Papillon, Insegnami a Evadere da Questa Sedia: l’Arte di Non Arrendersi Mai

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Papillon, Insegnami a Evadere da Questa Sedia: l’Arte di Non Arrendersi Mai" è stato scritto da buscialacroce

Sono sempre rimasto affascinato da Papillon, un grande successo cinematografico del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman, così ho deciso di approfondire l’argomento.

Chiedendo a san google – come dice la mia amica Adele – ho scoperto che Papillon non era un personaggio inventato: la sua storia è la storia vera dell’autore del libro autobiografico da cui fu tratto il film: Henri Charrière. Il suo nomignolo, Papillon, era nato per via di una farfalla tatuata e sulle sue disavventure scrisse due libri, ingiustamente dimenticati, “Papillon„ e “Banco„.

Nel 1931, all’età di venticinque anni, il protagonista venne condannato ai lavori forzati per un omicidio che molto probabilmente non aveva neanche commesso. Spedito al bagno penale – forse la parola giusta è lager – nella Guyana Francese, visto che non aveva più nulla da perdere, in tredici anni tentò la fuga ben nove volte. La voglia di tornare in Francia per vendicarsi di chi l’aveva condannato gli fece sopportare abusi pesantissimi. Una volta, ripreso dopo un tentativo di fuga, fu rinchiuso per due anni nell’Isola Reale in una cella larga un metro e mezzo per quattro, praticamente al buio, con pochissimo cibo, con l’obbligo del silenzio, guardato a vista. E, come se non bastasse, con un caldo boia e in compagnia di tanti insettacci pericolosi, come un centopiedi che se ti pizzica fa un male tremendo e ti fa venire la febbre altissima.

Dopo tredici anni di tentate evasioni, alcune dai risvolti drammatici, la fortuna gli diede una mano: a bordo di due sacchi di canapa pieni di noci di cocco scappò dalla minuscola isola del Diavolo. Dopo giri assurdi, da Georgetown, capitale dell’odierna Guyana allora sotto dominio inglese, prese il mare con altri evasi per poi sbarcare in Venezuela. Poiché c’era la guerra, chi tentava l’evasione, se ripreso, veniva condannato a morte; per giustificare la condanna i francesi dicevano che chi evadeva lo faceva per tornare in Francia per combattere con Petàin, nemico di De Gaulle e amico dei nazisti.

Nelle sue rocambolesche fughe fu più volte aiutato dalle tribù indigene e dalle popolazioni locali. Per otto mesi rimase con la tribù dei Guajiros considerati da tutti come dei selvaggi tagliagola. I Guajiros non avevano certo una civiltà evoluta come quella francese, ma non avevano alcun pregiudizio verso gli altri. Quindi, vedendo che Papillion – considerato in Francia un rifiuto della società – con loro si comportava benissimo, lo accettarono come uno di loro: tanto che, se avesse voluto, sarebbe potuto restare li per sempre.

Nell’ultima fuga insieme a due evasi arrivò stremato in Venezuela; alcuni pescatori si presero cura di loro finché non si ripresero, poi fu arrestato e dopo un anno circa finalmente tornò ad essere un uomo libero. Nel libro, l’autore fa dire a quei pescatori una frase meravigliosa: Un uomo non è mai perduto. Qualsiasi cosa abbia commesso, ad un certo momento della sua vita c’è sempre la possibilità di recuperarlo e di farne un uomo buono e utile alla comunità.

Henry Charrière, in mezzo a tutto l’orrore creato dalla civiltà occidentale, non ha mai perso la sua umanità e ha cercato di aiutare chi era più sfortunato di lui. Racconta così di un detenuto colpito da emiplegia:

Dalle guardie e dai reclusi è soprannominato Piccolino. Viene trattato bene e riceve scrupolosamente il rancio, tre volte al giorno, e delle sigarette. I suoi occhi azzurri vivono intensamente e il suo sguardo non è sempre triste. Se guarda qualcuno che gli va, le sue pupille brillano di gioia. Capisce tutto quanto gli si dice, ma non può parlare né scrivere: il suo braccio destro paralizzato non glielo permette, e alla mano sinistra gli manca il pollice e due dita. Questo relitto rimane per ore incollato al filo spinato, in attesa che io passi con la verdura, perché è questa la strada che faccio per recarmi alla mensa degli ufficiali. Quindi, tutte le mattine, quando porto la mia verdura, mi fermo per parlare con Piccolino.

Appoggiato ai fili di ferro spinato, mi guarda con i suoi begli occhi azzurri pieni di vita in un corpo quasi morto. Gli dico delle parole cortesi e lui con la testa o le palpebre mi fa capire che ha colto tutta la mia conversazione. La sua povera faccia paralizzata s’illumina un momento, e i suoi occhi brillano volendo esprimere chissà quante cose. Gli porto sempre qualcosa di buono: un’insalata di pomodori, lattuga o cetrioli già preparati con salsa all’aceto, o un piccolo melone, o un pesce cotto sulle braci. Non ha fame, perché il cibo è abbondante al bagno penale venezolano, ma sono cose che variano il menu ufficiale. Qualche sigaretta completa sempre i miei piccoli regali. È diventata un’abitudine fissa, questa visita breve a Piccolino, al punto che i soldati e i carcerati lo chiamano il figlio di Papillon.

Alla fine Papillon ha capito che era finito in quel girone dantesco anche per colpa sua: se non si fosse messo a fare il ladro forse la sua vita sarebbe stata diversa. E’ per questo che ha rinunciato alla sua vendetta. C’è da dire però che i detenuti, anche se colpevoli di delitti orrendi, non devono essere trattati peggio delle bestie come accade ancora oggi a Guantanamo.

Se volete sapere di più su Henry Charrière cercate i suoi due libri e, leggendoli, sicuramente imparerete qualcosa di buono.

Perché vi parlo di Papillion? Semplice. Perché anch’io, come lui, sono costretto a lottare contro una cosa più grande di me e, anche se difficilmente ne uscirò vincitore, non mi arrenderò. Tanto non ho nulla da perdere: così spero anch’io che un giorno possa evadere dalla mia isola del Diavolo.

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