, sarebbero le “esternalizzazioni abusive”, rese possibili da una “strumentalizzazione abusiva delle politiche di outsourcing”.
    Domanda: esistono esempi di “esternalizzazioni” e di “politiche di outsourcing” non “abusive”?
    M’è parso di capire che il problema principale è costituito dalla possibilità di cedere “tramite trasferimenti di attività, i lavoratori senza il loro consenso, dato che l’ordinamento giuridico italiano non prevede esplicitamente il diritto di opposizione del lavoratore al proprio trasferimento nell’ambito delle cessioni di attività”
    Domanda: esistono paesi stranieri i cui ordinamenti giuridici accordino ai lavoratori simili diritti?
    Ho letto che si vorrebbe realizzare un “progetto volto alla promozione di un sistema sociale in grado di neutralizzare l’utilizzo di politiche di trasformazione dell’impresa, nonché l’instaurazione di relazioni commerciali tra operatori economici, finalizzate a violare le disposizioni dell’ordinamento giuridico coerenti con i principi sopra descritti.”
    Domanda: dando per scontato che le politiche di trasformazione dell’impresa che si vorrebbero impedire siano quelle finalizzate a violare le disposizioni dell’ordinamento giuridico, di quale ordinamento giuridico si sta parlando?
    Di quello esistente? O di un ordinamento auspicato, che non c’è ancora?

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