Procreare: Un Crimine Contro L’Umanità’ 23


Arthur Schopenhauer scrisse: “La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia.”
Karl Marx intuì: “Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione.”
<Può sembrare strano accostare filosofi tanto diversi – Marx era innanzitutto un economista -, tuttavia le loro parole, trasposte ai giorni nostri, possono fondersi e trovare un tragico riscontro.

Partiamo, per prima cosa, da Schopenhauer. Il suo celebre aforisma è da inserire in un’ottica tendenzialmente pessimista in cui l’uomo, soggiogato dalla volontà di vivere, è per natura costretto a desiderare incessantemente. Desiderare incessantemente significa sentirsi sempre incompleti, e quindi soffrire. La provocatoria conseguenza di questo pensiero è che non vi sia crimine più grande che mettere al mondo una vita destinata alla sofferenza.

Passiamo ora a Marx. Il teorico del Comunismo ebbe una grande intuizione riguardo al capitalismo, intuizione verificatasi con la Crisi del ’29 . La Grande Depressione avvenne essenzialmente per due motivi: il primo fu che il mercato dei beni durevoli si saturò, pertanto si produceva tanta merce che non si riusciva a vendere; secondariamente divenne evidente il divario tra mercato reale e quello virtuale/speculativo. La crisi odierna rispecchia, in un certo senso, quella del ’29 e alcune previsioni di Marx si stanno avverando.
Prendiamo per esempio il mercato delle auto e degli elettrodomestici: i prodotti vengono costruiti per rompersi affinchè via sia una continua richiesta, se non del pezzo intero, di pezzi di ricambio.
Avete mai notato come la maggioranza delle concessionarie di automobili siano munite di un’officina, senza la quale non riuscirebbero a sostentarsi?  Siete consapevoli di come i cellulari di oggi siano molto più delicati di quelli del passato? Per non parlare di televisori led/plasma, dei PC obsoleti dopo nemmeno un anno, e via dicendo.
Il principio in sé non fa una piega: la produzione va molto più forte della domanda, semplicemente perché il numero di acquirenti è limitato. Se prendo un oggetto che risolve le mie esigenze, cesso di essere acquirente per un determinato tempo – si spera il più lungo possibile.
Il mercato però è limitato da un altro fattore, ovvero – paradossalmente – l’aumento della popolazione. L’aumento della popolazione crea una saturazione perché le ricchezze sono mal distribuite, e quindi una grande parte della massa non può essere acquirente. I casi della miseria diffusa in Cina, India e Africa ne sono un esempio.
La saturazione non riguarda solo il mercato dei beni, ma pure quello del lavoro. Oggigiorno, se fossero prese le dovute misure, probabilmente potremmo meglio gestire l’occupazione, tuttavia al ritmo di crescita attuale le cose non faranno che aggravarsi. Un’azienda non può assumere dipendenti che non gli servono e le macchine possono svolgere un’enorme quantità di lavoro.
Torniamo quindi a Schopenhauer e rilanciamo la sua provocazione: mettere al mondo una vita, ora come ora, non equivale farle un dispetto? Soprattutto pensando al quantitativo di orfani e di bambini che vivono in miseria nel Terzo Mondo? Non sarebbe meglio adottare anziché procreare, in modo da non aumentare la popolazione mondiale per dare più spazio a chi c’è già?
Matematicamente parlando, quando si mette al mondo una vita, il suo numero va a sommarsi al problema; adottando, invece, sottraggo al problema due unità: la persona adottata e una persona in meno al mondo.
Una visione del genere ovviamente porta innumerevoli problemi. Quanti futuri genitori accetterebbero l’idea di una prole non biologicamente loro? A quanti sarebbe assegnato un bambino infante da crescere anziché un ragazzino già grande? Per non contare le barriere culturali, burocratiche o altro.
Arrivati a questo punto ci sorge un altro problema. Limitare la popolazione farebbe più spazio, ma spazio per lo stesso mercato di oggi, capitalista sfrenato, sempre orientato a produrre nuovi bisogni.
Una soluzione interessante a questo dilemma potrebbe essere quella nota come Decrescita felice, tramite la quale si nota come un aumento del Pil non corrisponda necessariamente a una migliore qualità della vita.
L’umanità è arrivata al punto che deve capire dove può fare capitalismo e dove no. Deve fare i conti con un pianeta dalle risorse limitate e dal fenomeno di saturazione che si sta ormai espandendo in ogni ambito.
Capitalismo si può fare su certi tipi di servizi, costantemente richiesti, ma non su tutte le produzioni.
Capitalismo si potrebbe fare nel riciclaggio, cogliendo così due piccioni con una fava.
Alcuni anni fa Striscia la Notizia mandò in onda un video di una stazione di riciclaggio al Sud, ferma per gli interessi dei soliti noti. Si trattava di un impianto moderno con un’ottima capacità di cernita e che dovrebbe essere diffuso a pieno regime ovunque. Molto probabilmente gli ostacoli all’avviamento di quella stazione ecologica sono e furono messi apposta per impedire che il mercato possa orientarsi sul recupero, anziché sul consumo.
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23 commenti su “Procreare: Un Crimine Contro L’Umanità’

  • ilBuonPeppe

    “l’uomo, soggiogato dalla volontà di vivere, è per natura costretto a desiderare incessantemente. Desiderare incessantemente significa sentirsi sempre incompleti, e quindi soffrire.”
    Non condivido nessuna delle due affermazioni. Si può tranquillamente non desiderare e godere del proprio status. Il desiderio continuo è l’obiettivo fondamentale del marketing (come è scritto dopo), ma si può combattere. Con successo.
    In ogni caso, desiderare non implica necessariamente sofferenza; può, al contrario, essere uno stimolo per andare avanti e quindi produrre entusiasmo. Dipende ovviamente dal caso singolo.
    La “provocatoria conseguenza” quindi non sta in piedi.
    Sono invece altri i comportamenti che, proprio per quanto scritto nell’articolo, possono essere considerati crimini contro l’umanità:
    – mangiare carne
    – usare l’automobile
    – riscaldarsi con combustibili fossili
    – usare prodotti usa e getta
    – usare sapone non biodegradabile
    – buttare il cibo avanzato
    … and so on

    • Black Feather

      Se ci pensi bene la provocazione sta in piedi eccome, soprattutto in uno scenario di sovrappopolamento. I bisogni primari dell’uomo ( mangiare, bere, salute etc ) che Schopenhauer chiama desideri sono qualcosa a cui nessuno è disposto a rinunciare. Persino a livello evolutivo-neurobiologico quando le risorse calano il comportamento passa da collaborativo a combattivo. Non c’è bisogno, purtroppo, di dire altro.

  • Garguz

    Da qualche tempo sono convinto anche io che il tema della sovrapopolazione vada affrontato, nonostante la sua delicatezza e le riserve, diciamo, emotive-culturali, che l’argomento può generare. Come giustamente ci si chiede nell’articolo: se a mente fredda si può anche essere d’accordo che l’aumento della popolazione tenda solo ad aggravare una situazione già così precaria, quante persone, quando si tratterà di decidere di non avere figli, saranno disposti a rinunciarvi? Ma allora la soluzione quale può essere? Di certo non quella “cinese” dell’imposizione forzata, perchè stride con le libertà individuali riconosciute più o meno da tutti. Ci vorrebbe un’educazione in tal senso? Probabilmente sì, ma, come per tutte le soluzioni di questo tipo, occorre tantissimo tempo, tantissimo sforzo e senza garanzia di un risultato. Che fare, dunque?

    Sulla decrescita felice, non sono ferratissimo sull’argomento, ma qualche idea me la sono fatta: più che sulla decrescita felice (che poi, nel concreto, cosa vuole significare? non c’è il rischio che sia solo una serie di restrizioni per i soliti noti?), non sarebbe meglio puntare su un altro tipo di crescita?

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