Pomigliano: Bere o Affogare
28 giugno, 2010 di fma
Archiviato in Chiamiamola Economia, Il Lavoro degli Italiani
Ma chi ci crediamo d’essere? Galvani? –
Mia madre mi zittiva così, se m’azzardavo a chiedere qualcosa che secondo lei era fuori dalla nostra portata. Fa conto un paio di scarpe nuove, o un pallone da calcio.
Erano gli anni cinquanta. Galvani era il padrone della cartiera, chiunque avrebbe capito che era irrealistico pretendere ciò che solo lui poteva permettersi.
Anche se a me non pareva giusto: perché lui si e io no? Domandavo stizzito.
Mio padre alzava gli occhi e mi guardava come si guarderebbe un mentecatto. Scuoteva la testa e accendeva la radio.
L’unico che stava dalla mia parte era il nonno, per il quale Galvani era uno sfruttatore della classe operaia, che presto sarebbe stato spazzato via dalla Storia.
Peccato che in casa nostra il suo parere non contasse nulla.
La borsa la teneva la nonna e lui, come diceva mostrando le saccocce rovesciate, non ne aveva mai in tasca più di una lepre nella giacchetta.

Però potevamo andare alla “Casa del Popolo”, se ci faceva piacere. Dove tutti la pensavano come noi. Anche se in quel modo io ci rimettevo le cinquanta lire della mesata. Su questo mia nonna non transigeva, né io mi sentivo di biasimarla. Lei credeva di fare la volontà di Dio e dunque il mio stesso bene; io credevo di fare il mio dovere verso la Storia. Pari e patta.
In quegli anni neppure degli spiriti liberi, quali mio nonno e io, arrivavano a pensare d’aver diritto di mangiare pollo tutti i giorni, o di avere il frigorifero, o il televisore.
Il televisore non ce l’aveva neppure Galvani.
La coscienza di poter aspirare a una vita agiata, agli elettrodomestici e al riscaldamento, nacque un decennio dopo, con l’industrializzazione diffusa. I polli cominciammo a mangiarli quando si trovò il modo d’allevarli in batteria. Una conquista che cambiò la nostra vita, fondata fin allora sulla polenta, da così a così. Mentre per i polli fu una tragedia, posto che quella novità portò la loro speranza di vita dai sei mesi a un mese, poco di più. Mors tua vita mea. Chi ci è passato lo sa, i diritti vanno e vengono, non sono né sacri, né inviolabili. Né tanto meno immutabili ed eterni.
Mio padre lavorava anche al sabato. Malgrado la Costituzione fosse in vigore ormai da una decina d’anni le condizioni di lavoro erano regolate dal r.d.l. n.692 del 1923, che fissava in 8 ore l’orario giornaliero, per sei giorni alla settimana. A cui potevano sommarsi 2 ore di straordinario al giorno, per un massimo di 12 ore alla settimana.
Peccato che non ci fosse abbastanza lavoro, diceva mia madre.
Una disciplina che durerà fino al 1997, quando la legge n.196 recepirà la prassi in essere e porterà la settimana lavorativa a cinque giorni, per un totale di 40 ore, proseguendo la tendenza al miglioramento delle condizioni di lavoro ,in essere da oltre un secolo.
Qualcosa tuttavia dovette cambiare verso la fine del secolo, se nel ‘98 una richiesta di Bertinotti, di ridurre l’orario di lavoro a 35 ore settimanali, fece cadere il governo Prodi.
C’è chi anziché Mercato preferisce chiamarlo Mondo del Lavoro, probabilmente gli stessi che chiamano Operatore Ecologico lo Spazzino, ma a me pare che nella realtà delle cose le condizioni di lavoro, nell’intero pianeta, soggiacciano alle leggi del Mercato. Nel senso che le retribuzioni e i diritti e i doveri dei lavoratori sono oggetto di contrattazione, singola o collettiva, e il risultato è ogni volta il punto di equilibrio attraverso il quale passa la risultante del sistema di forze che rappresenta la realtà economica, locale o nazionale, di quel momento. E siccome le forze mutano nel tempo, muta il punto di equilibrio e mutano le condizioni di vita dei lavoratori, e i loro diritti, tra cui la remunerazione, e i loro doveri.
Ignorarlo, invocando astratti vincoli etici, ai quali dovrebbero subordinarsi le forze animali che muovono i mercati, mi sembra non tanto giusto o sbagliato, quanto irrealistico.
Che ricaduta politica concreta ha sostenere che i diritti non si possono barattare col posto di lavoro, come sosteneva l’altro ieri Rosi Bindi? Oppure che l’accordo con la FIAT non si deve considerare un paradigma, ma un puro accidente, come argomentava Enrico Letta?
L’accordo di Pomigliano, che fissa condizioni assolutamente peggiorative rispetto alle preesistenti, recepisce i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro quali si sono venuti delineando, nel mezzogiorno d’Italia, nel nostro paese, in Europa, negli ultimi vent’anni. In funzione dei mutamenti che sono avvenuti a livello mondiale dalla caduta del muro in poi.
Che senso ha chiamarlo ricatto? O fingere che non esista?
L’unica cosa concreta che possono fare i lavoratori, in un frangente simile, è di mantenere il proprio posto di lavoro. Perché soltanto continuando a essere lavoratori, e non disoccupati, possono sperare di poter fare qualche cosa, in casa propria e fuori, per mutare in meglio la loro condizione.
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Qualcuno si direbbe “galvanizzato” a giudicare dalla foto al g20 di Toronto.
Ho dimenticato di mettere la foto.
http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=1&pm=12&IDmsezione=10&IDalbum=27539&tipo=FOTOGALLERY#mpos
Parafrasando Totò il mio Galvani avrebbe potuto dire: signori si nasce e io modestamente lo nacqui!
C’è Galvani e Galvani.
Non bisogna fare di tutte le erbe un fascio.
Tutto sommato le nostre opinioni non sono poi così diverse.
Separiamo il voltastomaco che origina da un “ricatto” ( troviamogli poi tutti i nomi che vogliamo ma dal punto di vista di di una concezione “etica” dei rapporti tra gli uomini di ricatto si tratta ) con la questione dei rapporti di forza che spostatisi da Galvani a Cipputi negli anni ’60 e ’70, con la “Milano da bere” degli anni ottanta hanno ripreso la via di Galvani, dunque, come cercavo di dire in un altro intervento, un altro mondo, un’altra economia sono possibili e la vittoria di Galvani non è ineluttabile anche se mi rendo conto quanto sia difficile “trovare l’alba dentro l’imbrunire “.
Grosso modo credo d’avere la tua età, forse qualche anno di meno, però , anche per “bieche” ( cioè più che legittime visto che riguardano il mio stomaco ) ragioni, cerco di strappare quanto più possibile a Galvani : lo stomaco, forse non ne trae grandi vantaggi, la testa sì.
Un altro mondo è sempre possibile.
Borges narra di mondi paralleli, che ci sfiorano senza che noi riusciamo ad afferrarli.
A me piace moltissimo Borges, ma non gli affiderei mai l’amministrazione del condominio.
Sicuramente tornerà la volta di Cipputi. Quando sarà non mi piacerebbe se qualcuno se ne lamentasse, chiamandolo ricatto. E’ già successo.
Per la stessa ragione non mi pare appropriato chiamarlo in quel modo ora, a parti invertite.
Essere in una posizione di forza non è peccato, tantomeno reato. Così come giovarsene.
Il più debole deve usare la testa per capire cosa può fare e cosa non può fare.
Farsi guidare da una concezione “etica” dell’esistenza equivale a dar retta alla pancia. Che non è mai una buona consigliera.
Dissento : la pancia è un’ottima guida spirituale, soprattutto quando è vuota.
E’ proprio su questo che le nostre opinioni divergono.
Alle profonde riflessioni, ai ricordi, di questo post, mi permetto per integrare ed offrire un punto di vista personale, di segnalare il mio articolo sulle vicende di Pomigliano:
http://www.giovannivolpe.it/pomigliano-fiat-e-lavoratori-la-fine-dei-diritti-civili-e-dei-diritti-costituzionali/
Il Blog di Giovanni Volpe.
- Osservatorio Lavoro. Persone e società.
Credo che la presa di coscienza che cambierà la situazione non sarà quella dei lavoratori di Pomigliano, che non hanno alcun potere contrattuale, ma quella dei lavoratori cinesi, indiani, polacchi, et similia.
Non è casuale, nè dettato da amor di patria, che la FIAT abbia pensato a un’alternativa agli impianti del complesso di TychY- Bielsko Biala.
I polacchi avevano già reclamato, e ottenuto, migliori condizioni all’atto dell’incremento di produzione della 500.
Marchionne gli sta semplicemente dimostrando che può produrre altrove, addirittura in Italia.