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Un tempo sono stato anche io un bambino. Almeno credo. Sì, credo di sì. Da qualche parte ho delle foto ed un vecchio film 8 millimetri dove un ragazzino in bianco e nero che mi somiglia molto fa le facce buffe tenendo sullo sfondo un’Italia anni sessanta che è uguale a quella che si vede nei film.
Ricordo che avevamo una Fiat 850 color caffellatte. La targa era SA1*64**. Guarda tu, la ricordo ancora. Aveva lo sterzo sottile, fatto di qualcosa di molto simile alla bachelite, ma sicuramente era di plastica.

Qualche volta, la domenica, quando mio padre non era di servizio ci portava a prendere il gelato in un bar dall’altra parte della città. A me sembrava l’Australia. Mangiavo il gelato nel cono, alla crema con l’uva passa. Odiavo i coni. Mi piaceva la coppetta, ma, allora, pensavo che fosse giusto fare come fanno tutti.
Io e i miei cugini avevamo fatto una “banda”. Una cosa da teddy boys. Avevamo tutti meno di dieci anni. Io ero il capo. Figurarsi che banda doveva essere per scegliersi come capo un quattrocchi timido e sovrappeso. Ogni tanto, insieme a loro, uscivo dal cortile dove giocavamo sotto gli occhi di mamme, nonne e zie e raggiungevamo l’altra parte della strada. C’era uno spiazzo largo e coperto da grossi cumuli di ghiaia bianca. D’estate era caldo, immenso e silenzioso come un deserto. La paura e lo stupore mi prendevano alla gola e non riuscivo a parlare. Intorno, il vento cocente ed indifferente sollevava piccoli mulinelli di polvere sottile.

Ho ucciso degli uomini. Quanti non so. Su altri ho sparato, li ho visti cadere e se si muovevano gli ho sparato ancora. Forse cinque o forse più di dieci. Sì, forse più di dieci. Doveva essere la cosa giusta, perché poi, prima di tornare a casa, mi hanno stretto la mano e mi hanno regalato una piccola stella con un nastrino bianco e azzurro. Carina.
Delle volte mi chiedo cosa sarebbe accaduto se io non fossi nato o se fossi rimasto a casa a far l’amore con le mie compagne di classe, come facevano tutti.
Forse altri uomini sarebbero vissuti più a lungo. Quanti non so. Forse più di dieci. Poi penso che quel fucile che ho portato a spasso per due anni era già stato costruito e se non lo avessi portato io, l’avrebbe portato qualcun altro. Magari sarebbe stato un altro con una vista migliore, più determinato, più feroce. E allora sarebbero morti più uomini. Forse più di dieci. Il peggio è stato per me, mi dico, perché mi sono trovato a ventidue anni con l’esperienza di un bambino ed il cuore di un vecchio. Alla fine, il peggio è stato per me, mi dico.
Questo lo penso da sveglio, quando il braccio destro mi fa male per la vecchia ferita e non riesco a stenderlo completamente.
Di notte, invece, è tutta un’altra cosa .

Un tempo sono stato Dio. Salivo al cielo cavalcando il tuono. Sopra di me avevo due ali grandissime ed ero il signore del silenzio.
Ho visto sorgere il sole prima di chiunque altro e ho volato insieme ad un uccello affusolato. Poi quel tempo è finito ed ora sono nuovamente un uomo. Almeno credo. Sì, credo di sì.
C’è stato un tempo, poi, che sono andato oltre la tenebra. Mi sono ucciso lentamente per cinque lunghissimi anni. Alla fine, ancora una volta, sono sopravvissuto. Sì, sono sopravvissuto perché sono qui a raccontarlo. Almeno credo. Sì, credo di sì.

Ho amato una donna bellissima. Il suo corpo era un tratto tenue di armonia e dolcezza. Io, con la mia moto, mi fermavo sotto la sua finestra. Lei si affacciava a guardarmi, la sua figura lontana e impercettibile.
Aveva gli occhi severi, occhi di tempesta. Le sue mani erano erano delicate foglie candide con lunghe dita morbide da baciare.
Era maggio. La sera tiepida, il profumo delle prime gemme e le stelle tessute nel cielo scuro mi narravano di una lucente ed eterna promessa.

Tutto quello di cui ho scritto è una menzogna raccontata a me stesso. Tutto. Compreso quest’ultima frase. Tutto questo non è successo. Se fosse successo lo ricorderei. Se non è successo devo averlo sognato. Non so come possa essere successo. La notte, da tempo, non sogno.

immagine di domrx78


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