Come fa notare Beppe Grillo, Maurizio Pallante è una di quelle persone che ogni sera dovrebbe avere a disposizione almeno 5 minuti di un Tg nazionale. Ed è anche una di quelle persone che dovrebbero stare al governo di un paese civile. Purtroppo non è così, ma nonostante ciò Pallante riesce ugualmente a divulgare le sue idee innovative, attraverso i suoi interessanti libri e attraverso conferenze su tutto il territorio nazionale.
“Decrescita Felice” è l’espressione che dà il titolo al suo ultimo libro. Per farci capire cosa sia la decrescita, Pallante illustra il concetto dominante di “crescita”: generalmente si ritiene che la crescita economica si misuri nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno, cioè la quantità di beni e di servizi scambiati con denaro (in altri termini, il Prodotto Interno Lordo).
Ma questo è solo il risultato di una cultura che impronta tutto il suo valore sul concetto di mercificazione, e che considera un bene solo in quanto merce.
Anche le stime fatte dalle organizzazioni non governative per misurare le soglie di povertà si basano su parametri di scambio monetario, sul potere d’acquisto (si dice che un individuo è povero quando guadagna meno di 2 dollari al giorno).
In realtà la povertà o la ricchezza di una persona non dovrebbero essere misurate in base al denaro posseduto, alle merci che un individuo è in grado di acquistare.
Un individuo che per scaldare la propria abitazione usa la legna del proprio bosco, ma ha meno soldi di un individuo che scalda il proprio appartamento in città pagando una bolletta per la fornitura di gas, non sarebbe più povero se i rifornimenti di gas venissero improvvisamente a mancare.
Un individuo che coltivi e consumi frutta e verdura del proprio orto, non avrebbe nessuna ripercussione economica in seguito ad un aumento dei prezzi di frutta e verdura.
E’ un fatto culturale: siamo stati abituati nel tempo a comprare tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

In realtà, la crescita del PIL non corrisponde, come vorrebbero farci credere, ad una crescita del benessere, anzi è esattamente il contrario: alla crescita del PIL si accompagna un aumento delle risorse necessarie alla produzione e un conseguente aumento di rifiuti prodotti e un maggior impatto ambientale, quindi una sensibile diminuzione del benessere.
A proposito d’impatto ambientale, recenti ricerche hanno evidenziato che, se entro il 2050 le emissioni di CO2 (che impiegano ben 200 anni per scomparire) non diminuiranno del 60%, l’incremento della temperatura porterà conseguenze disastrose sull’ambiente e sull’economia mondiale: tanto per fare un esempio che ci riguarda da vicino, la zona mediterranea e il sud dell’Europa diventeranno zone desertiche, aride e improduttive, oltre che non più appetibili dal punto di vista turistico.
Gli ultimi accordi internazionali prevedono invece un impegno per la diminuzione di tali emissioni del 2% a livello mondiale e dell’8% a livello europeo.
Il movimento per la decrescita felice sostiene che solo attraverso un radicale mutamento degli stili di vita si otterrebbe un maggior benessere per la collettività, un benessere che passa necessariamente attraverso la decrescita del PIL.
Il movimento per la decrescita felice incoraggia quindi l’adozione di stili di vita che favoriscano l’autoproduzione e il risparmio energetico, agevolando anche un ritorno ad una dimensione sociale del rapporto tra produttore e acquirente (come i Gruppi d’Acquisto Solidale).
Spesso Pallante nei suoi interventi è stato accusato di non favorire l’innovazione tecnologica e il progresso, o di voler quasi riportare la società ai tempi delle caverne.
In realtà, il movimento per la decrescita felice incoraggia solo un diverso uso dell’innovazione tecnologica, non più volta all’aumento della produzione e quindi del guadagno, ma volta a ridurre, per ogni unità di prodotto, la quantità di energia, lo sfruttamento di risorse e la produzione di rifiuti generate nella produzione.
Sono queste, in sintesi, le considerazioni che portano Pallante ad autodefinirsi, non senza una punta d’orgoglio e di ironica provocazione, un conservatore.
Le argomentazioni di Pallante a mio parere costituiscono anche un invito a riflettere su quanto lo strapotere dei media, soprattutto la televisione, sempre più schiava degli investitori pubblicitari, abbia contribuito a radicare nella collettività uno stile di vita improntato all’acquisto forsennato, basato su valori assolutamente opinabili quali il denaro, il lusso, la bellezza, la tecnologia fine a sé stessa… Una televisione in cui, purtroppo, c’è sempre meno spazio per dare eco a voci “sane” e a proposte concrete di reale interesse per la collettività, come quelle di Maurizio Pallante.
Un vero peccato.
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Tag: affari, decrescita, ecologia, inquinamento, malapolitica, pil, rifiuti, salute, scienza, società-civile
La Fee Verte
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13 Giugno, 2007 a0:09
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15 Ottobre, 2007 a12:55
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11 Giugno, 2007 a 16:56
tusaichi
interessante.
leggerò qualcosa di questo pallante.
grazie,
tusaichi
11 Giugno, 2007 a 21:19
spes74
Ero a conoscenza del movimento per la decrescita felice ma, sinceramente, non ho approfondito l’argomento (forse proprio per il motivo che citi: è poco pubblicizzato e si tende a dimenticare quello che, ahimè, non ci viene presentato quotidianamente). Mi sembrano considerazioni molto interessanti anche perchè ci riguardano tutti in prima persona.
11 Giugno, 2007 a 22:48
diabolicomarco
Condivido in pieno.
12 Giugno, 2007 a 10:06
Slash
Condivido in parte:
In realtà, la crescita del PIL non corrisponde ad una crescita del benessere, anzi è il contrario: alla crescita del PIL si accompagna un aumento delle risorse necessarie alla produzione e un conseguente aumento di rifiuti prodotti e un maggior impatto ambientale, quindi una sensibile diminuzione del benessere.
Vero che il PIL non è direttamente proporzionale al benessere, ma se (nella maggior parte dei casi) “produzione=scambio=guadagni” allora anche le tecnologie per lo smaltimento di rifiuti (in questo caso) dovrebbero essere all’avanguardia e diminuire se non azzerare l’impatto ambientale, magari riconvertendolo in energia. Ma qui ci sono in ballo interessi molto più grandi ed anche se le tecnologie ci sono, non si usano…
In realtà la povertà o la ricchezza di una persona non dovrebbero essere misurate in base al denaro posseduto, alle merci che un individuo è in grado di acquistare.
Anche a me piacerebbe misurare il benessere di una popolazione attraverso parametri come la quantità di energia o generi alimentari autoprodotti; ma questi non sono proporzionali ad alcun numero di pannelli solari privati od orticelli.
Quindi credo (l’econmia non è il mio campo) che il calcolo del PIL inteso come crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione sia semplicemente la strada statistica più veloce e più valida per dare un idea di come e quanto cresce un paese.
12 Giugno, 2007 a 17:38
Silent@faculty
La considerazione finale sul potere dei media di veicolare consensi (leggesi: voti) mi trova completamente d’accordo. Ma non è “un vero peccato”. e’ un piano ben preciso, secondo me. Il perché lo spiega la stessa autrice riferendosi al controllo che gli sponsor possono esercitare sui contenuti. Siamo poco poco vergognosi