Perchè l’Eurozona è tutt’altro che salva – parte prima

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Perchè l’Eurozona è tutt’altro che salva – parte prima" è stato scritto da serpiko

A dispetto dei titoloni, delle dichiarazioni del dopo incontro, dell’impeto risorgimentale con cui martedì l’altro i leader sembravano già guardare al rilancio, la Grecia non è salva, tanto meno l’Euro. Quella giunta settimana scorsa è solo una proroga, il difficile è tutt’altro che alle spalle.
Occorre partire dall’unico dato certo. Questo. Dopodiché possiamo prendere i numeri e fare qualche ragionamento.


(fonte: Il Sole 24 Ore del 21/02/12)

La Grecia è salva (per ora) ma grazie a nuovi sacrifici degli investitori privati e della rinuncia dei profitti della Bce che faranno scendere i tassi del primo prestito da 110 miliardi di euro. (…)
L’accordo negoziato tra Eurogruppo e IIF permetterà la cancellazione non più di 100 ma di 107 miliardi di debito greco.

Prima tra i Paesi dell’Eurozona, la Grecia è stata ufficialmente riconosciuta come insolvente nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2012. I ministri dell’eurogruppo hanno scelto di non accollare sui propri stati il debito greco e hanno sottoscritto un piano di aiuti solo a fronte della contemporanea rinuncia da parte dei privati di una importante quota del loro credito verso lo stato ellenico.
Scendendo nel dettaglio di questa gara al sacrificio, si scopre qualcosa d’interessante.

Il taglio del valore nominale dei titoli sale dal 50% al 53,5%. Complessivamente il contributo dei privati dovrebbe arrivare, secondo fonti europee, a 2,8 miliardi di euro in più.

Significa che l’investitore privato che ha messo 100, riscuoterà 46,50. Meno della metà.

E’ quello che in Italia chiameremmo “concordato preventivo” e, stando al Regio Decreto del ’42 n. 267, tecnicamente “è una procedura concorsuale attraverso la quale l’imprenditore ricerca un “accordo” con i suoi creditori per non essere dichiarato fallito“. Tale “accordo” funziona però solo se i suoi termini vengono scrupolosamente rispettati dal creditore. Diversamente si fa ritorno alla procedura fallimentare. Teniamolo presente e andiamo avanti.

Sappiamo quanto ci perdono i privati, quanto ci hanno messo invece gli altri investitori?

In questo quadro la Bce rinuncia ai profitti sui bond greci acquistati sul mercato secondario a prezzo scontato negli ultimi mesi -cut-

I titoli greci in mano alla BCE, acquistati sul mercato secondario, sono quelli vecchi. Quelli che rendono poco. Nell’ottica di rinunciare ai profitti su questi titoli, la scelta è stata saggia. Meno rende il titolo di cui si rinuncia alla rendita, minore è la perdita sull’investimento in questione. Per contro, sono pur sempre titoli a rischio.
Dall’altra parte del tavolo siede chi s’è liberato di questi titoli: costui ha abbattuto il rischio e recuperato il capitale. A pensar male si fa peccato ma vuoi vedere che, nell’ottica di un paniere con prodotti a differente tasso di rischio, il capitale fresco è stato reinvestito in titoli greci più recenti? Magari quelli con l’interesse al 130%? Sarebbe interessante approfondire ma temo che le informazioni in merito non siano facili da scovare (Vedi schema Ponzi N.d.R.).
Proseguiamo.

(…) passandoli alle rispettive banche centrali che lo devolveranno agli stati che taglieranno gli interessi del primo prestito da 110 miliardi deciso nel maggio 2010.

Alla quarta subordinata consecutiva gira la testa anche a me.

La BCE acquista titoli greci (al secolo, carta da culo) e rinuncia agli interessi. Ma non è che rinunci proprio a questi interessi: la Grecia continua a pagarli, e la BCE a incassarli. Solo che, dopo averli incassati, li gira alle banche centrali. Quali? Non si sa, le “rispettive”, tanto ci deve bastare. Però nemmeno esse trattengono i denari. Le banche centrali li girano agli stati che decideranno di rinunciare agli interessi su un altro prestito greco di cui essi sono detentori.
In ogni crack che si rispetti non può certo mancare un po’ di finanza creativa.

Alla fine del giro la Grecia, di due cedole, ne pagherà una sola. A saltare sarà, più o meno, quella della BCE. Come mai tanti passaggi di mano per un risultato tanto semplice, tanto più sapendo che i passaggi di denaro multipli e veloci generano il rischio che lo stesso resti inavvertitamente attaccato alle “Sticky Fingers” di chi lo maneggia?
Sto pensando nuovamente male. Sono un incorreggibile peccatore.

Torniamo al sodo.
Una banca non rinuncia ai propri soldini senza avere una debita garanzia di recupero, nemmeno se si chiama BCE. Non stiamo disquisendo di Onlus, semmai di strozzini, e non esiste strozzino che non sappia come recuperare i soldi che presta. Logico aspettarsi delle condizioni.

n cambio però Atene dovrà diventare più “tedesca” inserendo nella costituzione (Syntagma in greco, come la piazza omonima davanti al Parlamento di Atene) una norma che privilegia il pagamento dei debiti prima di altre spese, compresi stipendi e pensioni.

Ora sì che ti riconosco, caro usuraio! In rivisto e corretto, tradurrei con: “Greci di merda, scrivete col sangue che riavrò i miei soldi a ogni costo, si trattasse anche di farvi crepare di fame!”.
E non è finita.

Il governo greco sarà inoltre sottoposto a un controllo della Troika ancora più rigoroso e continuo delle scelte di politica di bilancio ed economica. E’ questo il prezzo politico del secondo prestito di 130 miliardi. La Commissione europea rafforzerà la propria missione ad Atene attraverso “una presenza permanente sul terreno“, é scritto nella dichiarazione dell’Eurogruppo.

In gergo civile si chiama “commissariamento”. In quello militare “invasione”.

Potrebbe essere una soluzione. Non la più giusta, non la più democratica, eppure una soluzione. Da banale dilettante, m’ero spinto a ipotizzare un comunissimo golpe. La Grecia non è più padrona di se stessa, almeno fino alle prossime elezioni. Che poi la Merkel decida di costruirsi un ufficio vista Pireo o di restare a Berlino, che Sarkozy finisca per alternare il Partenone all’Eliseo, è questione di luogo ma non di sostanza.
Potrebbe anche funzionare, se in un tempo relativamente breve la sovranità non tornasse al popolo greco. Invece presto ci saranno le elezioni.

Ora con gli ultimi sondaggi in Grecia che vedono il partito conservatore Nea Dimokratia al 19% dei voti e il socialista Pasok al 13%, i due maggiori partiti storici greci hanno appena 1/3 dell’elettorato: è la fine del bipartismo dinastico greco, con possibili vittorie della sinistra radicale o di nazionalisti estremi, entrambi euroscettici e con con accenti populisti.

La storia insegna come da sempre, nelle situazioni critiche, il popolo esasperato si affidi a chi meglio sembri incarnare lo spirito di rivolta e di protesta che ribolle nelle vene della gente, nella speranza che questi sappia organizzare le masse e le conduca trionfanti verso la giustizia (in questi casi, spesso confusa con la vendetta). Un terreno perfetto su coltivare gli estremismi.

E’ il modo con cui sono nati i Napoleone, i Masaniello, i Vittorio Emanuele, i Che Guevara, i Lenin, i Mussolini, i Fra’ Dolcino, i Ghandi. Personaggi estremamente diversi a capo di rivoluzioni che hanno avuto esiti estremamente diversi, per se stessi e per i popoli che rappresentavano. Esiti non prevedibili allo scoccare della scintilla, tranne che in un aspetto: il totalitarismo che ha coinvolto la figura di spicco del movimento.
Non so cosa ne pensino i gentili lettori che si siano spinti fin qui. A me non paiono le premesse di quella stabilità, di quella garanzia di risultato che continuo a considerare indispensabili per proseguire nell’euro-avventura.

Un rinvio elettorale previsto a aprile sarebbe la soluzione più opportuna per evitare di dilapidare i frutti dell’accordo appena raggiunto a Bruxelles.

Ok, rinviamo. Ma dopo le elezioni? Perché prima o poi queste elezioni si faranno.

Tante variabili. Troppe ipotesi. Altissime probabilità di catastrofe economica.
E non abbiamo ancora parlato di Eurozona…

continua …

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