Prendevo Sempre Nove
7 novembre, 2008 di Fully
Archiviato in Diritto di Replica, Il Futuro è nei Giovani, Sul Web
Io, in condotta, prendevo nove. Nove, non dieci. Dieci era da supersecchioni mosci: se prendevi dieci i tuoi amici ti consideravano un broccolo. Nove invece era da tipi tranquilli ma ben svegli. Da Otto erano gli scavezzacollo: la trasgressione massima era uno spinello di nascosto. Da Otto erano pure le ragazzette sveglie abbastanza …ma non troppo.
Col Sette in condotta potevi venire bocciato. Era il voto che si dava a quelli proprio tremendi (gli “incorreggibili”), quelli che disturbavano di continuo la lezione facendo gli spiritosi, quelli propensi a menare le mani o che per scandalizzare le ragazzine facevano “cose proibite” in classe.

Strana ‘materia’, la condotta. Più che altro era un giudizio che i professori attribuivano al tuo modo di comportarti. “Condotta”, da “condurre”, “condursi”. Ovvero come un adolescente riesce a temperare le naturali esuberanze dell’età ed a misurarsi con l’autorità e la civile convivenza.
Il voto di condotta venne soppresso esattamente dieci anni fa: fu la riforma Berlinguer a decretarne il tramonto. Qualcuno sostiene che fu per evitare che ragazzi intelligenti ma vivaci fossero frenati a causa del proprio carattere “forte”: come dire che ai “migliori” in profitto si potesse perdonare qualche intemperanza. C’è chi pretese di ammantare di ideologia anche una simile scelta: con il voto in condotta veniva premiata la sottomissione al Potere costituito.
Balle, direi. La questione della ‘buona’ condotta presuppone uno sguardo laico, non ideologico. È ‘buona’ la condotta che consente la formazione di un individuo libero ma anche rispettoso delle regole poste a tutela di sé e degli altri. Lo studente va aiutato a sviluppare la sua capacità di apprendimento, ma nel farlo deve abituarsi a seguirle, quelle regole, e a restare nell’ambito della correttezza di comportamento e del rispetto verso l’altro. Superfluo dire che se ne sente un gran bisogno, oggi.
Non so dire se l’eliminazione del voto di condotta abbia contribuito alla recrudescenza della violenza, all’aumentare dell’arroganza, del bullismo e delle altre spacconate oggi ampiamente documentate su YouTube. Mi sono sempre chiesto il perché di quella eliminazione, quasi che il “sapersi comportare” non sia materia sulla quale un giovane possa essere indirizzato, valutato e, se occorre, “raddrizzato”.
Io penso che, ancorché non decisiva, la sua reintroduzione possa dare un contributo a porre un argine ai fenomeni che la cronaca ci propone sempre più spesso: prepotenze odiose ai danni dei soggetti più fragili, gesti pesanti ai danni di professoresse, addirittura sberle e cazzotti ai professori.

Non so se reintrodurre la “condotta” basterà. Vedo una preoccupante crisi di autorevolezza della classe insegnante, per nulla aiutata dalle famiglie, spesso più propense a giustificare i propri indisciplinati pargoli che a coadiuvare i docenti nell’opera di educarli, con buona pace del principio di autorità. A proposito del quale bisogna però stare attenti, ché è materia delicata.
Un segnale negativo, in questo senso, l’ho colto proprio in questi giorni, quando ho visto bambini portati in piazza da maestre e genitori contro il decreto Gelmini. A questo proposito Claudio Risè così ha scritto su Il Mattino.
Queste manifestazioni (…) pongono le basi di un grave conflitto tra la personalità in formazione del bambino e il principio d’autorità. Quando gli insegnanti coinvolgono gli alunni nelle loro dimostrazioni di protesta, trasmettono loro, infatti, un’informazione esplicita: l’autorità non ha valore (è «ignorante», dannosa, «Gelmini mangia i bambini» - è scritto sui cartelli), va combattuta.
Si tratta, però, di un messaggio «schizogeno», che tende a dividere la personalità, visto che gli stessi insegnanti rappresentano l’autorità verso i bambini. L’ordine normativo viene così scisso in due (governo da una parte e insegnanti dall’altra), dunque indebolito, a favore di chi dispone fisicamente dei bambini (gli insegnanti) e a danno del ministro da cui il potere degli insegnanti dipende.
Penso che sia un’osservazione non banale: questioni sulle quali chi ha la responsabilità di formare i buoni cittadini di domani dovrebbe meditare.
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Lo stesso giorno gli anni scorsi
2008


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A scuola era il primo della classe ma anche quello che prendeva più note di tutti. Ho preso note per molti motivi ero disattento, giocavo mentre la maestra/professore spiegava, facevamo baccano quando l’insegnante si allontanava dall’aula, lancio di palle, etc..
Al di là di voler far un po’ di casino non si andava e c’è sempre stato il rispetto per gli insegnanti e per i compagni di classe.
Vedendo i bambini e ragazzi che vanno ora a scuola noto che non rispettano neanche i genitori, non so a cosa può servire il voto in condotta quando sono i genitori che devono insegnare il comportamento e le regole.
Se andassi ora a scuola sarei uno degli azionisti di maggioranza dell’azienda che produce il Ritalin.
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Vedo una preoccupante crisi di autorevolezza della classe insegnante, per nulla aiutata dalle famiglie, spesso più propense a giustificare i propri indisciplinati pargoli che a coadiuvare i docenti nell’opera di educarli, con buona pace del principio di autorità. A proposito del quale bisogna però stare attenti, ché è materia delicata”.
Ecco, mi soffermerei sulle famiglie:
Lo spunto è interessante….oltre al sette in condotta, che vedrei come un passo indietro, considererei i cambiamenti sociali. Quando ero ragazzino, non c’era youtube, ma le botte e le prevaricazioni ai danni dei deboli di turno, non mancavano….
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Fulgido esempio di benaltrismo:
Caro Augias, il ministro Mariastella Gelmini, ripetendo parole trite e ritrite di esponenti del centrodestra, ha stigmatizzato le proteste del primo giorno di scuola degli insegnanti, affermando: “Trovo vergognoso che si strumentalizzino i bambini per cavalcare proteste che sono solo politiche”. Sarebbe il caso invece che il ministro della Pubblica Istruzione guardasse altrove e non strumentalizzasse, lei sì, una forma di protesta legittima per sbandierare la sua preoccupazione nei riguardi dei bambini. Dovrebbe osservare con attenzione, per esempio, la tv concepita dal suo Presidente del Consiglio e avere il coraggio di dire, non solo che è violenta e diseducativa, talvolta quasi oscena, ma anche che è vergognoso che strumentalizzi i bambini per finalità che sono solo commerciali. I bambini si tutelano sempre, non solo quando si vogliono difendere i propri interessi o la propria immagine. Evidentemente il ministro Gelmini, in tema di strumentalizzazioni, non ha niente da imparare… né da insegnare.
Giovanni Panunzio insegnante.
Risposta di Augias che ben inquadra le inquietanti ideologie e l’utilità del voto in condotta, in una riforma senza capo ne coda:
Confesso di essermi sbagliato. L’uscita sui bambini strumentalizzati è stata davvero vecchio gergo politichese. Ho creduto per qualche settimana che il ministro Gelmini, proprio perché giovane e sprovveduta, fosse il rimedio per una scuola che negli ultimi anni ha subito la violenza di riforme inquinate dall’ideologia. Un’ideologia paritaria e un po’ lassista di sinistra capace di trasformare la scuola in un inutile diplomificio; un’ideologia di destra che voleva trasformarla nella parodia di un’azienda. Errori entrambi madornali i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. La Gelmini mi era sembrata il rimedio del senso comune: a scuola si va per imparare, in classe si ascolta la lezione, a costo della noia; chi non sta alla regola viene sanzionato con un voto in condotta; l’uniforme scolastica (il grembiule) attenua le disparità sociali tra gli allievi; l’educazione civica fa parte dell’apprendimento perché a scuola s’impara anche a mantenere, contenere, i rapporti con gli altri; agli insegnanti si deve rispetto, alcuni sono bravi, altri no, tutti comunque incarnano la fondamentale funzione sociale della trasmissione del sapere da una generazione all’altra. Eccetera. Senso comune, appunto, troppo spesso smarrito nei fumi delle ideologie che sono cosa ben diversa da una visione culturale, per esempio quella che improntò la riforma Gentile del 1923. Conosco le obiezioni al provvedimento e in parte le condivido; resta, innegabilmente, una riforma degna del nome. Senso comune, però, come premessa a una visione globale, a un disegno di lungo respiro. Tanto più necessario perché ci sono stati tagli di fondi e di personale. Se l’idea complessiva manca, il grembiule e il voto in condotta diventano futilità di un ministro che in quanto a condotta ha molto da rimproverarsi per aver acquisito in modo quasi fraudolento i titoli di cui si fregia. Peccato, ci avevo creduto, povera scuola.
(Corrado Augias)
Piccola postilla dello scrivente:
E’ innegabile una certa strumentalizzazione dei bambini durante le manifestazioni ma almeno in questo caso si tratta di tutelare il loro futuro, mi chiedo, benaltramente,dove sono le persone preoccupate della strumentalizzazione dei bambini, quando questi sono usati durante folkloristiche manifestazioni?
Forse a messa, nelle processioni, nei presepi viventi i bambini hanno ben presente quello che sono costretti a fare? Sono loro che ci vogliono andare o piuttosto sono costretti dai genitori, dai preti,dalle tv?
http://www.uaar.it/news/2007/01/23/bambini-strumentalizzati/
http://www.uaar.it/news/2008/11/07/israele-bambini-pregano-per-pioggia/
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l’autorità non ha valore: è ignorante, dannosa, “gelmini mangia i bambini”…
scusa… ma tranne l’ultima (che significherebbe “comunista” nel linguaggio berlusconiano) a me appaion vere.
Poi: far vedere ai bimbi l’uomo nero per dir loro di non aver paura è sacrosanto. Mio nonno alcuni cattivi li poteva distinguere con gli occhi: avevano la divisa e una lingua diversa dalla sua, mentre i cattivi “di casa” ancora non sono stati debellati.
Ai bimbi di oggi sono rimasti solo i cattivi made in italy, con la bella parlantina e la cravatta. Insegniamo loro chi sono e dove vivono.
Per il resto: se si è costretti a far manifestare i bimbi vuol dire che si è arrivati alla frutta; e dopo non c’è l’ammazzacaffè, c’è la guerra civile.
Visti poi i contenuti mi sembra ti sei dimenticato di scrivere almeno una volta “quando c’era lui…”
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NicKappa25 reply on 7 novembre, 2008 16:04:
Sottoscrivo.
(scusate sta impazzendo il mio pc.)
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Io non credo che il voto in condotta cambi di una virgola il comportamento dei ragazzi nè il clima che si respira in classe. E’ stato insignificante toglierlo, come lo è reintrodurlo.
Questo è il problema vero, il fatto che le famiglie non svolgano più il loro compito di educatori, ma tendano sempre più a delegare la scuola (e non solo); solvo poi attaccarla ogni volta che il loro pargolo prende una bacchettata.
Attenzione però ad una ambiguità su cui si fa spesso confusione. L’autorità è una cosa, l’autorevolezza è un’altra; spesso in mancanza della seconda si esercita la prima, e si creano dei danni incalcolabili.
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dunque ho un mio amico che agli esami di riparazione assieme a tutti gli altri prof ha salvato gente con miraculi da paura
per non far saltare la cattedra
non bocciano col debito… con la condotta? boh…
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Ai bimbi di oggi sono rimasti solo i cattivi made in italy, con la bella parlantina e la cravatta. Insegniamo loro chi sono e dove vivono.[/quote]
Sottoscrivo.
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Ben mi ricordo quando in prima liceo (2001) nell’arco di una settimana: un tizio ha dato fuoco al banco con la benzina del motorino facendo una fiammata che la bidella ha visto dal cortile (l’aula era al secondo piano); un altro ha fatto un buco nel banco con un cacciavite di 20 cm, che ha lasciato sotto il banco, trovato dal bidello. 8 in condotta. Dovevano dare fuoco alla scuola intera o demolirla col bulldozer per prendere 7. Se non bocciavano allora, volete che boccino adesso che passano cani e porci? Il voto in condotta è solo l’illusione di punire chi si comporta male. Ma tanto non frega a nessuno, men che meno a loro.
Detto questo: sottoscrivo anch’io. Non solo la famiglia, ma la società, sospinta dalla pressione dei media. E’ un discorso molto più complesso.
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Io penso esattamente il contrario. A scuola si deve imparare a pensare con la proprio a testa, rispettando gli altri (sacrosanto). Insegnare ad obbedire a prescindere è pericoloso, e produce statuine senza carattere e senso critico. Ho sempre diffidato da chi prendeva 10 in condotta, perchè alla fine si rivelava il più malleabile e senza carisma. Dietro molti 7 - 8 in condotta c’erano grandi potenzialità che la mediocrità degli insegnanti non riusciva a sfruttare. I bambini forse dovrebbero imparare che ormai non ci si può fidare neanche del potere costituito. Una cosa è il valore delle istituzioni, una cosa sono le istituzioni. Ad esempio, il mio preside era una testa di cazzo. Il fatto che io pensassi questo non vuol dire che non rispettassi l’istituzione, ma solo che non lo ritenevo degno di quell’istituzione. Nella situazione attuale, è giusto che i ragazzi imparino che non si deve dare per scontato che chi è alle istituzioni sia perfetto e immune da qualsiasi critica, ANZI.
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Cit. Si tratta, però, di un messaggio «schizogeno», che tende a dividere la personalità, visto che gli stessi insegnanti rappresentano l’autorità verso i bambini. L’ordine normativo viene così scisso in due (governo da una parte e insegnanti dall’altra), dunque indebolito, a favore di chi dispone fisicamente dei bambini (gli insegnanti) e a danno del ministro da cui il potere degli insegnanti dipende.
Credere, obbedire, combattere.
Per non essere “schizogeno” nei confronti di un potere che agisce senza alcuna concertazione e, perdonami, senza alcuna competenza, le uniche vie di uscita sono o la cieca obbedienza o la libera e civile manifestazione del proprio dissenso.
Se una decisione non piace ritengo si abbia il diritto di dirlo, anche se questa decisione proviene dalla stessa autorità da cui si dipende. Se così non fosse la mancanza di democrazia sarebbe preoccupante, e di fatto lo è. L’obbligo di cieca obbedienza fa parte di altre strutture (esercito, chiese, sette) non di un paese democratico.
Adeguarsi civilmente a una normativa e far finta che piaccia non è la stessa cosa, che riguardi la scuola o riguardi le pensioni o qualsiasi altro aspetto della vita sociale ed economica dei cittadini e delle cittadine.
L’ordine normativo è scisso in due. Lo è sempre. Facciamo un esempio: Il tuo datore di lavoro potrebbe ordinarti di fare qualcosa che ritieni ingiusto e scorretto, qualcosa che potrebbe danneggiare la stessa struttura in cui operi, te e altre persone. Che fai ? Lo schizogeno o l’obbediente?
Forse se parlerai e protesterai non cambierai nulla, ma certo è che se non lo farai non correrai neppure il rischio di migliorare la situazione.
Riguardo alla frase “a favore di chi dispone fisicamente dei bambini (gli insegnanti) e a danno del ministro da cui il potere degli insegnanti dipende” la trovo particolarmente sinistra.
Intanto non sono gli insegnanti a disporre fisicamente di alcun bambino. Alcun bambino è stato portato ad alcuna manifestazione senza il permesso e la presenza dei veri tutori di quel bambino: i genitori.
Quei genitori che pagano la loro scelta di essere genitori, che suppliscono a tutte le grandi, e a volte gravi, carenze dello Stato e che avranno pure il diritto, a mio modesto avviso, di parlare a nome e per conto dei propri figli, così come hanno il dovere di pagare per nome e per conto degli stessi e di risponderne di fronte alla legge.
No taxation without representation.
I bambini sono stati informati dai genitori, i bambini devono venir educati ad usare la propria testa e anche ad alzarla di fronte alle ingiustizie, anche e soprattutto se provengono da chi ti “comanda”.
Molti bambini di oggi sono educati a pensare e capire, non ad ubbidire ciecamente, ma il ritorno a vecchi metodi di tipo intimidatorio si vede sta tornando di moda, e ahimè, non solo nella scuola.
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Dal tenore di alcuni commenti non c’è da stare allegri sulla condivisione del senso di rispetto che si dovrebbe ai rappresentanti degli italiani democraticamente eletti.
Constato (senza sorpresa peraltro) che il principio secondo il quale il cittadino rispetta le leggi qualunque sia il governo ed il parlamento democraticamente eletti che le formino è lungi dall’essere condiviso.
Questo non vuol dire che non si possa manifestare (nelle forme legalmente consentite) contro questo o quel provvedimento, ci mancherebbe altro. E infatti non c’è stata dalle nostre parti alcuna Tienanmen.
“Alzare la testa contro le ingiustizie”, dice Monica. Ma chi stabilisce il limite oltre il quale un provvedimento legislativo che non ci piace, votato da una maggioranza parlamentare che non ci piace, può chiamarsi “ingiustizia”?
Rispettare la legge in uno stato democratico equivale a “chinare la testa”?
Temo che dovremo aspettare un bel pezzo il giorno in cui un McBain italiano, appena sconfitto, si congratulerà con un Obama italiano vincente, definendolo “mio presidente”, nella consapevolezza che pur per altra via rispetto a quella che lui avrebbe intrapreso il presidente eletto dai cittadini perseguirà (o tenterà di perseguire) comunque il bene comune della nazione.
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Fully reply on 8 novembre, 2008 11:18:
D’altronde, che il principio di legalità sia argomento controverso nel nostro paese è dimostrato ad esempio dai noti fatti di Bologna, quando Cofferati veniva definito sceriffo per il solo fatto di pretendere di applicare la legge.
Per chi l’avesse dimenticato:
http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/politica/cofferati/coberse/coberse.html
Che c’entra col voto in condotta?
Secondo me c’entra, eccome…
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Monica reply on 8 novembre, 2008 17:38:
Mi scuso per i toni un po’ forti, ma nel giudicare il mio paese, come molti aspetti della vita, per me è la somma che fa il totale. Tendo al pragmatismo.
La legge elettorale, definita porcata dai suoi stessi autori, le liste bloccate a favorir amici fidati, le depenalizzazioni di tutto quello che fa comodo ai potenti e la previsione d’arresto per il materasso buttato, la lotta ai fannulloni e il conto ai malati, la promessa revisione della 104 e il conto ai disabili, l’esonero dall’ici pure per le ville con piscina e il conto alla scuola, la tv completamente asservita insieme ai giornali, e Miss Gelmini con grembiule e fiocchetto, a nascondere tagli dandogli il nome di riforma … c’è qualcosa nel quadro complessivo che non mi convince ormai da molto tempo e andrò con Oris, e qualche altro, ad infoltire le fila dei non votanti, perché è l’unico strumento, oltre al dissenso, che penso di avere.
Il mio voto non avallerà più alcun legittimo rappresentante che legittimo non riconosco. Non riconosco come legittime le liste bloccate, non riconosco come legittimo l’assenza di partecipazione femminile e delle minoranze, non riconosco come legittime molte cose che mi si vogliono passare per tali.
Gli italiani hanno espresso il loro voto e lo rispetterò, dissentendo civilmente, fin quando sarà ancora possibile, e non votando alcuno che non sia degno di essere votato.
PS. Il portavoce del ministro degli Interni la sera degli scontri a Piazza Navona commentava in Tv che considerata la presenza massiccia di forze dell’ordine a combattere mafia e camorra egli non poteva garantire l’incolumità dei manifestanti ad ogni manifestazione.
Quanti genitori due giorni dopo avranno lasciato andare alla manifestazione i propri figli?
Non potrebbe sembrare una sorta di ricatto intimidatorio?
Il Ministero dell’interno non ha il dovere di difendere i cittadini e garantire l’incolumità in special modo a coloro che manifestano il proprio disaccordo di fatto garantendo l’essenza stessa della democrazia: l’essere liberi di dire la propria opinione anche se diversa da quella della maggioranza?
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C’entra poco con quanto scritto nell’articolo ma ciò che ho notato subito della riforma Gelmini è che, come spesso accade, prima hanno fatto indorare la pillola agli italiani mettendo in risalto i pessimi dati del rapporto Pisa/Ocse, tanto per ricordare che la scuola italiana fa schifo, poi hanno messo in risalto il provvedimento sul voto in condotta, l’introduzione del grembiulino e la reintroduzione dello studio dell’educazione civica e solo poi, molto poi, qualcuno ha scoperto che il Governo prevedeva anche enormi tagli alla scuola e numerosissimi licenziamenti. L’informazione italiana segue davvero strane dinamiche.
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Monica reply on 8 novembre, 2008 17:20:
Da cui le naturali proteste di cui i molti o i pochi, non è dato sapere, che hanno cercato di informarsi oltre la cortina degli slogan televisivi, si sono fatti portavoce.
Vorrei precisare che il rapporto PISA/Ocse è relativo alle competenze dei 15enni, ossia di coloro che stanno per lasciare la scuola dell’obbligo.
Se il progetto di riforma fosse partito da quei settori della scuola mai toccati dagli inizi del 900 (o forse prima?) ad oggi forse le proteste sarebbero state meno, o assenti. Le scuole medie e le superiori sono sicuramente da riportare al passo con i tempi, il problema è che è stata toccata la scuola elementare che forse era l’unica che si salvava.
Per i dati della scuola elementare chiaramente non si possono prendere i dati rivolti ai 15enni, ma i livelli andranno valutati nei diversi paesi alle differenti età, altrimenti rischio di attribuire ad una scuola la colpa di un’altra.
Un’analisi che si rivolge alle elementari è il PIRLS/Icona/Invalsi (2006) e i dati che ne emergono sono tutt’altro che scoraggianti, anzi. L’Italia è stranamente al 6° posto dei paesi monitorati ed al 2° dei paesi europei.
Il problema è quello che succede dopo, ma quella è un’altra storia.
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