Per Non Dimenticare la Primavera di Praga 3


Il Museo del comunismo è in pieno centro a Praga.

Praga, invasione russa, 1968

Pare sia unico al mondo. Sta sopra un McDonald, a lato di un casinò, vende magliette griffate ed ha un bookshop. Aperto nel 2001 o forse nel 2002 da un imprenditore americano titolare di negozi di bagel ebraiche a Praga, è un business in piena regola. Fortemente di parte, un po’ scarno, superficiale e propagandistico. Induce a pensare a quanto si sta bene nel capitalismo mostrando alcuni aspetti aspri e corrosivi del comunismo: propaganda tipica da americano medio. E io, che quasi temevo che mi avrebbero chiesto nome e cognome, all’acquisto del biglietto… Ponf! Schedata! (e adesso chi ci torna, in Italia, mo’ che risorge anche il Berlusca?)


Da sempre subisco uno strano fascino per i Paesi comunisti, ora ex. Immagino aurore orwelliane, una patina grigia che avvolge segreti, squallore e sudore timoroso, strisciando fra le pareti di casermoni sovietici. Mi rammarico di non averne visitati quando era ancora spessa e pesante la cortina di ferro. Di un lontano viaggio in Jugoslavia riaffiorano al ricordo solo un bellissimo bambino biondo, un lampione minaccioso nel temporale e la cioccolata con vermetti bianchi sugli scaffali semivuoti di un negozietto chissà dove.

Poiché sono assai ignorante in storia e politica, certamente molte cose mi saranno sfuggite, nel museo. Ma certo non sono sfuggita, io, all’angosciante e ferocemente raggelante sguardo di Jan Palach, studente di ventuno anni che nel 1969 si diede fuoco in piazza San Venceslao per protesta contro il comunismo. Una foto verdastra ne ritrae il viso bruciato; le palpebre – socchiuse e senza ciglia – lo fanno sembrare ancora vivo, in attesa sotto il lenzuolo. Sembra guardarti e interrogarti: “Lo cogli, il senso del mio gesto? Tu, che giungi ora dalla strada, alle 20.03 del 17 febbraio 2008, lo cogli il senso del mio gesto? Dimmi che ha avuto un senso. Che non sono morto invano. Che questo mondo è cambiato. E che non mi ha dimenticato”.

Jan Palach

Il suo viso mi ha strappata al sonno, alle due di notte. Sola, nella stanza d’albergo, proiettavo nel buio la paura: la paura di morire, di una morte assurda, di un mondo che cambia; la paura di non aver capito, di non meritare la sua morte. Oppure, forse, di capire e dover quindi, inesorabilmente, condividerne le scelte? Induceva un timore fosforescente, scalpitante. Per me, abituata ad osservare e condannare gli effetti collaterali del capitalismo, di cui mi pascio e in cui pecco. Per me, che fallisco reiterati tentativi di resistervi, è inconcepibile leggere con occhi praghesi post-comunisti le scritte inglesi e le catene di franchising, assaporare gli hamburger e mescolarmi ai turisti ficcanaso.

Avrei voluto parlare con qualcuno, chessò, un ex poliziotto del regime. Capire come si è tolto la divisa, scivolando in una vita occidentale. Se la famiglia, i vicini di casa, gli ex colleghi lo hanno insultato, rinnegato, invidiato. Invece, ho raccolto solo un paio di commenti di giovani praghesi. Troppo giovani per sapere o ricordare. Il resto lo posso solo immaginare cercando di spiegarmi perché, lontano dal centro, sola e disorientata in una città di cui non conosco neppure l’alfabeto, i praghesi più anziani – che cercavo di fermare chiedendo informazioni in inglese – mi sfuggivano, si schernivano, fingevano di non avermi visto, sentito, capito.

Si narra che nell’era comunista fosse reato non denunciare sospetti di sovversione e tradimento. Il mio primo pensiero è stato che i passanti fossero ancora intimoriti, che ancora oggi non si fidino, non vogliano essere visti, fermati, notati, riconosciuti. Che forse una sverniciata occidentale di Zara, Benetton e Bata, può fornire un comodo nascondiglio dove cullare sogni, ansie e timori mentre annusi l’aria per capire come, ancora, cambierà questo mondo. Se veramente la censura è scomparsa, se vale la pena mettersi in gioco, seguire la storia, abbracciare il cambiamento. Barattando magari una morte da torcia umana con uno schianto da Saturday Night Fever al volante di una ruggente auto fiammante. O è preferibile una moderna overdose?


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3 commenti su “Per Non Dimenticare la Primavera di Praga

  • Antonio Pisanti

    UNA POESIA PER NON DIMENTICARE

    I RAGAZZI DI PRAGA
    21 agosto 1968

    I ragazzi di Praga
    al suono di nuove chitarre
    ballavano ieri lo shake,
    oggi si sono seduti
    a catena sul selciato
    innanzi ai cingoli
    del carro armato
    e le chitarre suonano
    canti di dispetto
    e di dolore
    contro l’invasore.

    Le ragazze di Praga
    oggi non ballano
    danze erotizzanti,
    ma sono più leste
    con la minigonna
    nel correre incontro
    alla morte ed innalzare
    una bandiera
    e l’intesa con i loro compagni
    è in un sorriso.

    Tutto il mondo
    ha parlato
    dei ragazzi di Praga,
    ma sempre senza
    mai alzare troppo
    la voce:
    per non disturbare
    chi “in casa propria”
    può ammazzare
    anche il fratello?

    I ragazzi di Praga
    non ballano oggi lo shake,
    oggi si sono seduti
    accanto ai feretri
    dei loro caduti
    e chiedono ”Perché, compagno?”
    al soldato di Mosca
    che non può spiegare
    e si guardano
    senza parlare.

    da
    Antonio Pisanti, “Amore e contestazione”
    Poesie – Ed. Glaux, Napoli 1969, esaurita

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