Prepararsi alla Catastrofe: Debito Pubblico e Patrimoniale 11


Una breve nota che consentirà di comprendere meglio quello che ci attende dopo le vacanze estive. Prima di tutto, è utile ripescare un articolo di mentecrtitica (scritto da Serpiko) dove schematicamente si definisce il debito pubblico:

Che cos’è il debito pubblico?

Economicamente parlando, con l’accezione di debito pubblico s’intende l’ammontare di denaro chiesto a prestito da uno Stato ai suoi creditori.

Perché lo Stato deve chiedere a prestito del denaro?

Il debito pubblico viene contratto a fronte di un disavanzo di bilancio, ovvero quando le entrate dello Stato non sono sufficienti a coprire le spese che esso deve sostenere. Il valore totale del debito pubblico è quindi la somma di tutti i disavanzi di bilancio registrati da uno Stato nel passato.

Perché si dovrebbe prestare del denaro allo Stato?

Per guadagnarci. Come incentivo al prestito, lo Stato dispone il pagamento di un certo tasso d’interesse sul denaro ricevuto. Questo interesse è tanto più alto quanto più lungo è il periodo di tempo per cui il creditore si rende disponibile a concedergli il proprio denaro.

Quali sono le forme di debito pubblico in Italia?

Bisogna distinguere tra debito fluttuante e debito consolidato.

Il debito fluttuante, la cui forma più conosciuta è il BOT, viene emesso a breve termine o comunque con scadenze non superiori ai 12 mesi.

Il debito consolidato, emesso invece a media e lunga scadenza, va ulteriormente distinto in redimibile e irredimibile. Il primo prende il nome di obbligazione e prevede il rimborso sia del capitale che degli interessi; il secondo prende il nome di rendita e comporta il pagamento dei soli interessi.

Ci sono dei rischi?

La legge considera il debito pubblico come un contratto a tutti gli effetti, quindi prevede l’obbligo del rimborso da parte del debitore. In realtà esso non è coperto da alcuna garanzia reale. Per fare un paragone, un mutuo è coperto dall’ipoteca sulla casa acquistata; un prestito viene garantito da fidejussione o avallo. Il debito pubblico non prevede nulla di ciò.

Di conseguenza i rischi ci sono, più o meno grandi a seconda delle ragioni per cui il debito viene contratto. Il maggiore di essi è il possibile mancato rimborso del capitale conferito.

Cosa significa?

Facciamo qualche esempio.

Lo Stato non ha i soldi per costruzione di un’autostrada. Decide di chiedere un prestito per realizzarla, spiegando chiaramente che intende rimborsarlo con il gettito proveniente dai pedaggi che incasserà una volta finita. Il debito emesso a fronte di ciò ha un basso tasso di rischio perché destinato a un’opera in grado di portare valore aggiunto, quindi maggiori introiti allo Stato stesso. Lo Stato ha quindi fortissime probabilità di ripagare sia gli interessi che il capitale.

Diverso il caso di uno Stato che registri un passivo a bilancio dovuto a spese ordinarie e si rivolga al debito per coprire il buco in questione. Il prestito non è destinato a creare valore, porta anzi un’ulteriore voce di spesa sul prossimo bilancio data dal tasso d’interesse che va rimborsato assieme al capitale. Di conseguenza vi sono dei rischi più elevati.

Come si misura questo rischio?

Vi sono dei coefficienti che permettono di farsi un’idea piuttosto precisa circa l’effettiva capacità delle nazioni di far fronte al proprio debito. I più importanti sono due.

Il primo è dato dal rapporto tra PIL (Prodotto Interno Lordo) e debito pubblico. Tanto più alto sarà il debito, quante più saranno le risorse che la nazione dovrà attingere dal suo PIL per farvi fronte; va quindi mantenuta una proporzione “strutturale” tra i due valori che consenta al PIL di ripagare il tasso d’interesse sul debito senza impiegare troppe risorse. Di conseguenza, tanto più basso è il tasso d’interesse sul debito, quanto più alto è il volume di debito cui la nazione può far ricorso.

Vi è poi un altro dato, il rapporto tra PIL e disavanzo pubblico, che misura in percentuale quanto uno stato “perda” in un anno e quindi debba finanziare attraverso il debito pubblico. Qui va aperta una parentesi importante. Per i paesi dell’area UE, il trattato di Maastricht ha stabilito che tale valore non possa e non debba superare il 3% del PIL. Sebbene i mezzi d’informazione passino il messaggio che l’essere in linea con questo dato sia una condizione rassicurante rassicurante, esso significa pur sempre che il sistema Europa consente ai propri stati membri di perdere il 3% annuo sui propri conti.

Qual è l’attuale situazione italiana?

Il disavanzo del 2010 è stato del 3,29% sul PIL. Il dato è in rosso a partire dal 2000 e il trend viene previsto in negativo a tutto il 2011. (Fonte: FMI).

Ancora più indicativo il rapporto tra debito pubblico e PIL. Nel 2010 era del 119%, dato in pieno trend crescente: a fronte di una sostanziale costanza del PIL, infatti, negli ultimi 4 anni il debito pubblico ha registrato un aumento del 15%. (Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Notifica del Deficit e del Debito Pubblico inviata alla Commissione Europea)

Anno Debito Pubblico (milioni di €) PIL (milioni di €)
2007 1.602.115 1.546.177
2008 1.666.603 1.567.761
2009 1.763.864 1.519.702
2010 1.843.015 1.548.816

Come si estingue il debito pubblico?

Attraverso il rimborso dei titoli di debito.

Tale rimborso può avvenire alla scadenza oppure in maniera anticipata, se previsto dalle clausole di sottoscrizione.

Ok ma come si fa per reperire i soldi con cui effettuare i rimborsi?

Occorrono modifiche strutturali ai piani di spesa volte anzitutto a non aumentare il debito esistente, poi a coprire il disavanzo, infine a rimborsare i titoli emessi.

Occorre insomma spendere di meno o guadagnare di più. Non vi sono altre strade.

Cosa succede se lo Stato s’accorge di non essere in grado di rimborsare il debito alla scadenza?

Nella maggior parte dei casi, il provvedimento adottato in queste situazioni è quello più sbagliato. Si emette altro debito con cui far fronte al rimborso del vecchio. Il nuovo debito avrà un maggior coefficiente di rischio, quindi dovrà offrire un maggior interesse per attirare investitori, quindi avrà un maggior impatto sui futuri bilanci statali, quindi richiederà un maggior sacrificio per estinguerlo.

Che ha un po’ lo stesso senso di non riuscire a pagare la rata del mutuo e, per farvi fronte, chiedere un prestito allo strozzino credendo di aver risolto il problema.

§

L’esposizione di Serpiko, come sempre molto professionale, contiene però una sostanziale inesattezza.

Ok ma come si fa per reperire i soldi con cui effettuare i rimborsi?
Occorrono modifiche strutturali ai piani di spesa volte anzitutto a non aumentare il debito esistente, poi a coprire il disavanzo, infine a rimborsare i titoli emessi.

Occorre insomma spendere di meno o guadagnare di più. Non vi sono altre strade.

In realtà esistono altre strade per ripianare il debito:

  1. Una è vendere “i gioielli di famiglia”, che nel caso dello stato italiano sono le proprietà immobiliari e le partecipazioni in asset industriali.
  2. L’altra è chiedere ai componenti della famiglia di rompere i salvadanai e passare una parte dei loro risparmi al capofamiglia per pagare i debiti. Il che, fuor da metafora familiare, equivale ad imporre un’imposta patrimoniale percentuale sugli asset finanziari e sulle proprietà dei singoli cittadini.
  3. La terza strada è un mix delle due precedentemente esposte dove un’aliquota del ripianamento del debito è messa insieme cedendo proprietà pubbliche, mentre un’altra parte rimane a carico dei cittadini attraverso il versamento di un’imposta che, nella migliore delle ipotesi, è “una tantum”, ma nel caso che l’Italia ricorresse agli aiuti internazionali per ripianare il debito, diventerebbe periodica come ogni altra imposta. Una sorta di IMU sui patrimoni oltre che sulla casa.

La riduzione del debito non ha solo la finalità di aumentare la credibilità del sistema paese a livello internazionale, ma anche di diminuire la quota di interessi pagata sul debito che, causa spread, rende la nostra “azienda italia” molto meno competitiva in termini di finanziamento rispetto ai concorrenti nord europei.

Secondo la percezione di molti, un ricorso ad una soluzione 1,2 o 3 è praticamente inevitabile. Le soluzioni, ovviamente, pur essendo ugualmente efficaci (producono tutte liquidità) hanno impatti sociali diversi. La vendita di asset nazionali non impatterebbe direttamente sulla ricchezza dei cittadini già messa duramente alla prova da tasse, imposte, carenza di lavoro, crisi finanziaria, industriale e del mercato immobiliare.
C’è anche da tenere presente che gli asset nazionali sono una proprietà pubblica. Teoricamente, ogni cittadino, possiede una quantità uguale di azioni del Colosseo o dell’Eni, per intenderci, indipendentemente dall’età, dalla posizione sociale o dal reddito. Una cessione di questi assett impatterebbe in maniera equivalente su tutti.
Una patrimoniale, viceversa, avrebbe sempre e comunque un carattere proporzionale dove certamente sarebbero maggiormente impattati i più ricchi, ma sfuggirebbero del tutto coloro che negli anni si sono costruiti un’immagine ad hoc per evitare il pagamento delle tasse, i nostri amici evasori.
Anche dal punto di vista della famosa “equità” uno dei driver originari del governo Monti ora definitivamente sepolto nelle pagine della storia, sarebbe curioso capire per quale motivo il debito pubblico vada ripianato proporzionalmente visto che a contrarlo è stato il sistema paese e non i singoli. In pratica, non esiste una relazione tra aumento di debito e maggiori vantaggi per i più abbienti.

Comunque, a prescindere da ogni considerazione tecnico/filosofica è quasi certo che la soluzione in vista è la 3. I tempi per le dismissioni pubbliche sono lunghi, mentre, quanto prima, si dovrà iniziare ad anticipare qualcosa. Si partirà quasi certamente con una patrimoniale, seguita poi da dismissioni più o meno consistenti.
Alla fine, comunque, tutte queste manovre e questo criminale drenaggio di ricchezza tra chi la produce e chi si limita ad amministrarla (il sistema politico/burocratico), si tradurrà nel tentativo di svuotare il mare con un secchiello.
Le misure elencate, infatti, intervengono sul debito, ma non sui meccanismi che hanno contribuito a formarlo. Se in questo paese non si riduce la spesa pubblica, anche vendendo i gioielli di famiglia e rompendo i salvadanai tra qualche tempo saremo esattamente allo stesso punto anche perché non esistono i presupposti industriali per un aumento vertiginoso delle capacità produttive in grado di sostenere il lusso di potersi permettere una classe dirigente così incompetente, ma abituata a trattamenti principeschi.

Se posso concludere con un suggerimento non politicamente corretto è tempo di cercare di occultare al massimo la propria ricchezza (almeno chi ce l’ha) per evitare che venga di fatto requisita dai baroni romani di turno.


11 commenti su “Prepararsi alla Catastrofe: Debito Pubblico e Patrimoniale

  • serpiko

    Buongiorno Dino, grazie per la citazione e i complimenti.
    Non credo però d’aver scritto un’inesattezza, o meglio, non nel senso che citi.

    Ci sono altre soluzioni per ridurre il debito, vero, ma contingenti. L’aumento delle entrate può essere addirittura controproducente, se non creato da un aumento del pil ed effettuato accrescendo l’incidenza di prelievo fiscale su redditi invariati.
    L’unica soluzione a lungo termine resta il miglioramento dell’efficienza tramite riduzione della spesa, come il tuo stesso esposto finisce poi per confermare.

    Un saluto.

    • Dino Carnevale L'autore dell'articolo

      Sì, hai ragione, ho usato un termine sbagliato.
      Approfitto per farti i miei complimenti. Sei il mio autore preferito su mentecritica.
      ciao.

  • Vittorio Mori

    Sono abbastanza d’accordo con le conclusioni dell’autore del pezzo: penso che una soluzione 3) sia da tempo nell’aria.

    Il problema della spesa: io credo che – con dei modi moolto democristiani – Monti stia cercando proprio questa “riduzione dei meccanismi di creazione della spesa pubblica”. Ma col modo di fare italiano e corporativista, e la mancanza di qualsiasi ideale che non sia il proprio portafogli (men che meno questo miraggio del “bene comune della nazione”), si trova a camminare perennemente sulle uova, e la sua azione risulta totalmente inefficace, anche perché, tutto sommato, somiglia più a un curatore fallimentare dell’UE che a un governante di qualsiasi cosa. Forse sarà messo a mediare i termini del nostro default controllato, nella BCE, al termine del suo mandato. La barzelletta dell’equità se la poteva anche risparmiare all’inizio, ma si sa, forse aveva in mente qualche idea, ma si è scontrato con la dura realtà italiota: siamo un paese bizantino, con 50000 leggi fatte solo per favorire questo o quello, nella corruzione ci sguazziamo, se ci levano quella il paese diventa ingovernabile (nonché bombarolo), questa è la realtà.

    Il problema Italia è facilmente leggibile in chiave iperindividualista, secondo me, tutti noi italiani vogliamo farci solo i ca**i nostri, guadagnando il più possibile col minimo sforzo possibile: per questo in Italia, quando ci sono stati i soldi (a debito) si sono spesi solo per fare principalmente case e appartamenti (importando manovalanza a basso costo), gonfiando l’enorme, elefantiaca bolla speculativa edilizia italiota. Senza investire in nulla di veramente produttivo, ma cercando come al solito di “vincere facile” rubacchiando.

    In Italia non c’è un’impresa di IT degna di tale nome, non c’è un minimo di competitività (sana) tra nessuna impresa, non c’è più un’industria minimamente innovativa, non c’è niente di niente, qui sembra sempre di trovarsi nel deserto. Siamo un paese a traino degli altri, normale che contiamo come il due di picche. Ovvio che la disoccupazione stia a questi livelli.

    Mi scompiscio coi proclami in TV di questa o quella “splendida realtà italiana che il mondo ci invidia”, poiché, si sarà anche così (anche se io mi fido poco delle tv di stato, quasi nulla), ma rimangono sempre delle mosche bianche in un tessuto sociale nero, incistito, medioevale nella struttura mentale, totalmente ininfluenti sul resto del paese.

    Su questo blog ho letto, nel magistrale post “siamo tutti fascisti” che “L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini.”. Cosa vera, verissima, ma come dare torto ad una o all’altra parte, se praticamente tutti, da noi, vogliono fregarti, e se rimani vittima di truffa, sei solo un povero fesso ? Di furberie e scorciatoie si può anche morire, e lo spread rappresenta, in modo occulto ma non troppo, esattamente questo.

    • Gabriele

      …in Italia non c’è e non c’è mai stato un capitalismo degno di questo nome…

    • Dino Carnevale L'autore dell'articolo

      Grazie Vittorio. Il tuo intervento è molto interessante e sono d’accordo su tante cose. Purtroppo non conosco il mondo IT, sono un semplice ferroviere. Anche nel mio settore la situazione è simile a quella che descrivi.

  • ilBuonPeppe

    L’articolo di Serpiko non era inesatto, era incompleto. Il tuo aggiunge molte cose altrettanto esatte, ma il totale rimane comunque incompleto. Ma probabilmente per essere “completi” su un argometo del genere ci vorrebbe mezza enciclopedia, quindi complimenti ad entrambi.
    Comunque direi che il risultato è più che sufficiente nel fotografare la situazione: il governo italiano sta perseguendo la soluzione 3 (tasse e svendite), solo che non lo fa per ridurre il debito né per rilanciare la nostra disastrata economia.
    Lo scopo banalmente è quello di drenare tutte le risorse possibili, che sono ancora tante, verso i soggetti che stanno guidando questo masascro. E’ una guerra, e una guerra si fa per conquistare risorse che appartengono ad altri.

    “In pratica, non esiste una relazione tra aumento di debito e maggiori vantaggi per i più abbienti.”
    Questa invece è una boiata colossale. Il debito pubblico italiano ha finanziato per decenni una macchina politico-burocratica che si è arricchita a dismisura. Come fai a dire una cosa del genere?

    • Dino Carnevale L'autore dell'articolo

      Sì, mi sono scusato con Serpiko e grazie per i complimenti.
      Spiego meglio l’affermazione che non ti è piaciuta:
      secondo me politici, burocrati e grandi industriali italiani sono una corporazione che nulla ha a che fare con la gente comune.
      Quale vantaggio ha portato a stipendiati o lavoratori autonomi, anche con grosse entrate, l’incremento di debito pubblico?

      • ilBuonPeppe

        “politici, burocrati e grandi industriali”
        D’accordo, questo è un gruppo di soggetti che vive su un altro pianeta ma, oltre a rientrare in pieno nella classe dei “più abbienti”, ha moltissimo a che fare anche con il resto dei cittadini più o meno abbienti che siano.
        La società può essere suddivisa in mille modi diversi, ma la realtà è che si tratta di un continuum nel quale ognuno è a diretto contatto con chi sta un pochino meglio e un pochino peggio. E siccome gli stessi soggetti che tu hai definito in quel gruppo sono distribuiti in vari livelli della società, la loro inflenza risulta molto ben più ampia del loro numero.
        Infatti troviamo gli stessi identici atteggiamenti in qualunque realtà, fino ai livelli più bassi della società.
        L’impiegato comunale che si fa portare una stecca di sigarette per non lasciare in fondo al mucchio la richiesta dell’extracomunitario (non sto inventando niente) non è diverso dal proprietario dell’acciaieria che paga milioni in mazzette a politici e stampa per evitare indagini sull’inquinamento provocato. Cambiano i numeri ma la sostanza è la stessa e di esempi ne possiamo fare a migliaia.
        Queste situazioni pesano in vario modo sul funzionamento della macchina pubblica e quindi sul debito pubblico; e i protagonisti di queste vicende ne hanno un vantaggio, quale che sia il gradino che occupano nella scala sociale.

  • rinnovamento

    Nel calcolo del PIL sisommno anche gli stipendi dei dipendenti dello Stato ?

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