Privacy e Publicy
19 luglio, 2010 - 18:01 di Gianmario Felicetti
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Nella società attuale la privacy viene considerata, giustamente, un diritto della persona. Rispetto ad un passato in cui non esisteva nemmeno il concetto di privato come dimensione personale di esercizio dello stato di diritto, questo è un traguardo culturale importante. A tal punto che spesso il diritto alla privacy è innalzato al di sopra di altri diritti fondamentali, se non addirittura in chiara contrapposizione ad alcuni di essi, come ad esempio il diritto all’informazione.
In effetti, si è consolidata da tempo una visione dicotomica “privato vs pubblico” che porta con sé inevitabili conflitti. Ancor più quando il diritto alla privacy è invocato da persone che rappresentano le istituzioni della res-publica oppure da chi è coinvolto in procedimenti giudiziari.
La privacy ci è tanto cara al punto di essere considerata espressione privilegiata ed esclusiva dell’intimità personale. Ma in realtà intimo e privato non sono sinonimi. Se l’intimità è il nucleo fondamentale dove è custodita l’integrità del nostro io (la nostra personalità), la Privacy è un modo – uno dei tanti modi – con il quale ogni persona può gestire ed essere padrone della propria intimità.
Perciò è erroneo ritenere la Privacy quale l’unico strumento salvifico a disposizione dell’individuo per valorizzare e tutelare la propria intimità. Se così fosse, la logica conseguenza ci obbligherebbe a privare “il contesto pubblico” di tutto quello che riguarda la nostra intimità – “privato” come participio passato del verbo privare.
Per quanto erronea, questa mentalità è apparentemente logica, oltreché istintiva (quante mamme, per proteggere i figli, li escludono dal mondo esterno e dai suoi pericoli?). Motivo per cui viene facilmente assorbita dalla società in modo acritico e spesso inconsapevole.
A ben rifletterci, però, l’intimità di ogni persona vive necessariamente di una sua dimensione pubblica. Facciamo alcuni esempi.
Nulla c’è di più intimo del nostro nome: quando lo sentiamo invocare da persone care o sconosciuti, vibrano dentro di noi le emozioni più forti, istintuali, spontanee. Non per questo penseremmo di celare il nostro nome per proteggerlo dagli altri: a che, infatti, pro avere un nome se nessuno potrebbe conoscerlo? La cosa più pubblica che abbiamo è la cosa più intima: il nostro nome! E per inciso, mi presento. Sono Gian Mario.
Vale così anche per i nostri amori: nulla c’è di più intimo di un amore. Ma un amore che non può essere condiviso con gli altri, e che non può essere annunciato alla società, è un amore sofferente, menomato… “privato” della sua dimensione pubblica e perciò messo in difficoltà, minato nelle sue fondamenta, segreto e segregato. Si potrebbe vivere, d’altronde, di soli amanti e motel? Forse solo i politici italiani ci riescono bene.
Ma non è un caso che poi, per fare questo, mettono in pericolo la gestione della Res-Publica. Perciò, lasciate che vi presenti il mio compagno, Riccardo.
Vi ho presentato una parte importante della mia intimità per aiutarvi a pensare alla vostra: Immaginate se nessuno dovesse conoscere il vostro nome (perché una cosa privata da tutelare) né i sentimenti più intensi e genuini che provate per le persone care. Sarebbe una vita impossibile, una tortura. Vivere di sola privacy renderebbe la nostra intimità priva di valore, svuotandoci di ogni vitalità.
Ma allora, quale può essere un modo effettivamente migliore per valorizzare e avere cura della nostra intimità? L’immagine, per quanto semplicistica e apparentemente banale, è quella di una moneta d’oro – la più preziosa che ognuno di noi possa avere. La dimensione privata e la dimensione pubblica della nostra intimità altro non sono che le due facce di questa moneta. La testa e la croce. A tenerle unite una fitta zigrinatura, le innumerevoli interazioni sociali che ogni giorno stimolano un coinvolgimento “integrato” delle nostre dimensioni pubbliche e private.
La cultura dominante vuole costringerci a fare testa o croce con la nostra intimità. Veniamo indotti a scelte coatte tra la dimensione pubblica e privata come fossero due alternative opposte. Ci convincono che per tutelare la Privacy, occorre erodere la Publicy. Per far splendere un lato della nostra medaglia, ci convincono a trascurare quello “opposto”. E così facendo ci ritroviamo con una moneta non più integra il cui valore diminuisce sempre più!
In realtà l’unica cosa che conta è essere effettivamente padroni della nostra intimità – tenere saldamente la moneta d’oro nel nostro pugno. Questa è l’unica garanzia dell’integrità personale. Questo è il nostro vero e unico diritto come cittadini di un libero stato democratico non totalitario. Se l’intimità ci appartiene effettivamente in egual modo e libertà nelle sfere pubblica e privata, i due diritti non appariranno mai contrapposizione.
Ormai è chiaro: se si parla di diritto alla Privacy, allo stesso modo si deve parlare di diritto alla Publicy. Non solo non sono l’uno in contrapposizione dell’altro. Di più: il diritto alla Privacy non esisterebbe e non sussisterebbe se non ci fosse altrettanto diritto alla Publicy. E viceversa.
La privacy come risorsa limitata da “rubare” alla invadente dimensione pubblica è una chimera, uno svarione al quale la cultura, ma soprattutto la politica italiana è particolarmente affezionata. La chiave di lettura della nostra libertà risiede nella possibilità di gestire in autonomia e libertà entrambi gli aspetti privato e pubblico della nostra intimità.
E’ così, dunque, che si spiega l’altrimenti inspiegabile successo di Facebook: immersi in una cultura dominante che idolatra la Privacy come unico bene assoluto della persona, milioni di persone desiderano vivere come un libro aperto al mondo. Nessuno si sente violato quando usa Facebook perché si sente padrona della propria intimità. Nonostante la privacy sia ai minimi pensabili, l’intimità può essere comunque tutelata in modo ragionevole.
Provando a riassumere:
- Esiste un diritto alla Publicy nella stessa misura in cui esiste un diritto alla Privacy: due facce della stessa medaglia.
- Quando la propria Privacy è violata si vive male. Quando la propria Publicy è violata, si vive altrettanto male.
- Se per tutelare il diritto alla Privacy, indeboliamo o addirittura disconosciamo il diritto alla Publicy, compiamo dei pericolosi passi indietro nella vita democratica, credendo di fare passi avanti.
E’ vero quanto dicono alcune persone: il diritto alla Privacy sta evolvendo, non può essere più inteso come lo era dieci anni fa, nel frattempo tante altre cose (non solo il web) hanno continuato a cambiare.
Tante cose, ma non la classe dirigente italiana, sempre più vecchia, sempre più attaccata alla Privacy come fosse una fortezza nella quale difendere i propri interessi personali (leciti o meno leciti che possano essere).
(continua)
Privacy e Publicy è di

Non sono d’accordo con quanto detto a proposito di facebook: una volta pubblicato qualcosa su facebook, diventa praticamente impossibile toglierlo. Questo è esattamente il contrario di essere padroni della propria intimità.
Credo invece che il successo di facebook sia dovuto PROPRIO alla diffusa ignoranza riguardo al valore della privacy che tu imputi alla società: quando ci si registra, come in tutti i social network, c’è un contratto pieno di clausole inerenti la privacy, e questo fa erroneamente sentire le persone al sicuro.
A mio avviso, il successo di facebook è proprio il sintomo del male diffuso che tu evidenzi, e non l’indizio che le persone siano più in gamba di quanto sembri. Magari fosse così!
Aggiungo, per rinforzare la mia tesi sulla “non padronanza di sè stessi su facebook”, che spesso le informazioni su di me posso essere pubblicate su facebook da parte di altre persone, anche se io non sono registrato.
Se questo è in realtà vero per ogni forma di pubblicazione, su facebook la cosa viene incentivata con ogni sorta di strumenti “user-friendly”.
Ciao Mat, prima di tutto una premessa importante. Il mio intervento non verte su Facebook, tanto meno in un implicito “elogio di facebook”. Lascio ad altri fare analisi positive o negative su questo social network.
Venendo al sodo, io stesso nell’articolo scrivo che in Facebook la privacy è “ai minimi pensabili” e nonostante ciò le persone sentono (percepiscono) che la loro intimità (intesa come privacy e publicy insieme) è nelle loro mani.
Forse non sono stato abbastanza chiaro nel porre l’accento sul verbo “sentire” proprio in quanto differente da “essere”.
La frase successiva (“l’intimità può essere comunque tutelata in modo ragionevole”) effettivamente induce a pensare che io ritenga facebook un mezzo adeguato per tutelare l’intimità delle persone. Hai ragione tu quando dici che non è vero. A me, comunque, premeva porre l’accento su come la gente percepisce vantaggioso (divertente, utile, formativo, “empowering”…) poter gestire la propria publicy. A tal punto che la gente non vede e dimentica quanto sia importante la privacy, come tu stesso fai notare.
Probabilmente dopo una ubriacatura di publicy a molti verrà il dopo sbornia, e ci si accorgerà che anche la privacy è altrettanto importante quanto la privacy, proprio come dici tu.