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Per Amore (terzo di tre)

25 gennaio, 2010 di dellefragilicose  
Archiviato in Cuore di Tenebra, latest



Il treno arriva in stazione con dieci minuti di ritardo. Non mi preoccupa, l’avevo ampiamente previsto. Sono le nove e dieci. Ho margine a sufficienza.
L’agenzia della Banca Meridionale è a pochi passi dalla stazione. Prima di entrare mi svuoto le tasche nella cassetta 22. Portafoglio, chiavi, agendina, telefono. Lascio tutto lì. In tasca mi rimangono un centinaio di euro. Chiudo, prendo la chiave, entro. La guardia giurata all’ingresso mi guarda senza vedermi.


Mi aggiro nella piccola sala affollata come se avessi veramente qualcosa da fare. Mi metto a compilare un modulo di versamento, poi lo butto via ed esco. La guardia non si accorge nemmeno di me e non fa caso al fatto che ho lasciato tutte le mie cose nella cassetta 22. Mentre raggiungo la metropolitana, prendo la chiave, con un colpo secco stacco la targhetta di identificazione della banca e la butto via. E’ una chiave anonima. Potrebbe aprire milioni di porte o nessuna. E’ per questo che ho scelto quell’agenzia della Banca Meridionale.

Sono le nove e trentadue quando arrivo al furgoncino parcheggiato nei pressi della metropolitana. Giro la maniglia del portellone posteriore. Non è chiuso a chiave. Dentro trovo una scala, delle assi di legno, un trapano ed una cassetta di attrezzi. Apro la cassetta, sposto chiavi inglesi, cacciavite e filo elettrico ed arrivo al doppiofondo. Lo apro e trovo quello che mi serve. Lo metto in tasca. Rimetto a posto gli attrezzi.
Richiudo il portellone e inizio a scendere verso la stazione. All’edicola compro un biglietto ed un quotidiano. Mi avvio verso i treni. Un quarto alle dieci.

Arriva il treno. La solita ressa per salire. Non vado di fretta e mi tengo dietro. Salgo poco prima che la porta si chiuda ed involontariamente urto un tizio. Questo si gira. Puzza e ha gli occhi rossi come se non avesse dormito. Guarda per un attimo la mia giacca stazzonata, i miei capelli radi, le lenti spesse ed il mio vecchio cardigan verde sbiadito. Mi mette una mano in petto e mi spinge via brutalmente dicendo qualcosa che non riesco a capire. Io, senza che il cuore faccia un battito in più del necessario, gli sorrido e abbasso gli occhi. Incidente chiuso. Fra due fermate devo scendere.

La hall dell’albergo è affollatissima. Mi siedo vicino all’ascensore numero 3, di spalle alla telecamera di sorveglianza.
Apro il giornale ed inizio a leggere. Le previsioni per il week end non sono buone. Poco male. Non ho programmi. Leggo qualcosa della cronaca locale. Questa è una grande città molto violenta e le pagine sono piene di titoli allarmanti. Le dieci e mezza. Chiudo il giornale e salgo al terzo piano. A piedi, lentamente.

Il corridoio è lungo e bene illuminato. Mentre lo percorro alzo il giornale ripiegato come se volessi ripararmi dalla luce livida delle lampade. Non ho bisogno di guardare. So bene che in fondo al corridoio c’è un’altra telecamera. A metà del percorso mi fermo a fianco della stanza 321. Respiro lentamente cercando di controllare le pulsazioni del cuore. Dopo tre minuti, uno scatto. La porta si apre.

L’uomo di scorta è il primo a cadere. Ha ancora la mano sul pomello e gli occhi sulla scollatura della donna di servizio quando, con una pallottola alla testa lo metto fuori combattimento. La cameriera ha la bocca spalancata, ma non fa in tempo ad urlare. Lei cade con un colpo al petto. Scavalco i corpi. Appoggio la porta e vado verso la camera da letto.
Il tango deve aver sentito i due leggeri snap del silenziatore, ma non ha ancora capito di cosa si tratti. Me lo ritrovo sulla soglia. Tre colpi. Due al petto e uno alla testa. Cade in ginocchio e rimane appoggiato alla porta.
Ho ancora una cartuccia per l’uomo di scorta e una per la cameriera. Prima di andare mi accerto che non possano raccontare nulla di me, sono un uomo discreto. Appoggio la pistola sulla sedia di fianco all’ingresso ed esco.
Sono le dieci e cinquanta. Se mi sbrigo a recuperare la mia roba, posso prendere il treno delle undici e venti e stare a casa prima che lei chiuda per il pranzo.

La stazione dista da casa mia circa trenta minuti, ma per passare davanti al suo negozio devo fare una deviazione. Quando arrivo lei sta mettendo a posto un vestito. E’ giovane, molto più giovane di me. Io so poco o nulla di lei. Si chiama Ela. I suoi occhi azzurri e trasparenti mi raccontano di una vita che non ho mai vissuto e che non potrò più vivere.
Forse si accorge di qualcosa perché si gira, mi guarda. Sorride.
Sento aprire una crepa dentro di me, mentre le mani, che tengo in tasca, si chiudono a pugno per cercare di fermare il tremito dell’emozione.
Vado via senza guardarla di nuovo. Sono le tredici e ventidue.

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