Obiezione di Coscienza e Boicottaggio per Le Olimpiadi del Profitto 33


La notizia non è, purtroppo, né nuova né sorprendente: il governo cinese ha avviato l’ennesima azione di repressione nei confronti del popolo tibetano. Sono già più di cento i morti, oltre ai feriti, agli arrestati e alle devastazioni; un bilancio che rappresenta solo l’inizio di quello che sembra essere un lungo periodo di sofferenze per un popolo altrimenti pacifico. A questo si aggiungono gli scontri, con conseguenti feriti ed arresti, che stanno avvenendo, per gli stessi motivi, in India e in altri paesi del mondo.
E noi? Noi ce ne stiamo tranquilli inseguendo le poche informazioni, e le ancor più scarse immagini, che riescono a trapelare. Tanto quelli stanno in Tibet… a noi che ci frega?

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Vale la pena di fare un rapidissimo ripasso di storia. Il Tibet era uno stato sovrano indipendente, governato dal Dalai Lama, massima autorità religiosa del buddismo. Nel 1950 l’esercito cinese invase il Tibet e lo dichiarò territorio cinese, attribuendogli lo status di “regione autonoma”; di autonomo però c’era ben poco, e ben presto il Dalai Lama, chiamato dal governo cinese a far parte del comitato preparatorio per la regione, si rese conto che gli spazi che il governo cinese intendeva lasciare all’amministrazione tibetana, e quindi alle autorità religiose della zona, erano praticamente nulli.
Nel 1957 scoppiò una rivolta tra la popolazione locale, e l’esercito non si fece scrupolo di reprimere nel sangue la ribellione; la rivolta tuttavia si estese, crescendo di pari passo con le violenze dell’esercito, fino ad arrivare al suo apice nel 1959. Nel marzo di quell’anno il Dalai Lama fu costretto alla fuga, e si rifugiò in India, dove venne costituito il governo tibetano in esilio, che oggi ha sede a Dharamsala.
Da allora si sono periodicamente susseguiti tentativi di riconciliazione, regolarmente falliti, proteste e relative repressioni. Inoltre, migliaia di cinesi vengono trasferiti in Tibet dalle altre province, per portare a compimento un’opera di autentica cancellazione etnica. Il tutto in una sorta di silenzio/assenso internazionale.

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Tre fatti (tra i tanti disponibili) mi sembrano emblematici per inquadrare la situazione odierna.
Nel novembre 2001 la Cina, dopo lunghe trattative, entra a far parte del WTO (l’organizzazione mondiale del commercio), ottenendo così un riconoscimento internazionale che la equipara agli altri paesi.
A dicembre il Dalai Lama viene in visita in Italia, e si assiste ad un fuggi-fuggi generale, con il quale quasi tutte le principali personalità politiche (tra cui, dispiace dirlo, il papa) hanno evitato di incontrarlo. Uno squallido spettacolo che trova come giustificazione, neanche tanto nascosta, la volontà di non inimicarsi il governo cinese.
La settimana scorsa il dipartimento di stato americano ha cancellato la Cina dalla lista dei paesi che non rispettano i diritti umani. Non ci è dato di sapere, né di immaginare, su cosa si siano basati.

Cosa significa tutto questo? La risposta è, tristemente, molto semplice. In Cina c’è una dittatura feroce, che opprime il suo popolo e nega i più elementari diritti umani, ma è una potenza commerciale fondamentale, della quale non possiamo fare a meno; quindi ben vengano i suoi prodotti, anche se ottenuti grazie alla schiavitù.
Se dovessimo isolare la Cina come meriterebbe, non potremmo più usufruire di manodopera a così basso costo, e vedremmo aumentare il prezzo di moltissimi prodotti; oltre a perdere un importante mercato per le nostre esportazioni.

Tra pochi mesi si apriranno le olimpiadi a Pechino; un altro importante tassello sulla strada della legittimazione della Cina e del suo accreditamento come paese leader del mondo civilizzato.
Che lo sport in generale non sia più quell’attività nobile in cui ci si affronta alla pari affinché “vinca il migliore”, lo sappiamo bene. Che le olimpiadi siano da tempo più una lotta tra sponsor che tra atleti, lo sappiamo altrettanto bene.
Le prossime olimpiadi però ci offrono un ulteriore motivo di riflessione, sul quale non possiamo sorvolare: la potenza economica di un paese può schiacciare qualsiasi altro principio. Non più solo gli ideali sportivi, politici o religiosi, ma addirittura le libertà e i diritti fondamentali possono essere negati e calpestati, se dietro c’è un sufficiente motivo economico.
Come? Ho scoperto l’acqua calda? Grazie tante, lo so. Ma mi fa incazzare lo stesso.

Boicottare: “Danneggiare una persona, un’organizzazione, uno stato e simili, isolandoli e impedendone ogni tipo di attività economica, commerciale e politica” (fonte: De Mauro). La parola ha un brutto suono, ma è una cosa che facciamo tutti i giorni, spesso senza rifletterci. Se qualcuno non ci piace, gli giriamo alla larga; se vediamo venirci incontro un testimone di Geova, cambiamo strada; se incrociamo un ex-tossico che ci chiede un euro, tiriamo dritti senza neanche degnarlo di uno sguardo. Noi tutti pratichiamo il boicottaggio quotidianamente per motivi anche futili, a volte addirittura con ostentata maleducazione.
Poi però abbiamo paura di non trovare una giustificazione adeguata per boicottare un gruppo di criminali che pratica sistematicamente l’oppressione e lo sterminio. Per anni le olimpiadi hanno boicottato, giustamente, il Sud Africa perché praticava l’apartheid; perché non si dovrebbe fare altrettanto oggi nei confronti della Cina? Ormai non si può certo cambiare la sede, ma se queste sono le condizioni, le olimpiadi se le possono anche fare da soli.

Al di là delle timide dichiarazioni di condanna che stanno arrivando da tutto il mondo, è chiaro che nessuno prenderà una decisione politicamente così scomoda: protestiamo ancora per qualche giorno, poi ci dimentichiamo tutto, e alla fine ognuno farà il suo dovere, sfilando sorridente sulle passerelle di Pechino. E se sotto la passerella qualcuno viene preso a manganellate… basta girarsi dall’altra parte e continuare a sorridere.

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Cosa ci resta? Tanta amarezza e una possibilità: un boicottaggio a titolo personale. Un boicottaggio che non si limita a non guardare le gare, ma che punta al cuore del problema: il commercio e il profitto. Boicottare le olimpiadi significa soprattutto boicottare gli sponsor, perché è lì il cardine di tutto l’affare. L’elenco degli sponsor è visibile in questa pagina del sito ufficiale, e quelli a cui prestare maggiore attenzione, i più direttamente coinvolti con la manifestazione, sono nel gruppo definito “Beijing 2008 partners”. A parte le aziende cinesi di cui qui da noi è probabilmente difficile trovare i prodotti, due nomi spiccano per fama e diffusione: Adidas e Volkswagen.

La Cina è vicina” declamava lo slogan di un’iniziativa di poco tempo fa. Beh, è vero, la Cina è vicina, troppo vicina, e non ci possiamo più concedere il lusso di fregarcene. In Cina ha trovato applicazione una forma di capitalismo fondamentalista, che al di là delle ovvie differenze sul piano politico e sociale, non è poi così diverso da quello che in tanti, troppi, vogliono imporre anche in Italia; ma questo è un altro discorso, e lo affronteremo a tempo debito.
Per ora preoccupiamoci di mantenere le distanze. La Cina è vicina, troppo vicina.

Il Comandante Nebbia, a titolo personale ed in quanto autore di questo articolo del 11 febbraio 2008, aderisce all’azione civile e non violenta proposta da il Buon Peppe e si impegna a non comprare prodotti e servizi erogati dagli sponsor delle Olimpiadi di Pechino la cui lista è disponibile qui.

A tal proposito invita tutti coloro che hanno un sito ad aderire all’iniziativa e a propagandarla esponendo il bottone che vi mettiamo a disposizione:

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Ecco la lista

Codice per Bottone

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Ecco la lista

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