Origini del Precariato: La Dottrina dell’Usa e Getta

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Origini del Precariato: La Dottrina dell’Usa e Getta" è stato scritto da Laura Costantini

Ripensiamo la dottrina dell’usa e getta. Vogliamo prenderla alla lontana? Tutto ebbe inizio all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Le grandi industrie del mondo occidentale avevano lavorato a pieno ritmo per cinque lunghi anni, sfornando armi di distruzione di massa che portarono alla morte di decine di milioni di persone in tutto il mondo.


Così, dopo che ben due funghi atomici si furono levati contro il cielo giapponese e contro la coscienza dell’intera umanità, la situazione planetaria (con particolare riferimento a quella parte di mondo chiamata Occidente ) era la seguente:

  1. industria pesante da riconvertire
  2. tragica penuria di manodopera;
  3. tragicissima penuria di acquirenti;
  4. economia di mercato sull’orlo del tracollo;

Però c’era l’entusiasmo di chi era ancora vivo, la voglia di ricominciare, intere nazioni da ricostruire dalle macerie, i soldini del piano Marshall gentilmente concessi dagli Stati Uniti con lo scopo fin troppo chiaro, ancorché filantropico, di ricreare un mercato cui smerciare i prodotti fabbricati dalle riconvertite industrie belliche.
Ovvio che il robusto giro di manovella dato all’economia mondiale avesse il piacevole e necessario risultato di convincere i sopravvissuti alla guerra ad una riproduzione in grande stile. Il baby-boom non tardò a reintegrare, con la benedizione a reti unificate di tutti i capitalisti del pianeta, i milioni di vittime (civili e non) della guerra. Soprattutto non tardò a sanare il deficit di acquirenti da sottoporre al costante bombardamento di un’industria nuova di zecca: la pubblicità.

Pubblicità americana anni 50

Fin qui ci siamo? Bene. A partire dagli anni ’60 tutto si è accelerato: la produzione industriale, la riproduzione umana, l’inquinamento atmosferico, la corsa intensiva al consumo fine a se stesso. Si è cominciato a pensare che non aveva senso risuolare le scarpe quando era possibile comprarne di nuove, che se il frigorifero cominciava a fare le bizze lo si poteva sostituire, che dopo centomila chilometri un’automobile aveva il sacrosanto diritto di andarsene allo sfascio. Certo, tutto questo aveva un costo e poiché tutti volevano potersi permettere tale costo, era necessario che più o meno tutti avessero un lavoro e uno stipendio da scialare nei nuovissimi supermercati e grandi magazzini. All’inizio, quando noi baby-boomer eravamo dei pargoletti pronti a pestare i piedi per avere Michela (la prima bambola parlante) o l’ultimo modello di macchinina telecomandata, è stato facile.

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Ai posti di lavoro lasciati liberi dai morti della guerra andavano ad aggiungersi i posti di lavoro nelle nuove fabbriche e quelli nel cosiddetto terziario (ovvero i servizi, la pubblica amministrazione, la scuola, l’industria culturale e via dicendo). Non ho i dati precisi, ma credo che ci sia stato nella nostra storia recente un momento glorioso in cui la disoccupazione si ridusse a zero, o comunque ci andò vicina. Intanto le industrie saturavano il mercato, le emissioni di gas tossici di vario genere saturavano l’atmosfera, i genitori saturavano la società di figli e i figli si avviarono a saturare le scuole, tutti con lo sguardo puntato verso il glorioso orizzonte del posto fisso. Avete presente certi artistici manifesti propagandistici del Ventennio fascista come anche i volti di certe statue di stampo staliniano? Mento alto, espressione fiera, occhio che vaga verso mete che sembrano vietate a chiunque non abbia la necessaria ampiezza di vedute. Ecco, noi baby-boomer avevamo esattamente quell’espressione mentre ci immaginavamo un futuro dove esercitare i privilegi concessi dalla nostra istruzione, dai nostri titoli di studio, dallo stipendio che ci avrebbe permesso di fare esattamente come i nostri genitori: firmare cambiali, prendere finanziamenti, avere un’auto per componente della famiglia, comprare casa, pagare il mutuo con il sorriso sulle labbra, figliare in abbondanza, andare in vacanza in mete esotiche, avere la certezza di una congrua pensione e di una conseguentemente felice vecchiaia. E tutto questo sarebbe stato possibile, ne eravamo sicuri, grazie al potere di due magiche paroline: POSTO FISSO.

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Una scrivania, una macchina da scrivere, a seguire un computer, la routine, i colleghi sempre gli stessi, gli avanzamenti di carriera per anzianità… in una parola la sicurezza. Non abbiamo avuto nulla di tutto questo, come ben sappiamo. E non lo abbiamo avuto perché, accecati dalle infinite potenzialità del consumismo non abbiamo pensato che la dottrina dell’usa e getta poteva applicarsi anche alle persone e non soltanto agli elettrodomestici, alle automobili, ai piatti di carta, agli involucri, alle lattine, alle bottiglie, alle migliaia di tonnellate di pattume dalle quali oggi siamo soffocati. Non abbiamo pensato che, come un bel flute di pvc, potevamo essere utilizzati alla bisogna e poi gettati nella pattumiera.

Semplicemente nel nostro luminoso orizzonte non avevamo messo in conto la flessibilità. Che poi altro non è che una bella parola per dire che siamo diventati troppi, che la corsa della scienza e della tecnologia hanno reso obsoleta molta parte del nostro know-how (posto che lo si abbia un know-how), che la maggior parte dei posti di lavoro fissi sono stati inventati di sana pianta dal lato capitalista della barricata proprio come accadeva al di là del Muro di Berlino. I nostri genitori hanno intasato gli uffici di ministeri e istituzioni le più svariate e spesso inutili. Per garantire al Dio Mercato orde di acquirenti adoranti, il nostro paese ha dato vita da una elefantiaca burocrazia di intoccabili. Gli adepti del Terziario, quelli che il posto fisso se lo sono conquistato (concorso, mazzetta, appoggio politico, comunque conquistato) nel dorato decennio 1960/70, sono i bramini della nostra società, la casta alta, i veri intoccabili (nel senso privilegiato del termine) ai quali quella poltroncina a rotelle di sotto il sedere non potrebbe sfilarla neanche un terremoto socio-politico-geografico. Sono quelli che non mollano a nessun costo, ma se anche mollassero, auspice una favorevole congiuntura di scaloni o scalini pensionistici, noi sfigatissimi usa e getta non potremmo usufruirne perché le leggi del Dio Mercato sono più radicate di quelle scolpite a suon di fulmini sulle tavole del buon Mosè.

vignetta di Staino

E’ una questione puramente economica, di domanda (poca, causa anche l’ausilio della tecnologia) e di offerta (tantissima, referenziata, preparata, assolutamente intercambiabile). Chi glielo fa fare ad un datore di lavoro di assumere a tempo indeterminato un laureato venti/trenta/quarantenne, sobbarcandosi decenni di versamenti, di garanzie, di maternità o paternità, di ferie da pagare, di possibili malattie, cause di servizio, infortuni, richieste di pensionamento anticipato?
Chi glielo fa fare quando ha la possibilità di scegliere, di volta in volta, nel mazzo il candidato/a migliore? Quando può ottenere con il minimo sforzo di promettere una vaga possibilità di assunzione il massimo risultato del povero assunto a progetto? Dite che ne scapita la professionalità? Che così si umiliano i concetti di esperienza e di capacità? Ecco, la prossima volta che avete amici a cena e che decidete di lasciare il servizio buono ad impolverarsi nella vetrinetta per mettere in tavola quei piattini di carta così carini e così comodi. Quelli che poi non devi sciacquarli uno per uno per metterli nella lavastoviglie, quelli che non ti preoccupi certo se si sbeccano o se la doratura si rovina. Quelli che a fine cena vanno a gonfiare il sacco nero dell’immondizia e che non si possono neanche riciclare… Ecco, la prossima volta ripensatela la dottrina dell’usa e getta.

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Giornalista RAI: realizzo interviste e servizi per la trasmissione "La vita in diretta" Scrittrice: Scrivo racconti e romanzi insieme a Loredana Falcone. A oggi ne abbiamo pubblicati 8 con varie case editrici. Scrivere ti salva la vita. I social network, alle volte, te la rovinano. E comunque, faccio amicizia solo con chi si presenta. Bene. Il nostro ultimo libro è Carne innocente" (Historica Edizioni).

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Pubblicato in Il Lavoro degli Italiani, Il Pianeta che Ride
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