Obiezione di Coscienza e Boicottaggio per Le Olimpiadi del Profitto
17 marzo, 2008 di ilBuonPeppe
Archiviato in Democrazia e Diritti, Oltre il Confine, Storia e Memoria
La notizia non è, purtroppo, né nuova né sorprendente: il governo cinese ha avviato l’ennesima azione di repressione nei confronti del popolo tibetano. Sono già più di cento i morti, oltre ai feriti, agli arrestati e alle devastazioni; un bilancio che rappresenta solo l’inizio di quello che sembra essere un lungo periodo di sofferenze per un popolo altrimenti pacifico. A questo si aggiungono gli scontri, con conseguenti feriti ed arresti, che stanno avvenendo, per gli stessi motivi, in India e in altri paesi del mondo.
E noi? Noi ce ne stiamo tranquilli inseguendo le poche informazioni, e le ancor più scarse immagini, che riescono a trapelare. Tanto quelli stanno in Tibet… a noi che ci frega?

Vale la pena di fare un rapidissimo ripasso di storia. Il Tibet era uno stato sovrano indipendente, governato dal Dalai Lama, massima autorità religiosa del buddismo. Nel 1950 l’esercito cinese invase il Tibet e lo dichiarò territorio cinese, attribuendogli lo status di “regione autonoma”; di autonomo però c’era ben poco, e ben presto il Dalai Lama, chiamato dal governo cinese a far parte del comitato preparatorio per la regione, si rese conto che gli spazi che il governo cinese intendeva lasciare all’amministrazione tibetana, e quindi alle autorità religiose della zona, erano praticamente nulli.
Nel 1957 scoppiò una rivolta tra la popolazione locale, e l’esercito non si fece scrupolo di reprimere nel sangue la ribellione; la rivolta tuttavia si estese, crescendo di pari passo con le violenze dell’esercito, fino ad arrivare al suo apice nel 1959. Nel marzo di quell’anno il Dalai Lama fu costretto alla fuga, e si rifugiò in India, dove venne costituito il governo tibetano in esilio, che oggi ha sede a Dharamsala.
Da allora si sono periodicamente susseguiti tentativi di riconciliazione, regolarmente falliti, proteste e relative repressioni. Inoltre, migliaia di cinesi vengono trasferiti in Tibet dalle altre province, per portare a compimento un’opera di autentica cancellazione etnica. Il tutto in una sorta di silenzio/assenso internazionale.

Tre fatti (tra i tanti disponibili) mi sembrano emblematici per inquadrare la situazione odierna.
Nel novembre 2001 la Cina, dopo lunghe trattative, entra a far parte del WTO (l’organizzazione mondiale del commercio), ottenendo così un riconoscimento internazionale che la equipara agli altri paesi.
A dicembre il Dalai Lama viene in visita in Italia, e si assiste ad un fuggi-fuggi generale, con il quale quasi tutte le principali personalità politiche (tra cui, dispiace dirlo, il papa) hanno evitato di incontrarlo. Uno squallido spettacolo che trova come giustificazione, neanche tanto nascosta, la volontà di non inimicarsi il governo cinese.
La settimana scorsa il dipartimento di stato americano ha cancellato la Cina dalla lista dei paesi che non rispettano i diritti umani. Non ci è dato di sapere, né di immaginare, su cosa si siano basati.
Cosa significa tutto questo? La risposta è, tristemente, molto semplice. In Cina c’è una dittatura feroce, che opprime il suo popolo e nega i più elementari diritti umani, ma è una potenza commerciale fondamentale, della quale non possiamo fare a meno; quindi ben vengano i suoi prodotti, anche se ottenuti grazie alla schiavitù.
Se dovessimo isolare la Cina come meriterebbe, non potremmo più usufruire di manodopera a così basso costo, e vedremmo aumentare il prezzo di moltissimi prodotti; oltre a perdere un importante mercato per le nostre esportazioni.

Tra pochi mesi si apriranno le olimpiadi a Pechino; un altro importante tassello sulla strada della legittimazione della Cina e del suo accreditamento come paese leader del mondo civilizzato.
Che lo sport in generale non sia più quell’attività nobile in cui ci si affronta alla pari affinché “vinca il migliore”, lo sappiamo bene. Che le olimpiadi siano da tempo più una lotta tra sponsor che tra atleti, lo sappiamo altrettanto bene.
Le prossime olimpiadi però ci offrono un ulteriore motivo di riflessione, sul quale non possiamo sorvolare: la potenza economica di un paese può schiacciare qualsiasi altro principio. Non più solo gli ideali sportivi, politici o religiosi, ma addirittura le libertà e i diritti fondamentali possono essere negati e calpestati, se dietro c’è un sufficiente motivo economico.
Come? Ho scoperto l’acqua calda? Grazie tante, lo so. Ma mi fa incazzare lo stesso.
Boicottare: “Danneggiare una persona, un’organizzazione, uno stato e simili, isolandoli e impedendone ogni tipo di attività economica, commerciale e politica” (fonte: De Mauro). La parola ha un brutto suono, ma è una cosa che facciamo tutti i giorni, spesso senza rifletterci. Se qualcuno non ci piace, gli giriamo alla larga; se vediamo venirci incontro un testimone di Geova, cambiamo strada; se incrociamo un ex-tossico che ci chiede un euro, tiriamo dritti senza neanche degnarlo di uno sguardo. Noi tutti pratichiamo il boicottaggio quotidianamente per motivi anche futili, a volte addirittura con ostentata maleducazione.
Poi però abbiamo paura di non trovare una giustificazione adeguata per boicottare un gruppo di criminali che pratica sistematicamente l’oppressione e lo sterminio. Per anni le olimpiadi hanno boicottato, giustamente, il Sud Africa perché praticava l’apartheid; perché non si dovrebbe fare altrettanto oggi nei confronti della Cina? Ormai non si può certo cambiare la sede, ma se queste sono le condizioni, le olimpiadi se le possono anche fare da soli.
Al di là delle timide dichiarazioni di condanna che stanno arrivando da tutto il mondo, è chiaro che nessuno prenderà una decisione politicamente così scomoda: protestiamo ancora per qualche giorno, poi ci dimentichiamo tutto, e alla fine ognuno farà il suo dovere, sfilando sorridente sulle passerelle di Pechino. E se sotto la passerella qualcuno viene preso a manganellate… basta girarsi dall’altra parte e continuare a sorridere.
Cosa ci resta? Tanta amarezza e una possibilità: un boicottaggio a titolo personale. Un boicottaggio che non si limita a non guardare le gare, ma che punta al cuore del problema: il commercio e il profitto. Boicottare le olimpiadi significa soprattutto boicottare gli sponsor, perché è lì il cardine di tutto l’affare. L’elenco degli sponsor è visibile in questa pagina del sito ufficiale, e quelli a cui prestare maggiore attenzione, i più direttamente coinvolti con la manifestazione, sono nel gruppo definito “Beijing 2008 partners”. A parte le aziende cinesi di cui qui da noi è probabilmente difficile trovare i prodotti, due nomi spiccano per fama e diffusione: Adidas e Volkswagen.
“La Cina è vicina” declamava lo slogan di un’iniziativa di poco tempo fa. Beh, è vero, la Cina è vicina, troppo vicina, e non ci possiamo più concedere il lusso di fregarcene. In Cina ha trovato applicazione una forma di capitalismo fondamentalista, che al di là delle ovvie differenze sul piano politico e sociale, non è poi così diverso da quello che in tanti, troppi, vogliono imporre anche in Italia; ma questo è un altro discorso, e lo affronteremo a tempo debito.
Per ora preoccupiamoci di mantenere le distanze. La Cina è vicina, troppo vicina.
Il Comandante Nebbia, a titolo personale ed in quanto autore di questo articolo del 11 febbraio 2008, aderisce all’azione civile e non violenta proposta da il Buon Peppe e si impegna a non comprare prodotti e servizi erogati dagli sponsor delle Olimpiadi di Pechino la cui lista è disponibile qui.
A tal proposito invita tutti coloro che hanno un sito ad aderire all’iniziativa e a propagandarla esponendo il bottone che vi mettiamo a disposizione:
Codice per Bottone
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Chi ha bisogno di aiuto per metterli sul tuo sito, scriva a questo link.
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Il problema si fa sempre più acuto. Adesso anche in India non lesinano mazzate sui monaci.
Aderisco.
Se i consumatori riuscissero a fare rete e muoversi come blocco unico, in maniera veloce, rapida e coerente allora, e solo allora, avremmo a disposizione un’arma con cui combattere alla pari le multinazionali ed i regimi totalitari.
Grazie
il consumo rimane l’unico vero voto capace di cambiare le cose …
Non ti incazzare Miché
Essendo sposato con una taiwanese decisamente “kuomintanga”, ho anch’io nel cuore il sogno di una Cina non dico senza comunismo perché sarebbe impossibile ma quantomeno “entro la grande muraglia”. Credo sia terminata l’era della conquiste e trovo quantomeno mesozoico affermare “quella nazione è nostra”. Quello che stanno facendo e hanno fatto in Tibet non ha scuse, sconti o interpretazioni. D’altro canto, secondo me, poco ha a che fare con le Olimpiadi (di cui seguirò credo solo i tuffi, perché veramente non le ho mai seguite…). Di recente va molto di moda boicottare in qualche modo le olimpiadi di Pechino, ma io non sono d’accordo. Sono marchi che sponsorizzano “sto monno e quell’artro”, boicottarli perché sponsorizzano queste Olimpiadi mi pare un po’ superficiale. E d’altro canto la Cina secondo me ha molte facce, tante quante ne ha il territorio che la compone. Ne’ tantomeno sono d’accordo con l’intervendo di potenze estere.
Se penso a “antica Babilonia” e a quello che hanno fatto gran parte dei cittadini italiani per impedirla, mi rendo conto che le persone a volte sono totalmente diverse da chi le governa e soprattutto dall’esercito nazionale…
La situazione si può risolvere nel momento in cui i soldati cinesi vanno lì, in Tibet, e NON MUOVONO UN DITO NEMMENO SOTTO PRECISO ORDINE SUPERIORE. Il vero boicottaggio deve avvenire dall’interno. E cioè dai cinesi, alcuni dei quali sono già svegli. Da Pechino devono continuare a muovere carrarmatini di plastica e provare la gioia di una sana partita a Risiko mentre dal Tibet lunghe file di carri armati in marcia verso i parcheggi cinesi.
E poi un piccolo accorato appello agli Stati Uniti e a quelli del WTO, dopo aver appreso ora la notizia che hanno tolto la Cina dagli stati che non rispettano i diritti umani: basta, davvero basta ormai è chiaro per tutti, fatela finita…
Hai una moglie cinese e conosci i cinesi meglio di me. Sai bene che i soldati cinesi non faranno mai quello che hai detto e che i cinesi, quelli fuori Pechino intendo, non faranno mai nulla per cambiare.
E’ vero, non comprare un prodotto è inutile, non votare o votare è inutile, protestare da soli è inutile.
Allora non saprei proprio cosa fare, perché la strada dello scontro e della violenza non mi piace.
Tutto questo è disarmante.
@Comandante
Leggendo qua e la il blog di Alfonso mi pare di aver capito che cinese e taiwanese non sia affatto la stessa cosa.
Il boicottaggio di marchi che sponsorizzano “sto monno e quell’artro” sembra abbastanza inutile anche a me.
Visto che si tratta di giochi olimpici l’unica vera forma di protesta possibile sarebbe non inviare degli atleti italiani alla manifestazione. Oppure mandarli ma con il preciso scopo di manifestare il loro dissenso. Pubblicamente.
Siamo disposti a farlo? come Nazione intendo.
Possiamo noi, “opinione pubblica” fare pressioni sul CONI o chiunque gestisca la nostra partecipazione a questo evento?
@alfonso
A quando un pezzo chiarificatore sulla questione Cina/Taiwan?
@Comandante Nebbia
eh, purtroppo su questo non sono così ferrato. Perché le posizioni dei taiwanesi sono vieppiù quelle. Salvo quest’ultimo governo-non-riconosciuto-dal-mondo di stampo liberal-riunificatore a scopo di lucro con a capo ne’ più ne’ meno che un berlusconi dagli occhi a mandorla che “a dio piacendo” dovrebbe tornarsene a zappare la terra alle prossime elezioni di fine marzo.
In questo mondo si va ancora avanti secondo la legge del più forte. La coscienza di molti però si sta svegliando, come accennavo prima. Io ripongo sempre grosse speranze nell’ammutinamento (vorrei tanto accadesse anche qui in Italia, per esempio) e a mio avviso è sempre il boia quello che deve fare il primo passo.
Di contro, la Cina ha diritto alle Olimpiadi, così come ne aveva il Sudafrica. Non dimentichiamoci che in piccolo anche l’Italia lucra di brutto sulla produzione cinese a scapito dei diritti umani (non solo sul territorio cinese ma anche italiano, come si è visto su Report).
Qui da noi ci fanno credere che tutti i cinesi sono d’accordo con il governo di Pechino. E’ davvero così? Io voglio credere di no, voglio credere che ci siano industrie (poche) che producono cose di qualità rispettando i diritti umani, voglio pensare che ci sia una faccia della Cina che non emerge o emerge poco: la Cina della nuova arte, musica, architettura, ecc. e che, a differenza di Roma dove si manifesta sei volte al giorno, non sono messi in condizioni di manifestare se non con il prodotto della loro arte, musica, architettura…
Noi non possiamo risolvere il caso Tibet. Perché i “grossi” non si vogliono mettere contro la Cina, come ben dice l’articolo. Possiamo solo “manifestare un po’” attraverso i nostri blog, portare il fatto all’attenzione di tutti. E lo faremo fintanto che ci sarà qualcuno lì sul posto che avrà la buona volontà di aggiornarci su ciò che avviene, giorno per giorno.
Sempre di più in linea con Alfonso. Questo, e altre forme di boicottaggio che vedo fiorire qua e la mi sembrano inutili e tardive.
Come le “magliette rosse” per la Birmania.
E prima ancora le bandiere della pace.
Cazzate.
@diabolicoMarco
si, cinese e taiwanese non sono la stessa cosa. Se volete vi scrivo qualcosa (sto rieditando ancora lavoro permettendo il pezzo sulla burocrazia in italia), ma il tutto è riassumibile in poche righe:
Quando i comunisti prendono il potere in Cina, il kuomintang (il precedente e corrotto governo cinese) si acchiappa il tesoro cinese, visto che la propria patria è stata conquistata, e fugge a Taiwan per sfuggire alla repressione. Lì instaura un governo proprio, con moneta propria e bandiera propria, protetto inizialmente dagli americani.
La differenza fondamentale: il nome internazionale della Cina è Repubblica Popolare Cinese. Il nome “internazionale” di Taiwan è Repubblica di Cina. Cioè, la Cina VERA sta nell’isola di Taiwan. Ma questa è la campana Taiwanese. L’unica che conosco, e mi pare abbastanza plausibile. C’è circa un miliardo di persone nel continente, togliendo una piccola percentuale, che non la pensa assolutamente così. E nessuno, a parte il Vaticano e qualche stato africano, la riconoscono come nazione.
@diabolicoMarco: per quanto riguarda il boicottaggio degli atleti, credo non sia giusto nei loro confronti. L’olimpiade è il loro sogno e non è giusto impedirlo loro perchè qualcun altro (il CIO) ha scelto Pechino come città olimpica. Invece “incoraggiarli” a esprimere il loro dissenso (se presente) è più che legittimo. Ma ho sentito in molte interviste parlare Petrucci (pres. CONI) e Pancalli (pres. comitato paralimpico) e hanno detto che “queste olimpiadi sono un’occasione per la Cina per migliorare”, cosa vera in teoria, ma a quanto pare l’occasione non è stata sfruttata. Questo ci dice quale sia la posizione dei “capi dello sport”, che quindi non opteranno mai per questa soluzione, anche se sarebbe auspicabile.
Per quanto riguarda il boicottaggio delle marche che sponsorizzano le olimpiadi, c’è da dire che comunque fanno le loro nefandezze in Cina come da altre parti (ad esempio si dice che in Colombia la coca-cola faccia radiare o uccidere i sindacalisti), quindi forse il boicottaggio sarebbe da fare comunque, o da non fare comunque. Forse è pretestuoso farlo per olimpiadi, forse è giustissimo. E forse è un boicottaggio troppo comodo, è molto più scomodo e difficile boicottare tutti i prodotti made in china, perchè gli sponsor delle olimpiadi sono una conseguenza (nel senso che probabilmente la mac donald o la coca cola avrebbero sponsorizzato le olimpiadi in qualsiasi angolo del mondo), tutte le multinazionali stabilite là per garantirci prezzi stracciati sono la causa dell’assegnazione di pechino per le prossime olimpiadi. Ci devo pensare.