Papillon, Insegnami a Evadere da Questa Sedia: l’Arte di Non Arrendersi Mai
16 agosto, 2008 di buscialacroce
Archiviato in Leggere, Veri Uomini, i Classici
Sono sempre rimasto affascinato da Papillon, un grande successo cinematografico del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman, così ho deciso di approfondire l’argomento.
Chiedendo a san google - come dice la mia amica Adele - ho scoperto che Papillon non era un personaggio inventato: la sua storia è la storia vera dell’autore del libro autobiografico da cui fu tratto il film: Henri Charrière. Il suo nomignolo, Papillon, era nato per via di una farfalla tatuata e sulle sue disavventure scrisse due libri, ingiustamente dimenticati, “Papillon„ e “Banco„.

Nel 1931, all’età di venticinque anni, il protagonista venne condannato ai lavori forzati per un omicidio che molto probabilmente non aveva neanche commesso. Spedito al bagno penale - forse la parola giusta è lager - nella Guyana Francese, visto che non aveva più nulla da perdere, in tredici anni tentò la fuga ben nove volte. La voglia di tornare in Francia per vendicarsi di chi l’aveva condannato gli fece sopportare abusi pesantissimi. Una volta, ripreso dopo un tentativo di fuga, fu rinchiuso per due anni nell’Isola Reale in una cella larga un metro e mezzo per quattro, praticamente al buio, con pochissimo cibo, con l’obbligo del silenzio, guardato a vista. E, come se non bastasse, con un caldo boia e in compagnia di tanti insettacci pericolosi, come un centopiedi che se ti pizzica fa un male tremendo e ti fa venire la febbre altissima.

Dopo tredici anni di tentate evasioni, alcune dai risvolti drammatici, la fortuna gli diede una mano: a bordo di due sacchi di canapa pieni di noci di cocco scappò dalla minuscola isola del Diavolo. Dopo giri assurdi, da Georgetown, capitale dell’odierna Guyana allora sotto dominio inglese, prese il mare con altri evasi per poi sbarcare in Venezuela. Poiché c’era la guerra, chi tentava l’evasione, se ripreso, veniva condannato a morte; per giustificare la condanna i francesi dicevano che chi evadeva lo faceva per tornare in Francia per combattere con Petàin, nemico di De Gaulle e amico dei nazisti.
Nelle sue rocambolesche fughe fu più volte aiutato dalle tribù indigene e dalle popolazioni locali. Per otto mesi rimase con la tribù dei Guajiros considerati da tutti come dei selvaggi tagliagola. I Guajiros non avevano certo una civiltà evoluta come quella francese, ma non avevano alcun pregiudizio verso gli altri. Quindi, vedendo che Papillion - considerato in Francia un rifiuto della società - con loro si comportava benissimo, lo accettarono come uno di loro: tanto che, se avesse voluto, sarebbe potuto restare li per sempre.
Nell’ultima fuga insieme a due evasi arrivò stremato in Venezuela; alcuni pescatori si presero cura di loro finché non si ripresero, poi fu arrestato e dopo un anno circa finalmente tornò ad essere un uomo libero. Nel libro, l’autore fa dire a quei pescatori una frase meravigliosa: Un uomo non è mai perduto. Qualsiasi cosa abbia commesso, ad un certo momento della sua vita c’è sempre la possibilità di recuperarlo e di farne un uomo buono e utile alla comunità.

Henry Charrière, in mezzo a tutto l’orrore creato dalla civiltà occidentale, non ha mai perso la sua umanità e ha cercato di aiutare chi era più sfortunato di lui. Racconta così di un detenuto colpito da emiplegia:
Dalle guardie e dai reclusi è soprannominato Piccolino. Viene trattato bene e riceve scrupolosamente il rancio, tre volte al giorno, e delle sigarette. I suoi occhi azzurri vivono intensamente e il suo sguardo non è sempre triste. Se guarda qualcuno che gli va, le sue pupille brillano di gioia. Capisce tutto quanto gli si dice, ma non può parlare né scrivere: il suo braccio destro paralizzato non glielo permette, e alla mano sinistra gli manca il pollice e due dita. Questo relitto rimane per ore incollato al filo spinato, in attesa che io passi con la verdura, perché è questa la strada che faccio per recarmi alla mensa degli ufficiali. Quindi, tutte le mattine, quando porto la mia verdura, mi fermo per parlare con Piccolino.
Appoggiato ai fili di ferro spinato, mi guarda con i suoi begli occhi azzurri pieni di vita in un corpo quasi morto. Gli dico delle parole cortesi e lui con la testa o le palpebre mi fa capire che ha colto tutta la mia conversazione. La sua povera faccia paralizzata s’illumina un momento, e i suoi occhi brillano volendo esprimere chissà quante cose. Gli porto sempre qualcosa di buono: un’insalata di pomodori, lattuga o cetrioli già preparati con salsa all’aceto, o un piccolo melone, o un pesce cotto sulle braci. Non ha fame, perché il cibo è abbondante al bagno penale venezolano, ma sono cose che variano il menu ufficiale. Qualche sigaretta completa sempre i miei piccoli regali. È diventata un’abitudine fissa, questa visita breve a Piccolino, al punto che i soldati e i carcerati lo chiamano il figlio di Papillon.
Alla fine Papillon ha capito che era finito in quel girone dantesco anche per colpa sua: se non si fosse messo a fare il ladro forse la sua vita sarebbe stata diversa. E’ per questo che ha rinunciato alla sua vendetta. C’è da dire però che i detenuti, anche se colpevoli di delitti orrendi, non devono essere trattati peggio delle bestie come accade ancora oggi a Guantanamo.

Se volete sapere di più su Henry Charrière cercate i suoi due libri e, leggendoli, sicuramente imparerete qualcosa di buono.
Perché vi parlo di Papillion? Semplice. Perché anch’io, come lui, sono costretto a lottare contro una cosa più grande di me e, anche se difficilmente ne uscirò vincitore, non mi arrenderò. Tanto non ho nulla da perdere: così spero anch’io che un giorno possa evadere dalla mia isola del Diavolo.
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buscialacroce
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Lo stesso giorno gli anni scorsi
2008







Bravo, l’articolo mi è piaciuto !
Anche se non sembra tutti hanno la loro sofferenza che per alcuni è più grande e visibile per altri meno.
Ti dedico qualche massima:
La pazienza dell’animo ha in se ricchezze nascoste.
L’impeto delle cose avverse non cambia l’animo (retto) dell’uomo forte.
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Molto bello letto d’un fiato, grazie.
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Ciao buscialacroce, è un’emozione rileggerti!
Non hai nulla da perdere (scrivi) ma, con la tua lotta ìmpari, molto da dimostrare(e insegnare).
Stai dimostrando, almeno a me, come sia possibile trasformare la sofferenza, alla quale molti si arrendono, di fronte alla quale tanti altri tacciono, in un’ arma potente.
La tua esperienza è l’arma potente che fende la morte, ci insegna la potenza della vita che urla contro il dolore, la resa, l’indifferenza.
Nella tua sofferenza c’è un afflato di vita incontenibile che, nel racconto di Papillon, si trasforma in carezza, comprensione nei confronti di “detenuti che pur avendo commesso crimini orrendi, non devono essere trattati come bestie”.
Sembra quasi tu voglia suggerirci che dietro ogni “bestia” (anche la malattia può esserlo) c’è una realtà che dobbiamo sforzarci di comprendere e amare alla quale dare un senso, una possibilità.
La sofferenza, tra le tue mani, si trasforma in “cattedra” dalla quale tu, insegni a me, cosa significhi Vita, Coraggio, Forza e Amore.
Grazie
Luna
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Dovresti scrivere di più, ovunque, purché rintracciabile.
Proposta - il libro in cima al forum
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Grazie di avermi ricordato un bellissimo film e un bellissimo libro, li ho amati entrambi per la loro profonda umanità.
Laura Costantini Gioco estivo su http://lauraetlory.splinder.com
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La storia che hai voluto segnalare, per usare un terminaccio, è edificante! Nel senso che aggiunge come un mattoncino a quella fermezza interiore che ci aiuta nei momenti più drammatici.
Con la (com)passione con cui hai tratteggiato la vita di quest’uomo davvero straordinario sei riuscito a sfiorare quel ‘dialogo intimo che la mente intesse con il dolore dell’esistenza e il mistero della speranza’ (parole di Manuel Castells).
Grazie
Gestalt Rimini La figura del Gestalt Counselor su http://www.gestaltrimini.blogspot.com
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Comandante Nebbia reply on 17 agosto, 2008 8:55:
sono d’accordo
grazie per la dotta interpretazione
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Buscia, permettimi, hai due palle grosse come cocomeri.
Magari fossi forte come lo sei tu.
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non si hanno le palle!si ha che non c’è scelta .La vita è ora! per vivere da morto hai sempre tutto il tempo,anzi l’eternità.
gabriela artista per “sopravivere”
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Più di una volta ho letto Papillon e ogni volta mi suscita sensazioni forti. E’ scritto da un uomo che sembra violento, ma è sensibile, generoso, altruista.
Le sue disavventure, vere, non le avrebbe sopportate nemmeno l’uomo più coraggioso del mondo. Ma Papillon credeva in se stesso e nella vita e ha lottato con tutte le sue forze perchè potesse realizzarsi come egli desiderava.
C’è un elemento che tutti hanno trascurato: la fede. Ne abbiamo parlato e ne parliamo spesso. Sarà una “favola”, ma chi crede fermamente come Papillon è capace di compiere e sopportare sacrifici enormi. Non so perchè ciò avviene. Me lo chiedo spesso, ma non so darmi una risposta. Nè mi spiego come mai in un’epoca di così alto materialismo ci siano ancora uomini di fede profonda e anche martiri.
Che dire dei missionari, di Madre Teresa, dei cristiani uccisi in India?
gabriela, qui non si tratta solo di palle!
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gda reply on 26 agosto, 2008 19:52:
Lupoalburnino, quando “invoco” il rispetto per quanto di buono è possibile incontrare in qualsiasi forma di fede/religione, mi riferisco proprio a questo surplus di generosità, dedizione, amore, che la nostra società non giustifica…
Allora credo che necessariamente debbe esserci “altro”…:)
Luna
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lupoalburnino reply on 26 agosto, 2008 20:35:
Vivo di dubbi, purtroppo! E’ questo è un dubbio tremendo per me. Vorrei credere o non credere. Non vivere sempre in equilibrio instabile!
Ma queste manifestazioni così forti da uomini del nostro tempo da cosa derivano? Da un premio che si aspetta dopo la vita? Non può essere solo questo. Ma il dubbio resta!
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gda reply on 26 agosto, 2008 22:34:
Non credo dipenda dal “premio”, la fede sincera in Dio influisce sull’intera esistenza, la trasforma…in paradiso hic et nunc, oserei dire. La salvezza è per tutti (anche per i cosiddetti malvagi mi sono sentita spesso ripetere) ciò che deve preoccuparci è la giustizia da perseguire in questo mondo.
Ciò che maggiormente ho percepito parlando con persone profondamente/sinceramente credenti, è il senso di pace che riescono a trasmettere attraverso i gesti, le parole, lo sguardo…
La sofferenza non è supinamente accettata, anzi si lotta anima e corpo contro di essa nel tentativo di eliminarla, di “trasformarla”, di darle un senso, che travalica la nostra umana comprensione.
Ma è difficile da raccontare, dovresti “sperimentare”.
Ho fatto volontariato con le suore di Madre Teresa e con i ragazzi “diversamente abili” e l’emozione che ho provato, la commozione ed il dolore che ho sperimentato (e che quelle persone sapevano trasformare in sorriso)…beh! Ha trasformato me (atea ) in agnostica…
Ha trasformato anche la mia vita.
Ho ancora tanti dubbi ma riguardano principalmente l’uomo e la sua evoluzione spirituale…
Un caro saluto
Luna
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Mi dispiace di dissentire Lupoalburnino, ma Papillon non era poi tanto religioso e non era neppure battezzato. La cosa che l’ha tenuto in vita è stata la voglia di tornare in Francia per vendicarsi, poi in “Banco”, il seguito di Papillion, grazie all’amore di Maria, la sua compagna, cambia idea.
Per essere chiari io non credo fermamente e son daccordo con gabriela non ho scelta o così o pomì.
Si può essere anche eroi e martiri da Atei, Cristiani, Mussulmani, Buddhisti, Ebrei ecc. ecc. come si può essere delle bestie.
Comunque grazie per la vostra attenzione, anche a nome di Henry Charriére che merita molta più attenzione.
luca post: Questo è un paese di vecchi.. Cinismo in vacanza, pazzia in latenza, cattiveria in partenza!
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Caro Luca, leggi più attentamente “Papillon” e ti accorgerai che tutto il libro è intriso di fede profonda anche quando Charrière commette azioni non proprio edificanti.
Il battesimo conta poco soprattutto quando si vive in un ambiente in cui non c’è spazio per la spiritualità. Lo è diventato durante la sua tremenda disavventura.
Quando si diventa eroi e martiri per caso non c’è molto da scegliere. O così o Pomì. Ma quando vi è un percorso che ogni uomo può intraprendere, mi riferisco al percorso spirituale, non importa se cristiano, buddista, mussulmano, ecc., allora è una scelta, è un impegno, è una scommessa. Si può arrivare a credere o no, ma mette l’uomo nelle condizioni di essere più vicino agli altri, di sacrificarsi per gli altri, di amarli: questa è la novità, questa è la speranza!
Non parlo così perchè sto facendo questo percorso. Addirittura ne sono lontano, ma anch’io conosco persone che stanno compiendo questo percorso, sia ben chiaro non finisce mai, e ti posso assicurare che sembrano respirare un’aria diversa, più salubre. E’ una finzione? Per una vita intera? Perchè?
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Ciao, io non ho letto i libri di Papillon ma grazie per il consiglio.
Del resto non so che dire, penso che molta gente che ha i tuoi stessi problemi abbia molto da insegnare sulla voglia di vivere, la stessa che a volte si perde per problemi molto meno gravi.
Grazie di esserti raccontato, è stato bello anche se doloroso, leggerti.
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Francesca, come te ringrazio anch’io Luca per la forza e la voglia di vivere che sa esprimere con un coraggio invidiabile. Non è facile nelle sue condizioni. Significa che il suo percorso terreno è fatto di consapevolezza e di responsabilità, ma anche di tanta disponibilità a raccontarsi: dà e riceve fiducia e amore!
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