Pantaloni rosa e camicie nere 9


L’ho vista anche io una scritta su un muro, a caratteri di memoria fascista che diceva: “Froci nel forno”. La guardi e pensi alla portata della stupidità. Poi, mentre te ne stai seduta davanti a un carabiniere, col tuo avvocato accanto e alcune carte in mano, mentre le loro voci cantilenano diciture burocratiche cacofoniche e noiose, leggi il proclama sulla razza ariana che vorresti lanciare dalla finestra aperta, che guarda altre finestre aperte, come in un film di Kubrick.

Leggi ancora le farneticazioni di un ragazzo e ti domandi: “Chissà che vita ha avuto, cosa gli hanno raccontato. Chissà se ha letto questo o quello, se mai gli hanno raccontato il rumore che fanno le ossa che si rompono in un corpo troppo magro.”

Poi il carabiniere ti rivolge la domanda, posi le carte sopra il tavolo, e non hai alcuna smania di spiegare, di difenderti, di urlare. Perché le ragioni ormai ti sembrano rimbombare nella mente, senza più senso, ribadite per iscritto su pagine e pagine di carta virtuale, o durante gli interminabili percorsi della vita, camminati con diverse compagnie fatte di gente di mille colori e di mille pensieri. Tutte cose già dette, tutte cose già lette. Sempre le stesse a ripercorrere una storia che seppellimmo troppo in superficie e riesumata quando si è reso necessario, rigettarci all’inferno.

Oggi piangiamo un bambino che ha preferito morire, immagino perché troppo brutto il futuro che riusciva a immaginare, vivendo in questo presente. Piangiamo lacrime sperando che queste possano restituirci alla nostra umanità, cercando fortemente un colpevole per l’assurdità di una morte, che possa in qualche modo assolverci, e condanniamo a pagare un’intera generazione di studenti o compagni di scuola nel quale si può trovare un capro espiatorio che ci lasci liberi nel dolore.

Lo piango anche io, e lo piango a modo mio, con l’amarezza che mi porto dentro da giorni e che non riesco a lasciar andare. Lo piango, pensando che forse non ho fatto abbastanza, che forse questo mio cocciuto modo di strillare la scomodità della realtà è stato inutile. Non piango la sua morte, ma piango la sua vita di bambino domandandomi quale sia stato il terrore che deve aver provato del domani, per scegliere di non arrivarci mai. Non mi importa di sapere quanto crudele può essere un ragazzo, semmai mi domando dove fossero quei genitori che non hanno avuto modo di accorgersi come si stavano costruendo i loro figli.

Piangere per una vita è puro esercizio di stile, se non ci rendiamo disponibili a salvare la prossima. Rifugiarci nell’assurdità di un fatto è solo alimento per la nostra buona coscienza, se renderemo possibile il prossimo nefasto accadimento.

Un bambino è stato ucciso da tutti coloro che non hanno avuto il tempo, che si son girati dall’altra parte, che hanno pensato bene di non iniziare nemmeno a combattere una lotta impari contro il sistema, contro l’ignoranza, contro il Golia che è questo nuovo fascismo lasciato libero di emergere e radicarsi ancora nel letto di miseria culturale appositamente creato per tenerci tutti al giogo, sottomessi e impotenti. Un bambino è stato ucciso dalla solitudine che si prova, quando ci si ostina ad alzare la testa, e si vede che tutto intorno il mondo è a capo chino.

Possiamo metterci i pantaloni rosa tutti i giorni, e tutti i giorni mostrarcene fieri e orgogliosi, ma non servirà a nulla, se non strapperemo le camicie nere.


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9 commenti su “Pantaloni rosa e camicie nere

  • maria

    Hanno detto che A. (ma può essere un chiunque, visto che hanno dato, altri, anche un nome di fantasia a questo ragazzo) aveva problemi famigliari… e qui, tutti o quasi, sono certa, avranno fatto un sospiro di sollievo, continuando, però, nella solita battaglia del dopo, che si scatena come sempre dopo fatti simili…
    Oggi, ho letto: dove erano i genitori che non si sono accorti del figlio che stavano crescendo, però, riferito agli altri, a tutti quei ragazzi che consoni al sistema che la società vuole, si limitano ad esprimersi come appunto l’omologazione vuole, con l’esagerazione del loro essere ragazzi…
    Spesso, in tantissimi casi in cui ci sono problemi e si verificano di questi fatti tristi, dove è il ragazzo “problema” a perire per sua propria scelta, ci si chiede dove fossero i genitori di chi soffre, e mai dove fossero i genitori di chi fa o ha fatto soffrire…
    Sto cercando una conclusione al commento, ma non ci riesco… e certamente, è inutile dare un finale ad una situazione simile…

    • ilBuonPeppe

      Vuoi il finale? Facile, è sempre lo stesso.
      Tutti a cercare di capire “la causa” del problema, per poi poter dire, principalmente a sé stessi, che le colpe stanno altrove, lontano da noi.
      Esattamente il contrario di ciò che ha fatto, con grande merito, la nostra Rita.

      • maria

        Difatti lo apprezzo moltissimo… l’articolo di Rita.
        Proprio perchè ha visto, ha guardato dalla parte opposta in cui guardano la maggior parte delle persone, in questi casi.

  • carlo

    Non sono di questa opinione: la scusante della “società” malata e delle colpe condivise è troppo spesso usata in queste situazioni. È una deresponsabilizzazione. Se ci insegnassero fin da piccoli che chi sbaglia paga, che tutti sono uguali ma diversi (e non la tolleranza, che sa di sopportazione), che la basa della socialità è il rispetto…allora si che avremo fatto qualcosa per migliorare.

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