Otto Settembre 96


Parte Prima – Il Ricordo Incancellabile

L’otto settembre del 1943, con una velocità che non aveva precedenti nella storia mondiale e che tuttora resta senza similitudini, il sistema di governo di questo paese si dissolve nel nulla. Con un breve quanto laconico messaggio radiofonico, l’allora capo del governo, maresciallo pietro badoglio, fugge al Sud insieme al re abbandonando esercito e popolazione civile alla trista mercé di truppe d’invasione alleate e naziste.
Nel giro di poche ore l’intero apparato governativo si dissolve. Soldati e civili rimangono senza riferimenti, l’idea di stato e di nazione crolla come un castello di carte.
Gli eventi successivi a questo accadimento sono noti a tutti. Pur con il massimo rispetto che si deve a chi, anche in quelle ore, da una parte e dall’altra, seppe vivere e morire da uomo, tali eventi rimangono una macchia indelebile nella storia del nostro popolo e della nostra nazione.
Tutto ciò che è stato possibile raccontare è stato raccontato. Tutto ciò che non fu detto ormai sarà taciuto per sempre. Io non potrei aggiungere nulla. È per questo che mi limito a fermarmi un istante e a pensare con dolore e vergogna alle migliaia di bambini, uomini e donne la cui vita fu presa a causa del tradimento di chi ne rappresentava lo spirito più alto.

Parte Seconda – 70 Anni Dopo. La Rivolta

Io sono convinto che, con le dovute proporzioni, la situazione di oggi sia comparabile a quella del 1943 e che la classe politica italiana sia fuggita e si sia racchiusa a protezione dei privilegi che si è attribuita senza risparmio. La differenza è che io la fase dello sterile vaffanculo l’ho superata e non credo più che il risanamento etico di questo paese possa venire da generici richiami alla moralità e, più in generale, da iniziative comuni.

Il tempo della delega è finito. Per troppi anni l’esigenza di rinnovamento e di giustizia è stata consegnata in mani che ne hanno fatto strage. Gli anni di devastazione culturale, imposti da certa stampa e da certa televisione, alla lunga hanno sortito il loro effetto ed hanno inesorabilmente intaccato il tessuto cognitivo di gran parte della gente che compone il popolo di questa nazione.

Oggi ciascuno vive secondo i ritmi e le esigenze dettate dalle proprie necessità e su di esse misura le scelte che quotidianamente è chiamato a fare. Il senso di nazione e parole come “onore” ed “orgoglio” si sono disperse tra i mille rivoli dei bisogni primari reali e indotti. I modelli di comportamento proposti hanno portato a credere che la furbizia venga prima dell’intelligenza e che ogni azione è lecita se non viene scoperta.
Questo ci conduce alla terza e, almeno secondo la mia opinione, inevitabile parte.

Parte Terza – Un Destino Difficile

Proprio perché “delega” e “collettività” sono parole svalutate e prive di ogni valore, secondo me, ci attende un difficile percorso che parte da noi stessi e non può più prevedere delega.
Ci attendono giorni duri. Lo spreco di sangue, sudore e destini che negli anni ha sostenuto la macchina enorme ed inefficiente di un apparato il cui fine primario rimaneva la soddisfazione dei bisogni di una élite, andrà ripagato adeguatamente.
In questi giorni lo scontro potrà andare oltre le parole e molti cercheranno di proporsi come uomini forti a tutela di un ordine e di un diritto nel quale saranno i primi a non credere. Proprio per questo non dovremo fidarci di nessuno e far ripartire questo paese da noi stessi. Governare i bisogni, disciplinare le esigenze, imporre per primi a sé le regole che vogliamo che vengano rispettate da altri. E quando valuteremo che un nostro diritto sia ignorato, agire in prima persona per difenderlo, anche a costo di esporsi a rischi personali e oltrepassare i limiti della convenzione. Se un uomo, un cittadino, non è capace di difendere sé stesso ed il suo diritto, non è nemmeno in grado di delegare un altro a farlo al posto suo.

Posso solo sperare che un cammino di questo tipo conduca questo paese e le persone che lo abitano ad una nuova stagione. L’esito non è certo e gran parte di noi si perderanno lungo la strada prima di giungere al termine del percorso.
Eppure io credo, anzi spero, che sia la strada giusta. Probabilmente l’unica che ci resta da intraprendere.

Il mio sogno è che se non noi, almeno i nostri bambini possano vivere in un paese dove ogni persona abbia un nome, una storia, un volto. Dove felicità e soddisfazione siano un obiettivo comune e non più individuale. Dove si dia il giusto valore a ricchezza e benessere. Dove a tutti, almeno in partenza, siano concesse le stesse opportunità lasciando alla vita e non ai ras di partito il compito di selezionare i migliori.

Il mio sogno è un paese dove la nostra generazione sia ricordata come quella che fu abbandonata al suo destino e con coraggio e sacrificio seppe ritrovare quella strada che con troppa sufficienza aveva perso.


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi. Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.