
Il maresciallo capo Daniele Paladini è morto poche ore fa in Afghanistan mentre svolgeva il suo lavoro. Insieme a lui sono morti nove civili, fra cui sei bambini. La guerra, anche oggi, ha reclamato il suo tristissimo tributo. Credo di interpretare anche il vostro desiderio rivolgendo un saluto ed un cenno di sincera partecipazione alla famiglia di Paladini e dei civili coinvolti nell’attentato. Ma non è un coccodrillo quello che vi voglio propinare, cerchiamo di andare oltre il lutto e facciamo qualche considerazione.
Ancora una volta, come sempre accade in queste occasioni, media e uomini politici non pongono limiti alla retorica. Parole come “Eroismo“, “Patria“e “Onore“, escono dalle scatole polverose ed umide nelle quali sono custodite e, senza nemmeno una rinfrescata, vengono servite all’opinione pubblica pervase dal loro dolciastro olezzo di putrefazione.
In tre anni di missione in Afghanistan sono morti undici italiani. A quanto pare, fare il soldato è un lavoro abbastanza rischioso.
Quello che, con tutto il rispetto, mi chiedo, è per quale motivo chi fa lavori veramente rischiosi non goda del fasto della stessa retorica patriottarda quando tira le cuoia.
Negli ultimi cinque anni in Italia ci sono stati più morti sul lavoro che nella guerra del golfo. Muratori, imbianchini, contadini, panettieri e operaie battono bersaglieri, marines e perfino le leggendarie SAS britanniche per 5252 caduti a 3520.
In questa poco onorevole gara della sfiga, si vede come fare il muratore sia, statisticamente, molto più pericoloso che fare il pilota di Apache.
Una volta si diceva che la Patria si serve anche facendo la guardia ad un bidone di benzina. Senza retorica mi viene da dire che la patria si serve anche lavorando in una fabbrica di conserve di pomodoro. Come faceva la signora Immacolata Orlando, madre di 5 figli, prima di essere uccisa da una pressa kamikaze a 46 anni. Al cordoglio per il maresciallo Paladini e per per i civili caduti a Kabul, vogliamo associare stasera anche quello per l’operaia Orlando. Perché per me, che cerco disperatamente di rimanere immune alla retorica di regime ed al dolore a telecomando, ogni morte sul lavoro, qualsiasi lavoro, è una cocente sconfitta e la celebrazione retorica della morte in guerra suona come funesto presagio di oppressione.
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Tag: afghanistan, guerra, lavoro, media-e-comunicazione, talebani, terrorismo
Comandante Nebbia
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9 commenti
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14 Gennaio, 2008 a12:47
Pingback da Incidenti sul lavoro, i tristi record italiani » MenteCritica
24 Novembre, 2007 a 21:24
Emanuele
Perfettamente d’accordo con te
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24 Novembre, 2007 a 21:30
MenteCritica
grazie.
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24 Novembre, 2007 a 21:32
Iniquo
Condivido pienamente questa riflessione e quindi non riesco a vedere alcuna differenza qualitativa tra la morte di Paladini e quella della Orlando: entrambi vittime del lavoro, del bisogno di guadagnare denaro in maniera onesta.
Per quanto riguarda le vittime civili il discorso è analogo: tutti i giorni muoiono centinaia di persone a causa delle guerre ed altre centinaia per le conseguenze di esse, non si è vittime di serie A solo se si crepa insieme ad un occidentale.
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24 Novembre, 2007 a 22:13
diabolicomarco
D’accordo.
Però.
Mentre i militari sanno che il loro è un mestiere pericoloso e ricevono un adeguato compenso (da vivi e da morti).
Per gli altri non avviene lo stesso.
Triste.
Comunque.
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25 Novembre, 2007 a 17:46
mauro
Mi domandavo se c’è un giorno in cui le istituzioni si fermano per ricordare i morti caduti sul Lavoro civile.
Comunque pienamente d’accordo con queste riflessioni.
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26 Novembre, 2007 a 1:58
franca colonna
La differenza sostanziale secondo me è questa: i soldati sanno che possono morire. Tutte le morti meritano rispetto e devono essere giustamente commemorate. Le morti sul lavoro sono un cancro che andrebbe debellato, ma nella nostra cinica civiltà approntare adeguate misure di sicurezza costa troppo… è orribile. Ogni giorno ci sono lavoratori che muoiono…. La stampa invece di occuparsi tanto di delitti, fino a farli diventare una soapopera disgustosa perchè non dedicano una pagina intera al lavoratore che muore? Raccontandoci della loro vita ad es.
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26 Novembre, 2007 a 10:47
ilBuonPeppe
Vero: “la Patria si serve facendo la guardia ad un bidone di benzina, come lavorando in una fabbrica di conserve di pomodoro”.
E i morti sono morti. Senza distinzione alcuna.
Quello che è triste è vedere come da parte dei politici, dei grandi media e anche di molti nostri connazionali (non tu chiaramente) ci si accorga di chi muore solo in certi casi: soldati in missione, vittime di rom, tifosi di calcio. Per gli altri (italiani e non) c’è solo l’oblio.
Ancora più triste è vedere che tanti morti potrebbero essere evitati con sforzi veramente minimi.
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26 Novembre, 2007 a 12:51
SacerNaos
No no no.
Retorica strappalacrime contro retorica di regime? A che gioco giochiamo?
E’ ovvio e fin troppo scontato dire che la morte è na livella (per dirla alla Totò) ed è fin troppo scontato far sgorgare le lacrime per la morte dell’operaia (parlandone solo per riflesso della morte del soldato).
Retorica, soltanto retorica.
Diciamo le cose come stanno:
perchè un soldato vale più di un operaio per l’opinione pubblica?
Questo è il problema, non le retoriche da “facciamo un minuto di silenzio in onore di…”
Perchè la politica cavalca ancora il mito del soldato?
Perchè i “baroni” comunisti siedono in parlamento su poltrone importanti?
Perchè gli operai continuano a morire sul lavoro?
La politica è un impasto farraginoso nel quale sembra difficile passeggiare ma la politica delle lacrime facile è qualunquista e molto molto “democratica”…
Suvvia…
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