Potere (Mafioso) alle Donne 6


E’ risaputo che, in questi ultimi anni, parlare di mafia è inutile. E’ una pratica malsana, un malcostume, un’attività quantomeno esecrabile. Ed è altrettanto risaputo che Cosa Nostra spara quando la democrazia è sana: più malata di così, infatti, si muore.

Al termine di un lunghissimo (stranamente) processo, è stato definitivamente riconosciuto colpevole, dalla sesta sezione penale della Suprema Corte, di concorso esterno in associazione mafiosa l’ex alto funzionario del Sisde Bruno Contrada. In un paese normale un fatto simile avrebbe provocato un dibattito senza fine, nonché un terremoto a livello politico senza eguali. Ma siccome siamo in Italia, non è successo nulla. Peccato: sarebbe stata un’ottima occasione per pensare, e ripensare, all’attività delle forze dell’ordine, nonchè alle infiltrazioni mafiose ad altissimi livelli che la malavita organizzata è in grado di dispiegare. Sarà per la prossima volta. Quello che è altrettanto definitivamente scomparso, o forse caduto in prescrizione, è anche il ruolo delle donne all’interno della mafia.

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Occorre, però, una piccola premessa, legata alla visione sociologica della donna criminale. La devianza femminile nel mondo criminale è stimata intorno al 15/20%: è una parte, dunque, prettamente minoritaria. Ciò è dovuto ad una moltitudine di fattori, quali possono essere quello biologico o quello legato all’emancipazione delle donne. Tuttavia, la motivazione più plausibile è legata alle teorie di genere, ovvero: qual’è il ruolo femminile nell’ambito sociale? Si sa che la figura della “mamma” e della donna è, ancora adesso, in larga parte legata alla concezione stilnovista (la donna angelo), fatte naturalmente le debite proporzioni. A ciò si deve aggiungere anche l’aurea di sacralità di cui è permeata la donna. Detto in parole povere, per il comune sentire sociale è pressoché inconcepibile ricondurre la femminilità alla devianza criminale: la si preferisce inquadrare sotto un profilo psichiatrico; a titolo esemplificativo, basti prendere in considerazione il delitto di Cogne o quello, ancora più recente, del presunto caso di pedofilia a Rignano Flaminio. Come dice Alessandra Dino, una delle maggiori studiose del fenomeno, «la rappresentazione mentale della realtà ha condizionato la realtà stessa

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Il pregiudizio maschilista, insomma, alimentato anche e soprattutto nell’ambito giudiziario, pesa molto. Per anni e anni la responsabilità della donna (eccettuate le terroriste, a cui mai, giustamente, sono stati concessi sconti) è stata di tipo morale, piuttosto che penale. Per anni, infatti, alle donne di mafia è stata garantita un’impunità pressoché totale. Il ragionamento seguito dai giudici, paradossalmente, era appiattito su dogmi seguiti dalle associazioni mafiose: siccome la donna non può raggiungere posizioni di spicco, al limite questa può favorire o aiutare nelle pratiche illecite, in un modo o nell’altro, il congiunto. E, ai sensi dell’art. 384 del c.p. (casi di non punibilità per determinati reati), favorire o non denunciare il proprio congiunto non è, appunto, fattispecie punibile. Seguendo questa interpretazione, le donne di mafia hanno potuto tranquillamente gestire gli affari di famiglia, e quindi estorcere, riscuotere il pizzo, trafficare droga e quant’altro. Tutto ciò è durato fino all’incirca al 1995, l’anno di svolta: 89 donne denunciate per il 416-bis, cioè per associazione mafiosa.

Ed è la prima volta che si incomincia a parlare di donne e mafia. Si incominciano a conoscere storie diverse, che mettono in luce entrambe le facce della medaglia, ma che hanno anche un denominatore comune: «quello di non essere mai veramente individuo – come dice Teresa Principato (magistrato impegnato in prima linea contro la mafia) – ma solo mogli o madri o sorelle, donne che abdicano a qualunque diritto sulla loro vita, accettano di farsi strumento della cultura mafiosa e di vivere di riflesso del potere e del ruolo che i loro uomini assumono all’interno dell’organizzazione». Un caso eclatante, da tragedia greca, è quello di Vincenzina Marchese, moglie di Leoluca Bagarella e sorella di Pino Marchese. Quando quest’ultimo decide di collaborare con la giustizia, Vincenzina si trova in una lacerante situazione di conflittualità interiore, dato che, essendo il pentimento il “delitto” peggiore per un mafioso, la sua figura pregiudicava fortemente il potere e “l ’onorabilità” del marito. La Marchese, profondamente religiosa, desiderava sopra ogni altra cosa la maternità. Ma questa non arrivava, e la convinzione era quella di essere stata punita per l’uccisione, perpetrata da Brusca insieme a Bagarella, del piccolo Giuseppe Di Matteo (il bambino sciolto nell’acido). Di lì la decisione di farla finita, di liberarsi di un fardello interiore ormai insostenibile.

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Altro caso è quello delle mogli di Riina e di Provenzano (quest’ultima gestiva anche il patrimonio miliardario del capo dei capi), che hanno educato i loro figli sin da piccoli alla condivisione di una cultura omertosa e mafiosa, senza mai rinnegare quello che facevano i loro mariti. Ancora, in seguito alla stragi del 92-93, le donne assunsero un ruolo ancor più strumentale ai fini dell’organizzazione criminale. Queste, infatti, si facevano vedere, intervistare, parlavano e screditavano i pentiti, additandoli come “esseri infami” ed arrivando perfino a disconoscere mariti e figli. Erano le vere artefici della strategia di Cosa Nostra, cioè quella di rendersi quantomeno presentabile agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci sono anche le donne che hanno sfidato la mafia. Una di queste è Felicia Impastato, la madre di Peppino Impastato, che ha sempre fatto di tutto per recidere il legame familiare con la mafia e per denunciare lo strapotere delle cosche. Oppure Michela Buscemi, costituitasi parte civile al maxiprocesso (poi, in seguito all’isolamento ambientale e alle minacce di morte, fu costretta a ritirarsi) sorella di due fratelli uccisi entrambi dalla mafia: il primo venne trucidato perché aveva osato mettersi in proprio a contrabbandare sigarette, senza il permesso dei mafiosi; il secondo ucciso perché per sei anni aveva indagato sull’assassinio del fratello. O ancora Rita Atria, confidente di Paolo Borsellino, suicidatasi in seguito alla strage di Via D’Amelio. Ora, fortunosamente, di certe cose non c’è più bisogno di parlarne. La mafia, se esiste, al limite è uno stato d’animo. E beve la cicoria.


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6 commenti su “Potere (Mafioso) alle Donne

  • tusaichi

    è vero, a parte la strega di biancaneve ed altri personaggi favolosi è dura da accettare che una donna possa essere una criminale a pari passo con l'uomo.

    è sessismo anche questo.

  • Laura Costantini

    La donna come “donna di..” “madre di…” “moglie di…” Non cambia niente, neanche in campo mafioso. Anzi, soprattutto in quel campo dove lo strapotere maschile raggiunge la sua massima rappresentazione. Eppure si parla di matriarcato. Le madri insegnano ai figli come essere uomini d’onore e come trattare le loro donne e le loro figlie. Una schiavitù che le stesse schiave si fanno un dovere di tramandare crescendo maschi ciechi e sordi alla dignità umana di persone che hanno (dovrebbero avere) il loro stesso valore e diritto e dovere. E poi mi vengono ancora a dire che Amato ha sbagliato a parlare di tradizione siculo-pakistana di maltrattamento alle donne. Vogliamo dire islamico-cristiana? Vogliamo dire finnico-partenopea? Cosa cambia in realtà? Nulla. Perché in strada tutto sembra normale, poi gli uomini e le donne entrano in casa e tra quelle quattro mura il sessismo si perpetua, uguale a se stessa. E sono proprio le donne, le madri, a perpetuarlo.
    Laura

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