Professione Informatica? Clicca, Qualcosa Succederà. Alla Peggio Facciamo Reboot


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Mi capita di leggere su Napolux un post amaro e allo stesso tempo divertente sulla sorte degli informatici costretti a fare assistenza ad amici, parenti, e conoscenti, rigorosamente gratis. Quel post mi ha dato uno spunto per fare una riflessione di carattere più generale sul mercato della consulenza informatica in Italia. E’ un mercato che un po’ conosco (anche se ormai sono sempre più lontano dall’ambiente), visto che diversi anni fa ho lavorato nel settore per qualche tempo subito dopo il diploma, prima di decidere – anche grazie a quell’esperienza – di prendere una strada completamente diversa.

Nonostante quello l’informatica è rimasta una piccola passione personale, e mi sono tenuto aggiornato, sopratutto per il piacere di fare ogni tanto qualche lavoro sui miei server. Quel che mi stupisce ogni volta che parlo con professionisti e clienti tipo, è scoprire come dopo tanti anni la situazione non sia cambiata per nulla al di fuori delle grandi realtà (multi)nazionali che da sempre servono i clienti importanti (grandi aziende, istituti di credito, ecc).

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Secondo me, allo svilimento di questa professione contribuiscono in maniera preponderante due fattori. Il primo: la mancanza di competenze – da parte dei committenti – per dare valore e dignità al lavoro. Nessuno si pente di pagare un meccanico 40 euro + iva l’ora per tirare via l’olio vecchio dal motore, versare dentro il nuovo, e fare 4 giri di chiave inglese per cambiare filtri e candele; tantomeno si pente di aver pagato qualche migliaia d’euro un avvocato per vincere un ricorso, anche dopo aver scoperto che, probabilmente, il figlio del vicino di casa al primo anno di giurisprudenza gli avrebbe potuto fornire la stessa risposta: comunemente si dà, infatti, maggior valore a professionalità, competenza ed esperienza. Banale sarebbe prendere ad esempio la professione medica: nessuno andrebbe a farsi togliere l’appendicite gratis da chi avesse bisogno di fare 4 tagli prima di trovarla. Eppure tutti pensano che pagare un professionista informatico per risolvere un problema rappresenti una fregatura perché probabilmente “ci sarebbe riuscito anche mio nipote cliccando a caso qui e lì“.

Il secondo fattore, strettamente legato al primo, è la mancanza di una vera cultura professionale di parte dei lavoratori tipo del “comparto”. Se tante persone pensano “ci poteva riuscire anche mio nipote” è probabilmente perché una volta davvero il nipote di 12 anni gli ha risolto un problema che il sedicente “tecnico” non era riuscito a risolvere: concorrenza spietata, prezzi ridicoli, capacità spesso millantate anche con esperienza inesistente e senza nessun titolo sicuramente non hanno fatto bene al mercato.

La crescente confusione tra i ruoli di consulenza e il semplice commercio ha infine contribuito a questo svilimento. Con i margini che ci sono oggi è impossibile aspettarsi che chi vende l’hardware contando sui volumi sia in grado di fare un qualche tipo di consulenza qualificata su quello che vi sta rifilando, eppure alcune persone ancora se lo aspettano, con risultati prevedibili.

Ovviamente non bisogna confondere la causa con l’effetto. L’esistenza di un mercato così tetro si deve anzitutto alla percezione comune tra piccole e medie aziende, liberi professionisti, ecc, che una infrastruttura tecnica di buon livello non sia particolarmente funzionale al proprio vantaggio competitivo.
Non è una sorpresa che il nostro paese, con un tessuto produttivo composto per lo più di piccole e medie imprese che hanno dato scarso valore all’innovazione in campo informatico, ravvisando raramente l’opportunità di investirvi, si senta oggi poco tranquillo davanti alla minaccia (opportunità) rappresentata dai paesi emergenti che replicano i nostri processi produttivi, a differenza di paesi come la Germania che hanno avuto sicuramente uno sviluppo diverso.
Pur andando orgogliosi delle nostre eccellenze, è indubbio che il “modello Siemens” sia più funzionale di quello “Bulgari” nel far crescere l’economia di un intero grande paese, come fa notare Phastidio.

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Qualche mese fa scrivevo di come gli investimenti in ricerca, istruzione e innovazione siano una determinante fondamentale della crescita economica di un paese nel lungo termine (non è certo una cosa che invento io). La crisi di università e ricerca, la mancanza di imprese fortemente innovatrici, un mercato di venture capital inesistente sicuramente non fanno bene al nostro sistema. Al tempo qualcuno commentò stizzito su come fosse meglio che io pensassi a chinare la testa e lavorare sodo (probabilmente a 800 euro al mese 10 ore al giorno come i suoi dipendenti prima dell’inevitabile delocalizzazione ?) piuttosto che perdermi in riflessioni sullo stato penoso in cui versa l’economia del nostro paese.Pensando a questi episodi la progressiva tendenza alla colonizzazione di alcuni settori ad alta tecnologia del nostro paese da parte di grandi aziende straniere più efficienti non può che farmi piacere laddove ha il benefico effetto collaterale di schiacciare impietosamente alcuni piccoli imprenditori che hanno sempre campato alla giornata, senza una vera cultura di impresa, innovazione, valorizzazione delle risorse umane, al motto di “tanto fessi come te a 900 euro al mese sai quanti ne trovo, ho 40 curriculum sulla scrivania“.

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